| Niente paura: non
parliamo della contemporaneità, su cui ognuno ha la sua opinione,
ma di fatti accaduti in Italia 140 anni fa, quando il nostro Presidente
del consiglio si dimostrò essere un totale squilibrato.
I PERSONAGGI
Protagonisti della storia sono il re Vittorio Emanuele II, il Presidente
del Consiglio Rattazzi, e l’eroe di questa storia, il povero Luigi Carlo
Farini.
L’ANTEFATTO
C’erano appena stati i "fatti di Aspromonte". Rivediamone la
storia.
Per il Presidente del Consiglio in carica - Urbano Rattazzi - si era trattato
di replicare lo schema dell’impresa del 1860, lasciando ancora una volta
mano libera a Garibaldi. I fatti sembrarono inizialmente svolgersi seguendo
il collaudato copione del 1860. Sbarcato in Sicilia, Garibaldi lanciò
un proclama con cui chiamava a raccolta i volontari; si ebbero manifestazioni
di piazza, diserzioni dall’esercito regio, banchetti ufficiali nei quali
generali, prefetti e lo stesso principe ereditario Umberto solidarizzarono
apertamente con il condottiero.
Quando però Napoleone III ordinò di rinforzare il dispositivo
militare francese a Roma minacciando di fatto una guerra preventiva, il
governo Rattazzi, in preda al panico, sconfessato Garibaldi, proclamò
lo stato d’assedio ordinando alle forze regolari di disperdere i volontari
e fucilare i più riottosi, attribuendo ai comandi periferici poteri
vastissimi in una situazione di sostanziale sospensione delle garanzie
fissate nello Statuto albertino.
Garibaldi, che era stato incoraggtato ripetutamente dal re e da Rattazzi,
non immaginava quell’epilogo: fu circondato da quattordici battaglioni
di bersaglieri che aprirono il fuoco sui volontari in camicia rossa, fermandoli
in località Forestali, sull’Aspromonte calabrese.
Alla ripresa autunnale dei
lavori parlamentari, il 20 novembre 1862, esplose incontenibile il dissenso,
attraverso discorsi di denuncia e mozioni di censura, ma prima che la
Camera potesse pronunciarsi con un voto ci fu un colpo di scena. Il Presidente
del consiglio Rattazzi rassegnò le sue dimissioni l’1 dicembre
1862: furono immediatamente accettate dal re.
Erano trascorsi solo nove mesi dal suo insediamento e il presidente del
Consiglio se ne era andato, non senza essere stato protagonista di un
furibondo litigio con il re - il capo dello Stato Vittorio Emanuele II
- riportato dal generale Giacomo Durando, ministro degli Affari esteri.
Pare che si fossero rinfacciati reciprocamente un comportamento da avventuriero.
Probabilmente avevano ragione entrambi.
L’uscita di scena di Rattazzi
offriva al re l’opportunità di avviare un nuovo e più sicuro
tentativo di governo personale, costituendo un ministero programmaticamente
debole.
Falliti due tentativi di attribuire la presidenza ai senatori Gustavo
Ponza di San Martino e Giuseppe Pasolini "
con l’esplicita ingiunzione
di non prendere al Governo nessuno degli esponenti della maggioranza parlamentare",
il re orientò la sua scelta su Farini.
Costui era un antico collaboratore di Cavour, che aveva svolto un ruolo
di primo piano nella crisi del 1859, pilotando i plebisciti nelle province
emiliane.
I rischi di un potenziale antagonismo tra il Re e il Premier erano in
partenza ridotti a zero, visto che il ravennate Luigi Carlo Farmi all’atto
della nomina a presidente del Consiglio, l’8 dicembre 1862, soffriva di
gravi turbe psichiche e non riusciva ad articolare bene la parola.
Il deputato Gaspare Finali, che a Farini era legato da amicizia, di lui
ha scritto che "restava imbambolito, cogli occhi fissi e quasi mai
prendeva la parola". Situazione ideale per un re che avesse voluto
governare direttamente senza farsi intralciare da un collaboratore ingombrante.
L’alienazione mentale del presidente permise al re di sviluppare ancora
una volta iniziative autonome che, a suo modo di vedere, avrebbero dovuto
favorire la rapida annessione delle province venete.
Un ex ufficiale di Garibaldi e ora aiutante di campo di Sua Maestà,
il generale Istvàn Turr, cognato di Urbano Rattazzi e contiguo
al sovrano, venne mandato a organizzare un’insurrezione tra i suoi antichi
compatrioti ungheresi, al fine di destabilizzare l’impero d’Austria.
Prima che la politica del re invischiasse lo Stato in crisi internazionali
dagli esiti incontrollabili, avvenne fortunatamente un incidente che pose
termine a una situazione paradossale.
In pieno Consiglio dei ministri, impugnando un affilato tagliacarte e
puntatolo alla gola del re, il presidente Farini tentò di obbligare
Vittorio Emanuele II a dichiarare guerra alla Russia.
La misura era ormai colma e il sovrano, riluttante fino all’ultimo, si
decise a firmare il decreto di revoca, piegandosi alla necessità
di nominare un vero presidente del Consiglio.
La presidenza irresponsabile di Luigi Carlo Farmi era sopravvissuta per
tre mesi.
(citato da: Martucci Roberto, "L’invenzione dell’Italia unita",
Sansoni, pag. 370)
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