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Fuga dalla scuola nel ricco Nord

Ora è tempo d’esami, si parla di scuola, ed ho notato una notizia interessante nel libro di Bruno Manfellotto, “S-Profondo Nord”, Sperling.

Ne emerge che si abbandona la scuola dove c’è un mercato del lavoro pronto a far spazio a chi vuole occuparsi. Del tutto prevedibile, direte voi, ma resta lo stesso curioso il fatto che c’è più “abbandono scolastico” al Nord che al Sud.

Val Padana operosa contro Meridione colto? Chissà.

Ma ecco il brano.

«C’è chi molla tutto per salire su un trattore, chi per farsi le ossa nelle cucine di un grande chef, chi per passare otto ore al giorno tra software e computer. Comunque, mollano. Recitano le ultime statistiche che quattro ragazzi su dieci tra i quindici e i diciotto anni abbandonano i banchi delle scuole del Profondo Nord e corrono a cercarsi un impiego. Saltuario, a tempo determinato, part-time. Purché dia loro un po’ di soldi e acceleri il loro ingresso nel mondo della produzione. In barba alla legge sull’obbligo scolastico (portato di recente da quattordici a sedici anni) e a quella sull’obbligo di formazione professionale (fino ai diciotto).

Una volta questa era prerogativa del Sud povero e dimenticato. Ma lì erano la fame e la miseria a spingere molte ragazze verso la fabbrica, il matrimonio o le faccende di casa e molti giovani alla ricerca di un’occupazione purché sia. Negli ultimi anni, invece, la fuga dalla scuola è diventata fenomeno non da poveri, ma da ricchi, da boom e non da stagnazione, da Nord-Est iperproduttivo e non da Mezzogiorno parassitario. Finché poi la malattia si è diffusa, fino a estendersi in tutto il Profondo Nord, Lombardia compresa. Preoccupando non poco Letizia Moratti, imprenditrice e milanese doc, insediatasi al ministero della Pubblica istruzione.

I numeri parlano da soli. A Trento e a Bolzano, a Verona e a Vicenza, ma anche a Reggio Emilia, si iscrivono alle superori tra il 50 e il 75 per cento dei ragazzi in età da liceo: gli altri tutti a lavorare. Per capirci, molti di più che a Roma, Napoli, Avellino, Salerno, Sassari o Siracusa. Città nelle quali, addirittura, si nota negli ultimi tempi una significativa inversione di tendenza. Ma ormai è così anche a Cuneo, Asti, Novara, per non dire della ricca Biella dove trentotto giovani su cento buttano all’aria i libri prima del tempo.

Non ci si aspettava però che anche la Lombardia ricca ed evoluta seguisse l’esempio. Eppure è così: più cresce l’occupazione, più cala il tasso di istruzione. Lecco è tra le prime città d’Italia per numero di occupati, subito prima di Bergamo e Mantova (i senza lavoro sono appena il 2,7 per cento), ma bisogna scorrere un elenco lungo una quaresima per trovare qualche città lombarda nelle più importanti classifiche scolastiche: Milano è all‘ottantesimo posto per iscritti alle superiori, Brescia viene subito dopo e Lecco, Como e Mantova figurano ancora più giù. Gli studenti fuggono. E finiscono come operai o artigiani nell’industria o nel terziario, soprattutto in piccole, flessibilissime imprese con meno di venti dipendenti.

E la scuola dell’obbligo? E i corsi di formazione professionale?

Al ministero della Pubblica Istruzione stanno scoprendo che i ragazzi si iscrivono sì al primo anno delle superiori, ma appena compiuti sedici anni lasciano baracca e burattini. Magari il giorno stesso del loro compleanno.»

(dal libro di Bruno Manfellotto, “S-Profondo Nord”, Sperling)

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