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KHUSHWANT SINGH: La penna più amata dal popolo. A 92 anni, il giornalista satirico più famoso dell’India è considerato un monumento vivente. La sua formula è la stessa da mezzo secolo: provocare, divertire e informare. Dimostra che si può scrivere di sesso e scoregge nella stessa pagina in cui è pubblicato un distico in urdu.
Dal giornale SHEELA REDDY, OUTLOOK, INDIA
Citato da: INTERNAZIONALE n. 691, 4 MAGGIO 2007
A novantadue anni, il vecchio sporcaccione più famoso dell’India, che si definisce anche il più grande buffone nazionale, è entrato in una nuova fase della vita. Il mese scorso, durante un’elegante cerimonia a cui era stato trascinato controvoglia, il presidente indiano A.P.J. Abdul Kalam gli ha consegnato la più alta onorificenza nazionale che uno scrittore abbia mai ricevuto, il Padma Vibhushan.
"Questo per me è stato l’anno della mietitura", commenta Khushwant, quasi intontito dalla valanga di premi nazionali e internazionali che gli si riversano addosso. Tutti questi riconoscimenti confermano che ha sempre avuto ragione: si può scrivere di sesso e scoregge nella stessa pagina in cui è pubblicato un distico in urdu ed è possibile essere dei luminari senza essere dei vecchi tromboni.
Ma se gli si chiede quanti premi ha vinto quest’anno, Khushwant s’innervosisce: "Così mi costringe a vantarmi. È una cosa volgare". Lo scrittore che per mezzo secolo ha corteggiato avidamente la parolaccia ha un’idea tutta sua di cosa sia la volgarità. La medaglia d’oro del Padma Vibhushan è finita da tempo in un cassetto della camera da letto, come tutte le altre onorificenze. L’unica cosa messa in bella vista, in cima a una pila di libri d’arte, è una pesante papera d’argento ricevuta un paio di mesi fa dall’associazione Punjabi del Canada. "Mi ci sono proprio affezionato". E racconta che si è rivelata molto utile per rompere il ghiaccio durante i suoi ricevimenti: "Vedete quella papera sul tavolo? Pensate, è l’uccello nazionale del Canada".
Qualunque scrittore darebbe oro per raggiungere la sua fama. Per più di quarant’anni, hanno bussato alla sua porta presidenti, primi ministri, premi Nobel, ambasciatori, vincitori del Booker prize, giornalisti stranieri, aspiranti scrittori, stelle del cinema e belle ragazze in cerca di fama. Neanche a farlo apposta, appena arrivato a Bombay Khushwant ha appeso sulla sua porta una targa, ormai leggendaria, che dice: «Non suonate il campanello se non siete attesi".
Tra le conquiste di Khushwant che nessun altro scrittore può vantare, ce n’è una fondamentale: una base di lettori fedelissimi nella fascia di popolazione meno istruita. Una sera, per esempio, durante una visita al Khan market di New Delhi, è entrato a curiosare in una macelleria. Mentre il più vecchio e famoso scrittore indiano studiava i versi coranici scritti sulle pareti del negozio, i macellai, increduli, si sono alzati in piedi per osservare meglio la scena. Alla fine uno di loro hatrovato il coraggio di dirgli: "La leggiamo ogni giorno sui giornali urdu". E poi ci sono le lettere - centinaia ogni mese - che arrivano da lettori di tutto il paese, da piccole città e da metropoli, da ragazzini e da pensionati. Le rare volte che Khushwant si avventura fuori casa, la gente si sporge dal finestrino dell’auto per dirgli: "Ho letto il suo ultimo articolo, era divertentissimo!", oppure gli chiedono: "Mi racconta una delle sue barzellette?".
Naturalmente tutta questa celebrità ha un prezzo: un ritmo di lavoro serratissimo, anche a novantadue anni. Il sannyasa, il voto di povertà che Khushwant ha preso un paio di anni fa, non ha cambiato le sue abitudini di lavoro. Anzi, ha dato una stretta ulteriore alla sua agenda. Per tenere il ritmo delle sue consegne da incubo - due rubriche settimanali e uno o due libri all’anno (ma quest’anno sono stati tre) - Khushwant si sveglia alle quattro di mattina. Nell’intimità del buio, la sua giornata comincia con il primo rituale, una cosa di cui parla poco: chiude gli occhi e, respirando profondamente, canta l’Om Arogyam. "Non è proprio una preghiera", assicura lui. "In realtà serve a mettermi in movimento le budella e la vescica". Il canto è seguito dal mantra Gayatri. "Mi è rimasto in testa da quando l’ho tradotto qualche mese fa", spiega. Nonostante il suo fiero ateismo, Khushwant ammette che non c’è modo migliore di cominciare la giornata di questo inno vedico in onore del sole: una celebrazione della natura e della vita. Ma ci sono anche altri versi che gli escono spontaneamente nelle prime ore del mattino: Ghalib, Shakespeare, filastrocche volgari, in una gioiosa unione di sublime e scurrile. Versi che Khushwant non fa nessuno sforzo a memorizzare: "Mi restano stampati in testa". È il frutto di una vita passata nell’adorazione della parola scritta.
Unavoltavinta labattaglia giornaliera con le budella, comincia il vero lavoro della giornata: "scribacchiare" su un blocnotes. Se lo trova sempre a portata di mano, accanto alla poltrona, grazie al suo fedele segretario Lachman Das.
Più giovane di Khushwant ma con le gambe già ridotte male, Das è l’altra metà di questa nobile industria della scrittura. Da quasi quarant’anni il suo lavoro consiste nel raccogliere fogli pieni di parole fitte e poco leggibili, batterli a macchina e poi infilarli in decine di buste di carta. Buste che saranno recapitate a dodici quotidiani in lingua inglese e a quindici giornali nelle lingue locali. "È un ritmo massacrante", ammette Khushwant. "Lavoro come un mulo e sono pagato molto meno di quei maledetti direttori".
Ma, lamentele a parte, non cambierebbe posto con nessuno. Ha raggiunto la perfezione nell’arte di conquistare il lettore. La vecchia formula che ha creato tanti anni fa - provocare, divertire e informare - funziona ancora. "È molto semplice scioccare gli indiani. Sono atrofizzati dalla religione".
Khushwant traduce gli antichi testi vedici, o più di recente le opere del filosofo Adi Shankara, ma usa liberamente distici hindi e urdu invece della metrica inglese. Prende le barzellette sgrammaticate che gli mandano, le riscrive, le lima e poi le pubblica con la firma dei lettori. E in cambio loro lo adorano, lo perseguitano per conoscerlo di persona, gli mandano lettere piene d’insulti, gli portano i loro manoscritti, i loro figli e decine di
bottiglie del suo whisky preferito.
Alle sei del mattino, con puntualità svizzera il maggiordomo arriva con il carico giornaliero di sei quotidiani. Dopo quell’attesa impaziente, i giornali sono una delusione che si ripete quotidianamente. "Anche oggi niente: solo immondizia". Compiuto il suo dovere, Khushwant passa al suo vizio quotidiano: le parole crociate. "È un piacere proibito"; confessa, "una totale perdita di tempo": Prima che arrivi l’ora di fare colazione -
una fetta di pane integrale tostato e una tazza di caffè - finisce cinque o sei cruciverba, tenendo per ultimo quello dello Statesman, il suo preferito.
Per le otto, il dispotico stacanovista che è in lui ha già riportato all’ordine lo scolaretto in vena di saltare la scuola. Khushwant si mette di nuovo al lavoro, con i piedi sul poggiapiedi e il taccuino in grembo. La sua penna si muove con scioltezza e si ferma raramente per cancellare o riscrivere. "Non posso permettermi il lusso del blocco dello scrittore", dice ridendo. Lachman Das si aggira silenziosamente nella stanza.
Pranzo frugale
A mezzogiorno meno cinque la tavola viene apparecchiata per il pranzo frugale: potrebbe essere zuppa e insalata di germogli di soia, oppure del bhelpuri istantaneo, un piatto a base di riso soffiato, patate e cipolla, che è il suo piatto preferito del momento. Due volte alla settimana, secondo una tradizione che dura da cinquant’anni, un suo ammiratore gli porta delle polpette di crema di lenticchie fatte in casa. Avrà anche rinunciato agli altri piaceri della vita - i viaggi, il tennis, le passeggiate al parco o in libreria - ma quando si parla di cibo, è ancora il vecchio Khushwant: curioso, avventuroso, sempre pronto ad assaggiare tutto. La sera spesso lo si trova chino su una pila di menu di consegne a domicilio, mentre sceglie cosa ordinare per cena.
A mezzogiorno e mezzo, sull’appartamento numero 49E di Sujan Singh park cala il silenzio: il più prolifico scrittore dell’India si concede la sua meritata siesta, un’altra tradizione che continua inin
terrotta da mezzo secolo. Tempo un’ora ed è di nuovo in piedi, pronto a leggere la posta. Immerso nella sua poltrona, con un’aria da vecchio Gandhi, comincia a rispondere alle lettere: due o tre righe indecifrabili, scritte a mano su una cartolinapostale. Le lettere di complimenti finiscono nella spazzatura, quelle di insulti, lunghe anche venti pagine, vengono piegate con cura e conservate come fossero trofei. Il lavoro di Khushwant è allietato solo dallamusica classica occidentale trasmessa dalla radio satellitare, una sua recente passione.
Si avvicina l’ora magica: le sette di sera. Cominciano le visite, un gruppo confuso di industriali, monaci buddisti, autorità islamiche e indù, politici, cappellani militari, scrivani, editori, gente che chiede favori e, sempre più spesso, semplici turisti. "Dopo aver visto il Jantar Mantar o il minareto Qutub Minar, vogliono vedere me", commenta lui. Ma la gente non arriva solo per interesse o curiosità.
Il suo modo di fare è un misto di generosità discreta e galanteria esagerata ("Mi piace fare i complimenti alle donne. Fa felici loro e fa felice me"), di lealtà cavalleresca ("devo stare dalla parte di chiunque si trovi in cattive acque"), valori profondi e mai esibiti ("Voglio che siano gli amici a lasciarmi, non il contrario"). Tutto questo gliha assicurato una fortuna in termini di amicizia grande quanto quella ottenuta come scrittore. E per capire di che cifre stiamo parlando, basta ricordare che solo i suoi libri di barzellette gli garantiscono centomila rupie di royalty l’anno (circa 1.800 euro, più del triplo del reddito annuo medio indiano).
Tra i visitatori della settimana scorsa c’era una seguace del Dalai Lama, che gli ha legato al polso un nastro rosso. "È stato benedetto dal Dalai Lama;’ gli ha spiegato, «per concederti una morte serena".
Poco dopo Khushwant se l’è tolto senza farsi vedere e l’ha infilato in tasca. Ora lo tira fuori per raccontare la storia ai suoi amici: "Ma non poteva portarmene uno per l’immortalità invece che per una morte serena?".
Non che non pensi alla morte. Anzi, ne è ossessionato da quando aveva vent’anni. Ma ora che si avvicina il momento, Khushwant mantiene un atteggiamento
stoico. Vuole che succeda come dice lui: in modo pulito, senza drammi. E ha una speranza: "Spero solo di non andarmene prima di aver finito di dire tutto quello che devo dire".
Biografia
1915. Nasce ad Hadali, oggi in Pakistan.
1950. Scrive il suo primo libro, The mark af Vishnu and other stories.
1954-56. Lavora all’Unesco, a Parigi.
1980-86. È deputato della camera alta del parlamento indiano.
2007. Riceve il Padma Vibhushan, una delle massime onorificenze nazionali in India.
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