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Kamikaze palestinesi

Circa il messaggio sul kamikaze italiano, ha scritto Fabio V. fabiov@fastwebnet.it
"Salve!
Non ero a conoscenza dell’ episodio da lei citato, però ci sono N differenze e anche MACROSCOPICHE fra ciò che ha fatto questo sconosciuto Binda, - eroe e martire in un’azione di guerra contro soldati di un’altro esercito sul campo di battaglia - e ciò che fanno i pazzi e criminali kamikaze palestinesi che uccidono innocenti civili e che con le loro criminali azioni allontanano il momento della crezione dello stato palestinese, che dovrebbe - a parole, ma non nei fatti - essere il loro obiettivo.
Non confondiamo le cose o non mettiamo sullo stesso piano, neanche giocando sui termini, cose agli antipodi."
Cordialmente
Fabio V."

Ringrazio Fabio del suo intervento. Quanto alla mia posizione personale, non condivido il giudizio di chi li chiama "pazzi".
L’ultimo attentatore suicida era una giovane donna palestinese, avvocato, il cui fratello e il cui futuro marito sono stati uccisi dall’esercito israeliano.
Riporto qui un un brano apparso su "Internazionale", la rivista diretta da Giovanni De Mauro:

IL DIARIO DI AMIRIA HASS
(corrispondente da RamaIIah del quotidiano israeliano Hu’aretz. Scrive il suo diario per Internazionale)

Legami di sangue
L’ultimo (per ora) attentato suicida in Israele ha ucciso 19 israeliani e ne ha feriti cinquanta. Delle 19 vittime, dieci appartenevano a due famiglie. Nonni e nipoti che erano andati a mangiare fuori in un sabato pieno di sole.
L’attacco è stato compiuto da una giovane donna palestinese, avvocato, il cui fratello e il cui futuro marito sono stati uccisi dall’esercito israeliano.
Quindici delle vittime sono ebrei, gli altri quattro palestinesi: cittadini israeliani che lavoravano nel ristorante.
Due di loro sono del villaggio cristiano di Fassuta, in Galilea. Sono cugini della mia amica S., avvocato palestinese (cittadina israeliana) dhe difende i prigionieri palestinesi nei tribunali militari israeliani. S. lavora per una ong impegnata nella difesa dei detenuti e fa ogni giorno la spola tra casa sua, a Gerusalemme, Ramallah, e i tribunali militari in Israele.
A., un dipendente della stessa ong di RamaIah, amico di S., è di Silet al Harthiye, vicino a Jenin. Un altro villaggio palestinese, ma dall’altra parte della linea verde.
La famiglia dell’attentatrice viene da qui, anche se la donna era cresciuta a Jenin. Il cognome di A. è lo stesso della kamikaze. Cinque generazioni fa avevano un nonno in comune, perciò non sono considerati membri della stessa famiglia, ma appartengono a una "tribù" allargata.
"È dura", è l’unica cosa che A. è riuscito a dire quando ho accennato a questo doppio, tragico legame tra il suo villaggio e quello di S.
(tratto da: INTERNAZIONALE n° 509, 10 OTTOBRE 2003 pag. 19)

Secondo me - dicevo - non sono pazzi, e forse (ma qui è più difficile dare una definizione/giudizio) neppure criminali. Sono disperati, alle prese con uno degli stati militarmente più forti.
Io credo che i campi di concentramento siano stati una vergogna, prossimamente posterò qualcosa in proposito, ciò non toglie che - dall’alto della sua forza - Israele dovrebbe concedere la libertà al popolo della Palestina.
Forse i gesti dei kamikaze non avvicinano la nascita di uno Stato, ma anche non facendo assolutamente nulla, rimettendosi totalmente ai voleri di chi è terribilmente più forte, forse non otterrebbero nulla.
Non è una situazione facile, ma noi italiani, sicuri comunque di essere uno Stato con alleati forti e "diritti dei cittadini" consolidati - forse non abbiamo il diritto di condannarli del tutto. Soprattutto: i palestinesi suicidi non sono pazzi.

 

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