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Siamo nel 1919. d’Annunzio ha compiuto la “marcia su Fiume”, un’occupazione della città che durerà 15 mesi.
Chiede il sostegno di tutti i nazionalisti e gli interventisti. Mussolini glielo concederà col contagocce. Il poeta gli manda una lettera d’insulti, che il futuro dittatore fa aggiustare con fotomontaggi, fino a snaturane il significato.
Ma prima di arrivare al fotomontaggio in questione, vediamo che succedeva a Fiume.
L’Ufficio Colpi di Mano e l’Ufficio Falsi
La situazione dei militari a Fiume non era certo ottimale. I soldati ancora indossavano le uniformi estive, e se l’esercito dei legionari poteva essere pur sommariamente rifornito di viveri, lo si doveva alle sortite che gruppi di arditi eseguivano con destrezza nei dintorni, per terra e per mare. D’Annunzio diede ai suoi corsari il nome di «uscocchi», che era quello dei pirati balcanici del Cinquecento, dal serbo-croato uskok, transfuga. Gli arditi dannunziani erano, come loro, animati da un prepotente spirito di guerriglia, pronti a tutto pur di portare a casa un bottino, grande o piccolo che fosse. Tale era il clima di sventatezza e tale l’amore per tutto ciò che sapeva di avventuroso che, per iniziativa scherzosa dello stesso Comandante, si decise la costituzione di un ufficio particolare subito battezzato UCM, come dire Ufficio Colpi di Mano. Accanto all’UCM fu altrettanto rapidamente istituito un altro organismo che ebbe per sigla UF, che stava a significare Ufficio Falsi, presso il quale, con l’ausilio di tipografie affiliate e di consenzienti fabbriche di timbri, si riusciva a riprodurre ogni genere di documenti falsi - perfino passaporti per l’estero - ma perfettamente imitati tanto da trarre in inganno il più oculato dei controllori.
I pirati dell’Adriatico
Fu proprio una pattuglia di quei novelli bucanieri a catturare il 10 ottobre, davanti al faro di Lussinpiccolo, il piroscafo italiano Persia che, partito da Trieste verso Vladivostok, trasportava armi e munizioni, batterie da montagna, mitragliatrici e fucili. Era materiale da guerra per complessive tredicimila tonnellate che il governo italiano aveva venduto all’Armata Bianca in Russia e che sarebbe stato impiegato in combattimenti contro i bolscevichi. L’operazione abbordaggio e cattura fu compiuta da una dozzina di uomini a bordo di un Mas armato di cannoncino. L’equipaggio fraternizzò subitamente con gli uscocchi, e il piroscafo fu dirottato nel porto di Fiume avendo sull’albero di maestra la bandiera dei legionari.
Mentre il poeta armato chiedeva sostegno e fondi, che cosa faceva Mussolini per Fiume, in quei giorni?
Ben poco, e d’Annunzio se ne adontò. Il capo dei Fasci si limitava ad azioni dimostrative cui non seguivano iniziative concrete di pieno appoggio. Esaltava l’impresa sul suo giornale, come testimoniavano certi titoli: Francesco Saverio Nitti, vilissimo ministro borbonico, noi ti gridiamo sul grugno: Viva Fiume Italiana!, Sozzo mercante della dignità della Patria: Viva d’Annunzio.
Tutto ciò gli era anche suggerito dal fatto che i suoi lettori erano simpatizzanti fiumani, come dimostrava il sensibile aumento delle vendite che il «Popolo d’Italia» registrò nei primi due mesi della conquista dannunziana. Ma il poeta non otteneva da lui un vero aiuto sul terreno della strategia politica e dell’incoraggiamento ad accorrere a Fiume, forse perché Mussolini, non sapendo ancora che cosa aspettarsi da quell’avventura, giocava su più tavoli.
D’Annunzio si sentì tradito per il mancato appoggio alla sua impresa, e gli inviò a Milano una lettera minacciosa piena d’insulti. Era il 16 settembre. La lettera veniva consegnata al destinatario da una giovane signora, Alma Pinchetti, che a Fiume svolgeva il ruolo di «porta ordini» personale del Comandante. Mussolini la pubblicò quattro giorni più tardi, dopo averla sottoposta a un fotomontaggio truffaldino per epurarla dei passaggi scabrosi.
La manomissione fu compiuta con tanta destrezza che il «Popolo d’Italia» poté pubblicare la foto del testo firmato dal poeta, come se fosse stata davvero scritta di pugno da d’Annunzio senza le frasi offensive e senza le intimidazioni. Il testo integrale della lettera diceva [le parti soppresse da Mussolini sono in corsivo]:
«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho dato tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d’una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Non c’è nulla da fare contro di me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente.
«E voi tremate di paura! Voi vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell’uomo, quegli uomini. E voi state lì
a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con una energia che fa di questa impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi?
«Io ho tutti soldati, qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. E’ un’impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua.
«Non c’è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime; e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scotetevi, pigri nell’eterna siesta. Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m’ha visto. Alalà.»
Mussolini, nonostante la gravità della lettera, tergiversò ancora. E’ vero, lanciò subito la sottoscrizione così imperiosamente reclamata dal poeta, ma prese tempo per incontrarsi con lui e parlare di politica. Gli inviò una lettera interlocutoria, in cui gli annunciava una sua imminente visita a Fiume, ma poi la procrastinò di ben tre settimane. Gli scrisse: «Mio caro D’Annunzio, spero di arrivare a Fiume prima di questa lettera. Voglio dimostrarvi che io ho lavorato strenuamente. Che io sono deciso a tutto. Ma bisogna intendersi. Bisogna precisare gli obiettivi politici all’interno.
Dunque Mussolini gli parlava chiaro: «Bisogna precisare gli obiettivi politici». D’Annunzio invece pensava alla sollevazione dell’Italia, movendo da una marcia che da Fiume raggiungesse Trieste come prima tappa, per poi puntare su Roma. Già a Ronchi, nella notte che precedeva la partenza, aveva scritto nel suo diario: «Roma, la meta!».
Il falso di Abramo Lincoln
Il poeta stesso ogni tanto incappava in un falso a suo favore. Durante un comizio a Fiume, lesse con commozione il testo d’un messaggio in cui Abramo Lincoln, il presidente della libertà americana, aveva riconosciuto l’italianità di Fiume, scrivendo a metà Ottocento al patriota Macedonio Melloni che a Parma era insorto contro l’Austria. La traduzione del messaggio era attribuita a Mazzini, il che rendeva la cosa ancor più toccante, ma non ci volle molto a scoprire che il cosiddetto autografo mazziniano era opera di un falsario e che dell’originale del messaggio non c’era traccia.
Informazioni tratte da: Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori. |