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Mussolini si appropria dei soldi raccolti per D’Annunzio

A Fiume si ebbe un’altra pagina nera quando si diffuse la voce che Mussolini si era appropriato di gran parte delle somme raccolte con la sottoscrizione indetta dal suo giornale per sostenere la causa dei legionari. Il «caso» aveva preso le mosse da un esposto presentato al collegio dei probiviri dell’Associazione lombarda dei giornalisti da due redattori del «Popolo d’Italia», Arturo Rossato (Arros) e Giovanni Capodivacca (Giancapo), che si erano dimessi dal giornale per gravi contrasti politici con il loro direttore Mussolini. I due chiedevano l’indennità di liquidazione che il «professore» gli rifiutava e che poi non riconobbero nemmeno i probiviri nel lodo arbitrale. Comunque dal dibattito emerse con chiarezza che Mussolini si era servito di gran parte della sottoscrizione pro Fiume per organizzare e finanziare bande di facinorosi utilizzate a scopo intimidatorio durante la campagna elettorale del 1919. I reclutati erano soprattutto arditi ai quali si corrispose un compenso di trenta lire al giorno oltre il pagamento delle spese. Mussolini non poté respingere tutte queste accuse, e chiese a d’Annunzio una dichiarazione dalla quale risultasse che la distrazione d’una parte delle somme era stata da lui autorizzata. «Mio caro Benito Mussolini - gli rispondeva il poeta accogliendone la richiesta - attesto che, avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari ben scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica, io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti.»
Non solo tra gli avversari dei Fasci si gridava allo scandalo, ma anche fra quei legionari che imputavano a Mussolini una certa freddezza nel sostenere l’impresa fiumana. Nessuno riusciva a sapere con esattezza quanto il «professore» avesse incamerato. Una parte della somma sottoscritta era stata da lui personalmente consegnata al poeta nel viaggio compiuto a Fiume, e fino a quel momento si erano raccolte ottocentocinquantamila lire. La sottoscrizione raggiunse quasi i tre milioni complessivi, ma non si seppe quanto di quella cifra fosse effettivamente passato nelle mani di d’Annunzio, anche se Alceste De Ambris giurava che Mussolini non aveva trattenuto pìù di trecentomila lire.

Indisciplina e violenza nella vita a Fiume

Infiniti erano i casi di indisciplina e di violenza in quasi tutte le espressioni della vita cittadina. I militari, contravvenendo a precise disposizioni del Comando, rifiutavano di pagare il biglietto del tram, né si limitavano a ciò. Mostravano tutta la loro prepotenza con i bigliettai, li canzonavano, li aggredivano, tanto che il personale delle tranvie, in due o tre occasioni, scese in sciopero.
Frequentemente i legionari percorrevano le strade della città sparando all’impazzata e seminando il terrore fra la gente inerme.
I legionari non si comportavano meglio in occasione delle frequenti sfilate militari che si svolgevano lungo le strade della città. Pretendevano che i borghesi, uomini e donne, salutassero al passaggio bandiere e gagliardetti. Quei fiumani, soprattutto croati, che mostravano indifferenza o che rifiutavano di rendere omaggio ai drappi dannunziani, erano coperti di contumelie e spesso aggrediti.
Sistematico era il saccheggio dei prodotti agricoli e dei raccolti, con grave danno per i contadini che vedevano piombare sui loro campi i legionari come sciami di locuste distruttrici. Purtroppo le stesse esercitazioni belliche si svolgevano senza badare ai guasti che provocavano nelle campagne, travolgendo e distruggendo le già scarse coltivazioni delle colline carsiche.
In realtà di tanto in tanto si scoprivano individui che erano riusciti a farsi passare per legionari e che si erano infiltrati nelle milizie dannunziane con attestati e documenti falsi. Ma non sempre questi erano tra i più facinorosi, sebbene fossero arrivati a Fiume attratti dall’odore e dal sapore dell’avventura. Spesso erano lì soltanto perché vi avevano trovato un divertente modo di sbarcare il lunario. Soprattutto tra le loro file si celavano gli spacciatori di carta moneta italiana falsa.
Fiume è stata anche il rifugio di ogni sorta di individui, dal durissimo combattente all’avventuriero più losco, dal giornalista in fregola di corrispondenze sensazionali, alla spia del regio governo, dal colonnello in cerca di avventure femminili, al pederasta in cerca di avventure maschili. Fiume doveva essere un’impresa di vita, e invece troppi legionari vegetavano aspettando, e si dedicavano al gioco, alla cocaina, ai complotti».

I legionari passano con Mussolini

Nonostante questi “sgarbi”, quando l’avventura di Fiume finì, fu Mussolini ad incamerare nelle sue file la maggior parte dei seguaci del poeta. I legionari tornavano in Italia avviliti, orfani del loro Capo al quale si erano morbosamente legati nell’esaltante comunanza. L’incanto si era rotto! Che cosa fare? Dove andare? Buona parte di loro confluì nelle file del fascismo nascente, bisognosi d’una nuova Sirena, e vi portarono la ritualità dannunziana, la coreografia, i gesti, il cerimoniale, le metafore, con gli «alalà», il canto di «Giovinezza, giovinezza» e addirittura gli aggettivi più inopinati come l’«immarcescibile» del Trionfo della morte.

Informazioni tratte da: Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori.


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