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MySpace e il nuovo big bang

Sono molto incuriosito da MySpace, una delle nuove frontiere di Internet, che sta avendo un successo incredibile.
Ho trovato questo articolo che ne spiega alcuni aspetti. Ve lo giro.

È cominciata la seconda corsa all’oro di internet. Ma questa volta i protagonisti
sono persone vere, che creano contenuti e raccontano la loro vita
di JOHN LANCHESTER, THE GUARDIAN, GRAN BRETAGNA, riportato da “INTERNAZIONALE”, pag. 46, n. 680,16 FEBBRAIO 2007

Nel luglio del 2005 Rupert Murdoch annunciò un’operazione che a molti sembrò una follia: spese 580 milioni di dollari per comprare un’azienda online nata solo due anni prima. Si trattava di MySpace, l’esempio di maggiore successo dei siti di social networking, quei posti dove i ragazzi possono pubblicare le loro fotografie, tenersi in contatto con gli amici, far conoscere la propria musica, rispondere a inutili questionari e, in generale, parlare quanto vogliono dell’argomento preferito da tutti i ragazzi del pianeta: se stessi. Per i pochi adulti che lo conoscevano il sito era una moda passeggera, e tra i maniaci del computer non era molto apprezzato a causa della sua struttura terribilmente irregolare.
Meglio non parlare, poi, del modello aziendale, cioè del modo in cui prima o poi avrebbe dovuto guadagnare qualcosa: MySpace non incassava praticamente niente. Insomma Murdoch, che aveva già perso molti soldi con il primo boom del web, aveva preso un’altra fregatura.
Invece nell’agosto del 2006 MySpace, che ormai è uno dei siti più visitati del mondo, ha firmato un accordo con Google in base al quale nei prossimi quattro anni il motore di ricerca garantirà al sito 900 milioni di dollari provenienti dalla pubblicità collegata alle ricerche. Murdoch ha sicuramente commesso grossi errori nella sua vita, ma MySpace non è uno di questi. Il sito è il prototipo dell’ultima ondata di innovazioni basate non tanto su nuove tecnologie quanto sul modo in cui le persone cominciano a usare le tecnologie esistenti. E interessante che uno dei fondatori di MySpace, Tom Anderson, sia una figura un tempo considerata rara nel mondo di internet: un laureato in lettere che invece di specializzarsi in informatica ha fatto un master in critica cinematografica.
Qualcuno ha definito la tecnologia "una cosa che ancora non funziona". È una battuta che contiene una profonda verità: un oggetto lo consideriamo frutto della tecnologia quando è ancora una novità e, come tutte le cose nuove, non funziona ancora come dovrebbe. Nessuno pensa alla ruota come a un prodotto della tecnologia, anche se è l’invenzione più importante nella storia dell’uomo. Il libro è una conquista senza precedenti che si basa su un altro prodotto tecnologico, forse il più importante: l’alfabeto.
È proprio quando le persone non considerano più un prodotto come risultato della ricerca tecnologica che quella cosa diventa importante. La ruota, i pozzi, i libri, gli occhiali sono stati ognuno una meraviglia del mondo, mentre oggi sono oggetti comuni dì cui non possiamo fare a meno. Internet non è ancora a questo punto, ma sta per arrivarci. Le persone della mia età - sono nato nel 1962 - ricordano molto bene la prima volta che hanno visto un televisore a colori. Nel mio caso è stato nel 1968 ai grandi magazzini Harrods, dove i miei genitori mi avevano portato. Lo stesso discorso vale per gli utenti più giovani della rete che non hanno mai sentito il sibilo e le vibrazioni di un modem mentre compone il numero e si collega a internet. Per loro il web è sempre a portata di mano: è sempre stato lì ed è accessibile da qualsiasi posto e in qualsiasi momento. I modem senza fili, che rendono internet disponibile ovunque come l’aria, a me sembrano ancora miracolosi, mentre per un bambino di dieci anni sono la cosa più comune del mondo. Ormai le persone stanno crescendo con internet, e internet sta crescendo con loro.
La posta elettronica è sempre stata molto pratica e utile, ma i ragazzi sotto i 25 anni non hanno mai conosciuto l’epoca in cui non era infestata dallo spamming. Ed è per questo che preferiscono usare le chat o gli sms. Nelle aziende, mi ha raccontato una volta un editore, "l’email è diventata uno strumento di tortura". Ormai le persone non leggono più le email: le scorrono velocemente per capire di cosa si tratta, e per qualsiasi precisazione o informazione importante preferiscono usare altri mezzi. L’epoca eroica dell’email è già passata. Nessuno poteva prevederlo, come nessuno poteva prevedere il numero straordinario di blog che vengono scritti - non necessariamente letti - in tutto il mondo. Negli ultimi tre anni è raddoppiato ogni sei mesi: oggi su internet ci sono più di 50 milioni di blog; ogni giorno se ne creano 175mila, cioè due al secondo; le lingue dominanti sono il cinese, il giapponese e l’inglese; ogni giorno si pubblicano 1,6 milioni di post.
Ho preso questi dati da Technorati, un motore di ricerca dei blog indispensabile per chi è interessato alla rete. Com’è fatto un blog tipico? C’è chi parla di quello che ha mangiato a colazione, chi si lagna del fidanzato, chi inserisce foto terribili del suo cane o chi racconta che ieri sera ha giocato a Pong e che l’ha trovato molto più divertente di certi nuovi giochi. C’è chi si lamenta di quanto è duro fare il poliziotto e chi racconta la sua vita sessuale da statunitense espatriato in Cina. Proprio questo blog, Chinabounder, ha scatenato una caccia al blogger diventata a sua volta argomento del blog Who is Chinabounder? È quasi impossibile pensare a un argomento che oggi non sia oggetto di un blog.

Tre caratteristiche

L’etichetta che riassume il fenomeno è "web 2.0". È stata coniata nel 2004 dal guru di internet Tim O’Reilly per indicare "un atteggiamento più che una tecnologia". Web 2.0 è il nome della seconda corsa all’oro di internet, dopo quella che nel 2000 ha prodotto il più grande spreco di capitali della storia degli investimenti. Dal punto di vista commerciale l’aspetto principale di questa fase è che importanti aziende stanno investendo molto denaro in nuovi progetti che hanno tre caratteristiche in comune: sono nati dal nulla con sorprendente rapidità; non incassano praticamente un centesimo; e la maggior parte dei loro contenuti è fornita dagli utenti. Per questo Murdoch ha comprato MySpace nel luglio del 2005, Yahoo! ha comprato Flickr nel marzo dello stesso anno e secondo alcuni potrebbe comprare Facebook per circa un miliardo di dollari.
Ma l’operazione più importante dal punto di vista economico è stata, a ottobre, l’acquisto di YouTube da parte di Google per 1,6 miliardi di dollari. Un bel mucchio di soldi per i due fortunati nerd, Chad Hurley e Steve Chen, che hanno fondato YouTube nel febbraio del 2005. Da allora il valore della loro creatura è aumentato al ritmo di oltre cento milioni al mese. Senza dubbio un record mondiale. Un fatto davvero eccezionale per i fondatori di un’azienda che non guadagna niente.
I siti del web 2.0 sono fatti di "contenuti creati dagli utenti". Internet non è più il regno delle grandi aziende che ti dicono cosa devi fare, pensare o comprare;la rete è fatta di cose create dalle persc ne. E queste creazioni rientrano in di categorie molto generali, che non sor distinte tra loro ma si confondono, sì sovrappongono e si mescolano. La principale categoria è la raccolta collettiva di informazioni. Uno degli esempi più impc tanti è quello che è successo dopo l’uragano Katrina, quando i sopravvissi erano dispersi, le notizie caotiche e contraddittorie, e il governo sembrava a perso temporaneamente il controllo d la situazione. Un gruppo di maniaci di internet, guidato dall’hacker Da Geilhufe, si rese conto che le informazioni erano sparse su blog e siti web. Così mise insieme una squadra di un migliaio di volontari per "estrarre dallo schermo" le informazioni e farle confluire in un unico sito, Katrinalist.net. Nel giro di un solo giorno raccolse notizie su circa 50mila sopravvissuti. Nessun altro mezzo d’informazione avrebbe potuto farlo, e nessuna agenzia del governo ci avrebbe mai pensato.
La possibilità di collaborare fa di internet uno strumento molto potente per la raccolta di informazioni. Wikipedia, la più grande enciclopedia disponibile in rete, è molto criticata dai mezzi d’informazione tradizionali o - come li chiamano i blogger - mainstream media. Attaccare Wikipedia va molto di moda sulla stampa: non si può negare che quest’enciclopedia abbia dei difetti, ma è anche uno strumento di consultazione di una straordinaria ricchezza e facilità di accesso. E quando l’argomento di ricerca non è troppo delicato, è anche molto utile. La regola generale da seguire con Wikipedia è che le voci più discusse sono quelle meno utili. Negli Stati Uniti, se uno studente universitario usa Wikipedia viene bocciato.
Un altro sito collettivo che consulto ogni giorno è Digg, in cui i lettori votano gli articoli più interessanti. Digg, Wikipedia e altri siti simili sono anche l’argomento di un recente articolo di Jaron Lanier, la persona che ha inventato l’espressione "realtà virtuale" e che sulla rivista online Edge si lamenta del "maoismo digitale" e della tendenza di questi siti a formare una "mente alveare", cioè una realtà collettiva e condivisa (Internazionale 651). Lanier non ha tutti i torti: non è certo sui siti dove si raccolgono gli articoli più letti o più votati che si trovano le idee più originali.
Lì però si riesce a capire cosa leggono e di cosa parlano gli utenti della rete. Molti contenuti sono interessanti e divertenti, ed è facile scartare il resto. La velocità con cui si possono saltare le cose più noiose è uno dei pregi di internet.
La seconda grande categoria del web 2.0 è quella dei siti personali, i cosiddetti me media. Tuttavia, la distinzione con la prima non è netta. Del.icio.us, per esempio, è un sito in cui le persone segnalano i loro posti preferiti del web: siti, blog o qualsiasi altra cosa. Questa caratteristica lo rende personale. Chiunque legga le segnalazioni, però, può
etichettare le voci, cioè dargli un titolo, e questo attribuisce al sito anche un aspetto collettivo: Del.icio.us parla delle preferenze delle persone, ma da una prospettiva di gruppo. Mi sono accorto che lo uso soprattutto perché mi incuriosisce sapere cosa interessa alle persone che hanno gusti simili ai miei.

Gruppi musicali

Flickr è un altro sito tra il personale e il collettivo. È un posto in cui le persone pubblicano delle fotografie, spesso classificandole in diverse categorie. La foto di una ragazza in bikini su una spiaggia brasiliana, per esempio, può comparire sotto "spiaggia", `bikini" o "Brasile". Non capisco bene perché le persone ci tengano tanto a mettere le loro foto su Flickr o perché gli altri vogliano vederle, ma è un problema mio. Comunque, sono in milioni a farlo.
YouTube, invece, rientra più nella categoria personale. In sostanza è un’enorme contenitore in cui le persone possono inserire video di qualsiasi cosa. Volete filmarvi mentre state in equilibrio su una gamba sola e farlo vedere a tutti? Usate YouTube. Poi, però, chi vede il filmato può dire se gli piace o no: questo è l’aspetto collettivo. Buona parte di quello che compare su YouTube è rubato dalla tv. Negli Stati Uniti il sito è diventato famoso quando ha trasmesso uno sketch intitolato Lazy sunday, tratto dal programma Saturday Night Live. La Nbc ha costretto YouTube a toglierlo, ma la
vicenda ha fatto una pubblicità enorme al sito. Tranne il materiale pornografico, è possibile pubblicare qualsiasi cosa su YouTube: il sito contiene a198 per cento materiale così noioso da fare concorrenza ai sonniferi. Uno dei personaggi più popolari su YouTube è Peter, un uomo di 79 anni del Norfolk che si lamenta della vita moderna. L’unico punto forte è che Peter è la persona più anziana del sito. È una versione più dolce, più noiosa, meno divertente e meno incisiva di Victor Meldrew, il protagonista di una serie tv della Bbc: Onefoot in grave. È amato da tutti.
Potremmo dire che i siti collettivi sono utili e che quelli personali sono interessanti. Il Godzilla, il peso massimo dei siti personali è MySpace. I lettori delle pagine di economia hanno sentito parlare per la prima volta di MySpace quando lo ha comprato Murdoch nel 2005. Il sito è diventato noto al grande pubblico un anno dopo grazie alla scoperta di tre fenomeni musicali esplosi con MySpace: Gnarls Barkley, gli Arctic Monkeys e Lily Allen.
Non è un caso: è stata proprio la musica a fare la sua fortuna. Nel 2003, quando è stato lanciato MySpace, il più grande sito di social networking era Friendster, che non permetteva ai gruppi musicali di farsi pubblicità. Quelli di MySpace capirono che era un errore, anche perché la musica è al centro degli interessi dei ragazzi: i gruppi erano un motivo per attirarli sul sito e offrirgli qualcosa di cui parlare. "La musica è stata uno dei pilastri del nostro successo", racconta oggi Tom Anderson. "Sul sito ci sono già più di due milioni di band, e il loro numero continua ad aumentare. Quando altri artisti - comici, registi, designer - hanno scoperto il sito, il successo ottenuto con la musica si è moltiplicato. Se ti occupi di cultura e produci del materiale interessante, puoi raggiungere molte persone in pochissimo tempo. Questo vale sia per un rapper famoso come Snoop Dogg sia per un gruppo musicale senza nome che suona in un garage di Liverpool".

Non esisti

Tutto ciò che è considerato cool è un affare. MySpace rientra in questa categoria. Ha oltre 110 milioni di utenti registrati e se fosse un paese sarebbe il decimo al mondo, subito dopo il Messico. Il suo pubblico, formato in prevalenza da giovani borghesi occidentali, è il sogno di qualsiasi pubblicitario. In futuro questo potrebbe perfino essere un problema per MySpace, perché le aziende diventeranno sempre più abili nel manipolare il caos apparente e la spontaneità del sito per vendere i loro prodotti: su YouTube c’è stata di recente una polemica a proposito di un falso videoblog intitolato Lonelygirll5.
Chris DeWolfe, l’amministratore delegato di MySpace, ha risposto seccato quando gli ho chiesto un commento: "Non capisco come si potrebbe costruire un falso su MySpace", ha dichiarato. "La comunità rifiuta tutto ciò che non è autentico". Va bene, ma la comunità potrebbe anche decidere che lo stesso MySpace non è completamente autentico. Comunque, nonostante si vociferi di qualche montatura, per il momento il sito va alla grande. "Se non sei su MySpace", ha dichiarato un teenager statunitense, "non esisti".

L’aspetto più impressionante sono le dimensioni del pubblico.
Appena si cominciano a sfogliare le pagine di MySpace, il sito chiede all’utente quale paese gli interessa, quale sesso, quale fascia di età, o se vuole solo vedere le persone che hanno pubblicato una loro fotografia. Se si lasciano le opzioni di default, MySpace mostra le pagine delle donne afgane dai 18 ai 35 anni che hanno una foto nel sito. Sono tremila. lo pensavo che fosse un errore: tremila donne di Kabul che facevano capolino dal burka per lamentarsi delle loro suocere? Ma quando ho cominciato a cliccare, la prima pagina che ho visto è stata quella di una soldata diciottenne dell’esercito americano di base a Bagram. Allora mi sono reso conto che la maggior parte di queste pagine è di donne soldato e che MySpace è un posto in cui si può comunicare, se non proprio con chiunque al mondo, sicuramente con una soldata dell’esercito degli Stati Uniti che ama i Ramones, che ha un debole per i sottaceti, che ha paura dei serpenti e che sogna di sviluppare degli addominali d’acciaio. Di pagine come quella ce ne sono altre cento milioni.
C’è qualcosa di inquietante in questo fenomeno. Non so cosa pensare di persone che si mettono in mostra e sembrano così disponibili e facili da contattare. Personalmente mi sento un intruso quando guardo la pagina di qualcuno su MySpace. Mi rendo conto che la mia è una reazione insensata, perché lo scopo di quelle pagine è farsi vedere.

Diverse versioni di se stessi

Mentre scrivevo questo articolo, ho mostrato MySpace a diverse persone che non lo conoscevano, e gli ho chiesto cosa ne pensavano. Una delle risposte migliori è stata quella di mia moglie: MySpace le ricordava i diari degli adolescenti, quelli che vengono riempiti di cartoline, fotografie, liste di cose preferite e odiate, scarabocchi, amici, fidanzati, fiori secchi, storie d’amore. Certo, è vero anche questo, ma in realtà non si può trovare una metafora per descrivere MySpace. È una cosa davvero originale, al punto da far paura.
Di questi tempi una delle cose che spaventano di più è la pedofilia. Negli Stati Uniti sono in corso processi intentati da persone molestate online e c’è un progetto di legge contro MySpace, in discussione al congresso: il Deleting online predators act. Senza dubbio non è possibile sapere se le persone sono davvero come si presentano, ma bisogna anche considerare che gli adolescenti, più di chiunque altro, hanno bisogno di un posto dove definire la loro identità e sperimentare diverse versioni di se stessi. In Gran Bretagna MySpace ha oltre quattro milioni di utenti registrati e a giugno gli accessi sono stati 1,6 miliardi. Buona parte del traffico, forse tutto, è costituita da adolescenti, che nella vita reale hanno sempre meno opportunità di incontrarsi e di interagire. In genere su MySpace ci si limita a gironzolare, una cosa che gli adulti trovano difficile da capire.
Cosa succede lì dentro? Niente. È proprio questo il punto.
Per i ragazzi l’utilità di tutto questo non è roba da poco. Un’amica mi ha interrotto subito quando ho cominciato a parlare delle paure suscitate da MySpace. I suoi figli sono molto affezionati a Bebo, un sito simile a MySpace ma limitato alle scuole e alle università. "Leila aveva invitato alcuni compagni di scuola. Lei ha 13 anni, suo fratello Tom undici. È difficile quando le ragazze sono più grandi dei ragazzi, ero preoccupata. Ma appena arrivati si sono subito trovati bene, perché sapevano già tutto di Tom grazie a Bebo - quali gruppi musicali gli piacevano e così via - e lui sapeva già chi erano loro. Così hanno cominciato a parlare e non si sono più fermati, non c’è stato nessun momento di imbarazzo. È stato fantastico. Soprattutto in confronto a quello che succedeva quando io ero adolescente. Credo di aver passato la seconda metà degli anni settanta a cercare di chiacchierare con ragazzi che erano ancora più imbarazzati di me. Grazie a internet questo non succede più".

Un caso limite

Forse l’aspetto più preoccupante è proprio il contrario di quello che fa paura. MySpace mette in contatto le persone, ma è vero anche che le separa. Nel 2000 un uomo che si chiamava Mitch Maddox ha cambiato ufficialmente il suo nome in Dotcomguy e ha passato un anno senza uscire di casa: faceva tutto su internet, anche la spesa. È un caso limite - e piuttosto deprimente - ma fa riflettere su com’è diventato il mondo. Alla fine, comunque, Maddox ha ripreso il suo vecchio nome. Ha dimostrato che ci si può guadagnare da vivere, fare la spesa, pagare le tasse, divertirsi, avere amici e rapporti senza uscire di casa, senza allontanarsi dal computer se non per andare al frigorifero o in bagno. Francamente mi sembra molto deprimente.
Tom Anderson non è d’accordo. "Per la maggior parte degli utenti di MySpace", mi ha spiegato, "le persone che si frequentano in rete sono spesso anche amici nella vita. Quando vanno sul sito usano solo un mezzo diverso per stare insieme. Una persona che vive a Leeds e un attore che abita a Los Angeles probabilmente non si incontrerebbero mai se non fosse per MySpace. Il sito allarga la possibilità di fare amicizie".
Insistendo sul mio punto di vista gli chiedo se il tipo di relazioni che nascono su MySpace non svaluti l’idea di amicizia. Anche in questo caso Anderson non è d’accordo. "È molto meglio se puoi collegarti con il vicino di casa e allo stesso tempo con la band musicale Black Eyed Peas. MySpace offre ai suoi utenti la possibilità di raggiungere una varietà incredibile di persone e di avere contatti diretti con loro. Non penso che svaluti l’amicizia, ma piuttosto che allarghi il raggio dei potenziali amici".
Può darsi. Cinque anni fa stavo controllando la mia casella di posta elettronica in un internet café di Sydney. Per curiosità ho cominciato a sbirciare discretamente sugli schermi dei miei vicini. A sinistra c’era una di quelle ragazze statunitensi che vanno in giro per il mondo con lo zaino in spalla. Stava scrivendo a un tizio che aveva conosciuto in India per decidere se dovevano rivedersi e andare avanti con la loro relazione o se era meglio lasciar perdere. Alla mia destra un uomo con il turbante stava scrivendo a una donna - di sicuro non sua moglie - che sua moglie non lo capiva. Tutti quelli che navigano su internet sono soli davanti allo schermo di un computer. Molti di loro non vorrebbero essere soli, ma in fondo preferiscono così perché hanno paura dell’alternativa.
Mettete qualcuno davanti a un computer, fategli capire che è completamente solo e poi state a guardare quello che succede: cercherà altre persone, ma solo fino a un certo punto. Avrà amici che non sono proprio amici, e un’intensa vita online, che non è proprio come avere una vita sociale. Si sentirà più connesso, ma sarà comunque solo. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono sole. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono al centro del mondo. Tutte le persone sedute davanti a un computer vogliono soprattutto parlare di sé. Questa è una prima idea di quello che vorranno dalla rete le persone cresciute con internet. Una delle cose più intelligenti di MySpace è il suo nome.

L’autore è JOHN LANCHESTER è un giornalista e scrittore britannico. Collabora con la London Review of Books. Ha scritto ll porto degli aromi (Longanesi 2004) e L’uomo che sognava altre donne (Tea 2003). Nel numero 634 Internazionale ha pubblicato l’articolo Nell’occhio di Google.


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