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Nell’email dedicata ai kamikaze
palestinesi ci sono stati vari interventi di risposta, tutti animati da
rispetto per le vittime innocenti degli attentati, na manche per i combattenti
della causa palestinese.
Interessante un contributo che cita Pietro Micca, forse il più
celebre kamikaze italiano.
Come vi annunciavo nel precedente intervento, questa volta segnalo un
episodio accaduto a Vienna nel 1938. È il racconto di ciò
che fecero due ragazze viennesi, di "razza tedesca", ma che
non vollero essere complici in silenzio delle prepotenze naziste. Insieme
è la storia dell’altro co-protagonista della vicenda, un pediatra
ebreo, vittima dell’odio razzista.
"Alle 19 e 50 di venerdì
11 marzo 1938, l’Austria cessò di esistere.
Alle 21 e 30 Elfie, la mia migliore amica, mi telefonò. Potevamo
incontrarci alla statua di Johann Strauss nel parco? Bisbigliò.
"Perché bisbigli?" Le chiesi stupidamente, come avrei
presto scoperto.
"Vieni." Disse e riattaccò.
Mentre aspettavo Elfie nello Stadtpark deserto, udii per la prima volta
quel suono: quel grido ritmico di molte voci, e poi quelle parole che
non avevo mai sentito prima e non potevo quasi distinguere da quella distanza:
"Deutschland erwache! Juda verrecke!" ("Germania svegliati!
Morte agli ebrei!") Quando arrivò Elfie, ci ritrovammo entrambe
in piedi nel parco, irrigidite, in ascolto. Poi lei disse: "Mio padre..."
e si interruppe.
"Cosa è successo a tuo padre?" Le chiesi.
"E’ un nazista." Disse con la tensione nella voce. "Me
l’ha detto stasera."
Si mise a piangere. "Mi ha detto che non dovevo più parlare
con nessun ebreo a scuola, e che comunque" la sua voce aveva perso
colore "che tutto il posto sarà "disinfettato" da
cima a fondo. Cosa devo fare?" Singhiozzò.
Due giorni dopo, io ed Elfie
giravamo per Vienna dalla mattina alla sera. Nel Graben, una delle più
belle strade di Vienna, vicino a casa mia, ci imbattemmo in una scena
spaventosa. Sorvegliate da uomini con una uniforme bruna e un bracciale
con la svastica - con un folto gruppo di cittadini viennesi a guardare,
e molti ridevano - una dozzina di persone di mezza età, uomini
e donne, erano in ginocchio a strofinare il marciapiede con spazzolini
da denti.
Inorridita, riconobbi tra loro il dottor Berggrun, il nostro pediatra,
che mi aveva salvato la vita quando, a quattro anni, ero stata colpita
dalla difterite. Mi vide avanzare verso un uomo con l’uniforme bruna;
scosse la testa e disse "No" mentre continuava a sfregare con
lo spazzolino da denti. Chiesi al soldato cosa stavano facendo; erano
impazziti?
"Come osi" gridò. "Sei ebrea?"
"No, e come osate voi?" Gridai, e dissi che uno degli uomini
che stavano umiliando era un grande medico, che aveva salvato molte vite.
"E questa sarebbe la nostra liberazione?" Gridò Elfie,
rivolta a tutti loro.
Era una ragazzina di una bellezza abbagliante, ma la sua voce era già
educata per il canto, ed era limpida come cristallo.
In due minuti, la folla si era dispersa, i soldati se n’erano andati,
gli "spazzini" si erano rialzati e si allontanavano.
"Non fatelo più" ci disse con durezza il dottor Berggrun.
"È una cosa molto pericolosa."
Lo gassarono a Sobibor nel 1943.
Sereny Gitta, "Il lotta con la verità", Rizzoli, pag.
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