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Eccoci qui con una mailing
list, uno strumento nuovo dentro lo strumento nuovo che è Internet.
Le prime apparizioni di nuovi linguaggi di comunicazione – il cinema,
il romanzo popolare, o l’odierna telematica – scatenano a volte reazioni
eccessive in un pubblico non preparato.
Nelle prime proiezioni dei fratelli Lumiere, quando c’era "L’arrivo
del treno" sullo schermo, gli spettatori si alzavano per la paura di essere
travolti.
Nella rappresentazione di una tragedia ad Atene, il pubblico ne fu così
scosso che la vietò e mandò in esilio l’autore.
Quando Sue, nel 1842 pubblica a puntate i "Misteri di Parigi", i
lettori gli offrono soldi per soccorrere il protagonista letterario, quasi
che noi mettessimo su una colletta per comprare il corredo a Renzo e Lucia
che si sposano.
Primo Levi, mentre descrive il pubblico dei film in Russia, nota che la
gente tira zolle di terra contro il "cattivo" che arriva sullo schermo.
Ecco i tre brani su questo fenomeno. Iniziamo con la rappresentazione
di una tragedia ad Atene. Julian Jaynes, in "Il crollo della mente
bicamerale", [Adelphi pag. 555] racconta:
"Vorrei invitarvi a riflettere su quel che poteva significare, per
un individuo del lontano primo millennio a.C., provare angosce che non
avevano un proprio meccanismo innato d’arresto, e prima che gli esseri
umani apprendessero processi coscienti di pensiero per fare questo []per
calmare le proprie emozioni e sedare il turbinio nel loro linguaggio interiore].
Ciò è dimostrato dal famoso incidente riferito da Erodoto quando narra
della prima rappresentazione di una tragedia ad Atene. La tragedia, che
fu rappresentata una sola volta, era La presa di Mileto di Frinico,
e descriveva il sacco della città ionica da parte dei Persiani nel 494
a.C. — cioè l’anno precedente. La reazione del pubblico fu così esasperata
che l’intera città di Atene si fermò per parecchi giorni; Frinico fu esiliato,
per non essere mai più nominato, e la sua tragedia fu bruciata.
Racconta Umberto Eco in "Il superuomo di massa - retorica e ideologia
nel romanzo popolare":
«Eugène Sue inizia la pubblicazione a puntate de I misteri di Parigi
il 19 giugno del 1842. Tra le centinaia di lettere che gli arrivano,
tra nobildonne che gli aprono inebriate le porte della loro alcova, proletari
che salutano in lui l’apostolo dei poveri, letterati di fama che si onorano
della sua amicizia, editori che se lo contendono con contratti in bianco,
il giornale fourierista Phalange che lo glorifica come colui che
ha saputo denunciare la realtà della miseria e dell’oppressione, gli operai,
i contadini, le grisettes di Parigi che si riconoscono nelle sue
pagine, qualcuno che pubblica un Dizionario dell’argot moderno, opera
indispensabile per la comprensione de « I misteri di Parigi » di M. Eugène
Sue, completato da una storia di una giovane detenuta di Saint-Lazare
raccontata da essa medesima, e due canzoni inedite di due prigionieri
celebri di Sainte-Pélagie, i gabinetti di lettura che affittano le
copie del Journal des Débats a dieci soldi ogni mezz’ora, gli analfabeti
che si fan leggere le puntate del romanzo dai portinai eruditi, malati
che attendono per morire la fine della storia, il presidente del Consiglio
in preda ad accessi di collera quando la puntata non appare, i giochi
dell’oca ispirati ai Misteri, le rose del Jardin des Plantes battezzate
coi nomi di Rigolette e Fleur-de-Marie, quadriglie e canzoni ispirate
alla Goualeuse e allo Chourineur, appelli disperati come peraltro il romanzo
di appendice già conosce e conoscerà ancora («fate tornare lo Chourineur
dall ‘Algeria! non fate morire Fleur-de-Marie!»), l’abate Damourette che
fonda un ospizio per orfani spinto dalle pagine del romanzo, il conte
di Portalis che presiede all’istituzione di una colonia agricola sul modello
della fattoria di Bouqueval descritta nella terza parte, contesse russe
che si sottomettono a lunghi viaggi per avere una reliquia del loro idolo.
Tra queste ed altre deliranti manifestazioni di successo, Eugène Sue tocca
il vertice sognato da ogni romanziere, realizza di fatto quello che Pirandello
potrà soltanto immaginare: riceve dal pubblico del denaro per soccorrere
la famiglia Morel.
Infine il terzo brano:
Primo Levi racconta in "La tregua", di come i russi si appassionavano
durante le proiezioni dei film, non distinguendo più la finzione cinematografica
e immedesimandosi nei personaggi di celluloide:
"Era per loro come se i personaggi del film, anziché ombre, fossero
amici o nemici in carne ed ossa, a portata di mano. Il marinaio era acclamato
ad ogni sua impresa, salutato con urrà fragorosi e con i mitra pericolosamente
branditi al di sopra delle teste. I poliziotti e i carcerieri venivano
insultati sanguinosamente, accolti con grida di «vattene», «a morte»,
«abbasso», «lascialo stare». Quando, dopo la prima evasione, il fuggiasco
esausto e ferito viene nuovamente incatenato, e per di più schernito e
deriso dalla maschera sardonica e asimmetrica di John Carradine, si scatenò
un pandemonio. Il pubblico insorse urlando, in generosa difesa dell’innocente:
una ondata di vendicatori mosse minacciosa verso lo schermo. Volarono
contro il telone sassi, zolle di terra, schegge delle porte demolite [in
precedenza c’era stato un furioso accalcarsi per assistere allo spettacolo],
perfino uno scarpone d’ordinanza, scagliato con furiosa precisione fra
i due occhi odiosi del gran nemico, campeggiante in un enorme primo piano."
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