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Oggi un messaggio
dedicato al concetto di "lavoro". Il brano che riporto presenta
uno degli ultimi "buoni selvaggi" europei. In un continente
che nel 1800 vede espandersi il capitalismo, sopravvivono ancora oasi
di "non lavoro", di uno stadio precedente all’agricoltura.
Insieme alla citazione trovate allegato un file di testo in RTF che parla
di "Lavori strani". È una traccia per tentare di realizzare
un libro a più mani sui mestieri insoliti.
Sto mettendo insieme il materiale per questo nuovo libro, non necessariamente
umoristico, basato su brevi descrizioni di lavori particolari.
Ecco qui sotto un abbozzo di introduzione/premessa, che troverete più
estesa nel file allegato:
"Il mercato del lavoro sta impazzendo. Crescono i lavori "senza
colleghi", le piccole nicchie del mercato dove qualcuno si è
ricavato un orticello
Ci piacerebbe quindi fare una NON-MAPPA, una rassegna caotica di professioni
insolite, alcune descritte con 20 righe, altre con due o tre pagine, che
narrino dei lavori poco conosciuti e poco fatti, o comunque dei casi esemplari
che mostrino come si sia diversificato il mercato del lavoro
Può essere un libro a più mani. Basterà chiudere
i brani con un: "Testimonianza raccolta da X Y"
Ecco l’elenco dei ritratti già pronti:
1 Il falsario
2 Gestrice (webmistress) di un sito porno
3 Becchino a Benares
4 Eiaculatore di tori
5 Direttore generale di quotidiano
6 Copiatore di assegni
7 "Baba" turistico
8 Taglialegna saltuario
9 Insegna vivente
Ho anche messo su una pagina
internet con il materiale. La trovate su
http://www.ilpalo.com/lavori-strani/index.htm
A tutti sarà capitato
di conoscere gente che fa mestieri insoliti.
Se avete tempo di leggere l’allegato e di, magari, scrivere un ritrattino,
inviandomelo a fr.cascioli@tin.it,
la cosa mi farebbe enorme piacere.
In ogni caso grazie per l’attenzione.
Francesco
Ecco la citazione, tratta da:
Charles Cottu, "Una visita a Rodi", "Revue des Deux Mondes",
1844, citato da Gianni Guadalupi in "Orienti", Feltrinelli,
pag. 107.
"Tre ore dopo la nostra partenza dalla città, all’estremità
di una pianura coperta di mirti e di eriche, le rovine della vecchia Rodi
ci apparvero in cima a una montagna. Ci lanciammo al galoppo, ma il sentiero
che bisognava seguire divenne ben presto così ripido che preferimmo
smontare dalle nostre bestie per scalare la collina a piedi. Mi arrestai
a metà strada presso urta capanna di legno perduta tra il fogliame;
due ragazzi e uno schiavo negro intagliavano pali davanti a un venerabile
turco dalla lunga barba che fumava la sua pipa accoccolato sotto un albero.
Sopra la mia testa, i miei compagni si erano fermati in un bosco di sicomori
e di pini; raggruppati presso i muli su una roccia, mi facevano segno
di affrettarmi e mostravano bottiglie e provviste che stavano tirando
fuori dai panieri. Quella vista mi ridiede lena, e con un ultimo sforzo
raggiunsi una di quelle solitudini amate dagli anacoreti: il cielo, il
mare, l’acqua sussurrante, la pianura sfuggente in lontananza, nulla mancava
al paesaggio. Le nostre guide avevano disteso i tappeti presso una sorgente
che scaturiva dalla montagna e cadeva in una vasca di marmo; ci servirono
subito il pane e la carne su grandi foglie, immersero le bottiglie di
vino nell’acqua, e tutti, accovacciati dietro i muletti che scuotevano
le teste cariche di sonagli, ci mettemmo allegramente a mangiare.
Mentre portavo il bicchiere alle labbra, vidi avanzarsi il turco dalla
barba bianca accanto al quale ero passato, seguito dai suoi due figli
e dallo schiavo, che portava il fuoco in un braciere e delle tazze da
caffè in un canestro. Il bel vecchio, senza la minima esitazione,
sedette sul mio tappeto, posò le mani sui cuore, chinò leggermente
la testa e pronunciò lentamente qualche parola gutturale che ci
fu così tradotta:
"Siate i benvenuti nel mio dominio, e che Allah vi conservi sani!"
Tutte le mani deposero allora davanti al musulmano il pane, il paté,
il pollo, ma egli rifiutò; io allora gli porsi il mio bicchiere
dicendo:
"Bevete il vino dei cristiani, che rende il cuore gioioso e fa amare
le opere di Allah." Egli respinse dolcemente il mio braccio e rispose:
"Devo digiunare fino a sera, e il profeta ha proibito il vino ai
credenti."
"Ma poiché Dio ha messo la vite sulla terra, non è
stato forse affinché l’uomo ne gustasse il succo?"
"Dio", riprese il turco con calma, "ha posto l’uva nei
paesi d’Europa, e non ha proibito il vino ai cristiani; ma in Oriente,
in luogo della vigna, Allah fa maturare le arance, i limoni e i cocomeri,
che sono piccole sorgenti di frescura sotto il nostro sole di fuoco; Allah
non ha voluto che noi avessimo il vino, fonte di calore nei vostri freddi
climi."
Il vecchio riempì la pipa e la tese al negro; questi posò
un piccolo carbone sul tabacco, aspirò qualche boccata per accenderlo,
e dopo aver asciugato il bocchino d’ambra con la mano la porse al padrone,
il quale, dopo averla tenuta per un istante, me la offrì in segno
d’amicizia. Lo schiavo raccolse poi alcune pietre piatte, le coprì
di ceneri calde e preparò il caffè, che i figli del vegliardo
ci servirono. Quella montagna coperta di foreste, quei campi magnifici,
i castelli disseminati nei boschetti di olivi che dominavamo con lo sguardo,
appartenevano a quel turco. Devoto musulmano, egli non aveva che un desiderio,
quello di recarsi alla Mecca con i figli e di cingere il turbante verde,
distintivo di Coloro che hanno compiuto il santo pellegrinaggio. Propose
di venderei quella ricca tenuta per ottomila piastre. Quell’uomo non piantava
nulla, non raccoglieva, non lavorava mai. Seguito dai figli, d’estate
saliva sulla collina e costruiva una capanna sotto la frescura delle ombre,
accanto a un ruscello; i figli, come quelli del patriarca, lo nutrivano
con le prede della caccia; quando le provviste scarseggiavano, abbattevano
un album; lo schiavo caricava I’asino di legna e l’andava a vendere in
città, donde tornava
con riso, tabacco, caffè. Le ore roventi della giornata passavano
nell’estasi della preghiera o nella contemplazione del meraviglioso spettacolo
che presentavano Ie vallate silenziose, il mare, le isole raggruppate
all’orizzonte. L’inverno scendevano a valle e trovavano rifugio in qualche
rovina feudale.
Vedendomi coricato su un tappeto davano a quella solitudine così
ridente, così balsamica, accanto a quella famiglia felice che secondo
le stagioni andava a posarsi come una nidiata su ogni ramo in fiore, mi
chiesi se quel popolo patriarcale non avesse avuto in sorte la parte migliore
sulla terra. L’Europa, lavoratrice infaticabile, e l’Oriente, prosternato
davanti al suo Dio, mi ricordavano Marta e Maria, le due sorelle del Vangelo,
e mio malgrado mi sorprendevo a invidiare quelle esistenze tranquille
le quali altro non sono che un’aspirazione continua verso le regioni misteriose
in cui l’anima deve perdersi in una felicità senza limiti."
(Charles Cottu, "Una visita a Rodi", "Revue des Deux Mondes",
1844, citato da Gianni Guadalupi in "Orienti", Feltrinelli,
pag. 107)
Se avete tempo di leggere l’allegato
e di, magari, scrivere un ritrattino, inviandomelo a fr.cascioli@tin.it,
la cosa mi farebbe enorme piacere.
Sito con la documentazione finora raccolta:
http://www.ilpalo.com/lavori-strani/index.htm
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