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La sconfitta dei Greci contro i Turchi nel 1921

Oggi due cose: una scheda su una guerra dimenticata, e un sito che merita una visita.
Quanto al sito, è una parodia di quello che farebbe la Nike. Elegante, in inglese (ma è godibile lo stesso), simula che l’azienda stia comprando piazze nelle grandi città - ad esempio a Vienna - per cambiarle nome in "Piazza Nike" e per erigere in ogni piazza di cui acquista i diritti, un grande monumento in "onore di se stessa". La Nike ha ufficialmente denunciato la parodia, realizzata da allegri e competenti smanettoni di Bergamo. Il tutto merita una visita. http://www.nikeground.com

Circa la guerra dimenticata, prima leggete questo brano:
I governanti dello Stato, che volevano muovere guerra, proposero il comando al loro generale più bravo. Costui rifiutò, disse che a suo avviso quel popolo del Medio Oriente contro cui si doveva combattere, aveva sviluppato il senso dell’identità nazionale: "…Intendono lottare per la loro libertà e la loro indipendenza. Considerano l’Asia Minore la loro patria, e noi degli invasori. Per loro, per i loro sentimenti nazionali, la ragioni storiche sulle quali basiamo le nostre pretese non hanno alcun valore.
Se abbiano ragione o torto è un’altra questione. Essi pensano di aver e ragione, questo è ciò che conta".

Difficile resistere alla tentazione di considerare il brano un riferimento all’Irak contemporaneo. Invece siamo nel 1922, i governanti sono i Greci che vogliono invadere la Turchia, dove è stato deposto l’imperatore ottomano. Comanderà i Turchi nella guerra contro i Greci il celebre Kemal. Il generale greco che decliana di prendere il comando è Metaxas, che poi nel 1938 si farà nominare "Governatore a vita della Grecia", e che nel 1940-41 respingerà gli Italiani che partendo dall’Albania stavano tentando di "spezzare le reni alla Grecia".


La sconfitta dei Greci contro i Turchi nel 1921


Il 28 marzo 1921 i leader greci diedero inizio a una nuova offensiva. Nonostante le molte ragioni politiche e strategiche che avrebbero consigliato prudenza, l’esercito greco si mise in marcia verso l’altopiano.
Arnold Toynbee, il celebre storico e studioso delle relazioni internazionali, accompagnava le truppe di re Costantino di grecia, come corrispondente del "Manchester Guardian".
Egli riferì che quando il veicolo su cui si trovava si allontanò dalla pianura "cominciai a rendermi conto di quanto fossero stretti i margini di successo della scommessa militare che i greci avevano fatto in Anatolia, e quanto sfavorevoli le circostanze nelle quali avrebbero dovuto cercare di conseguire una vittoria definitiva su Kemal". Alla fine della settimana, presso il villaggio di Inònu, i greci furono respinti dalle truppe turche del generale Ismet e dovettero ritirarsi.
Il governo greco incolpò dell’insuccesso i comandanti dell’operazione, e il 7 aprile Gounaris - il nuovo primo ministro - e i suoi colleghi incontrarono il generale Ioannis Metaxas, considerato il migliore stratega della Grecia, e lo pregarono di comandare personalmente la prossima offensiva in Anatolia. Ma Metaxas si rifiutò e avverti i propri interlocutori che la guerra in Turchia non poteva essere vinta.
A suo avviso quel popolo del medio oriente aveva sviluppato il senso dell’identità nazionale: "…Intendono lottare per la loro libertà e la loro indipendenza. Considerano l’Asia Minore la loro patria, e noi degli invasori. Per loro, per i loro sentimenti nazionali, la ragioni storiche sulle quali basiamo le nostre pretese non hanno alcun valore.
Se abbiano ragione o torto è un’altra questione. Essi pensano di aver e ragione, questo è ciò che conta".
I politici risposero a Metaxas che per il regime sarebbe stato impossibile, a questo punto, fermare la guerra; pur consapevoli dei rischi che correvano, ritennero di dover puntare tutto su un’ultima grande offensiva, in programma per l’estate.
Il 22 giugno gli Alleati inviarono un messaggio al governo greco, offrendo la loro mediazione per porre fine alla guerra, ma la Grecia rispose con un cortese rifiuto. I preparativi erano in fase così avanzata - spiegarono - che fermarli sarebbe stato controproducente.
Re Costantino e Gounaris non si erano riservati altra opzione che proseguire la loro crociata, e le fortune di Lloyd George - al potere in Gran Bretagna nel 1922 - restarono impigliate a quest’ultima. I leader britannici non poterono far altro che aspettare; mentre gli opposti eserciti si scontravano negli oscuri recessi dell’Asia Minore.
Scrisse la segretaria e amante del primo ministro britannico:
"[Lloyd George] ha molto lottato nel governo per sostenere la Grecia (non sul campo bensì moralmente) ma solo lui e Baifour sono a favore della Grecia. Ha avuto la meglio, ma è molto preoccupato che l’offensiva possa rivelarsi un fallimento, e dimostrare che egli si è completamente sbagliato. Dice che la sua reputazione politica dipende in gran parte da ciò che avverrà in Asia Minore. Se i greci vinceranno il trattato di Versailles ne uscirà rafforzato, e il tramonto della potenza turca sarà definitivo. Nascerà un nuovo impero greco, amico della Gran Bretagna, e ciò sarà di aiuto a tutti i nostri interessi in Oriente. Di questo egli [Lloyd George] è assolutamente sicuro, ed è disposto a rischiare tutto in nome di ciò."
Il 10 luglio 1921 l’esercito greco effettuò un brillante attacco lungo tre direttrici. I comandanti greci avevano imparato dagli sbagli commessi in gennaio e in marzo, e non li ripeterono. L’offensiva fu coronata dalla conquista di Eskishehir, un nodo ferroviario considerato la chiave delle comunicazioni fra l’Anatolia occidentale e il resto della penisola.
Lloyd George, al settimo cielo, scatenò contro i suoi oppositori la forza della sua retorica e della sua ironia. Al proprio ministro della Guerra scrisse:
"Apprendo dai comandi greci che Eski Shehir è stata conquistata e che l’esercito turco è in piena ritirata. Da qualunque punto di vista, è una notizia di estrema importanza. Il futuro dell’Oriente sarà determinato in larga misura dallo scontro ora in corso; ciò nondimeno, a quanto mi è dato sapere, il ministero della Guerra non si è minimamente preoccupato di appurare che cosa sia accaduto. Lo stato maggiore ha dato prova, in questa occasione, della più stupefacente noncuranza. Le informazioni in suo possesso sulla consistenza quantitativa e qualitativa dei due schieramenti si sono dimostrate pateticamente inesatte quando i fatti sono stati meglio indagati per iniziativa, guarda caso, dei tanto disprezzati politici."
La bordata migliore, il primo ministro la tenne per ultima: "Non c’è nel vostro ministero un dipartimento noto come Dipartimento informativo, l’lntelligence Department? Potreste cercare di scoprire di che cosa si occupi nel bilancio, la sua esistenza è testimoniata da una somma decisamente sostanziosa, ma quando si tratta di informazioni esso diventa invisibile".
Presso Eskishehir l’afflitto comandante turco, il generale Ismet, non si decideva a ordinare la ritirata. Kemal gli tolse quel peso dalle spalle. "Arriva il Pascià" annunciò il generale, sollevato, a un camerata mentre un Kemal scuro in volto si apprestava a raggiungere la zona di operazioni, per dare l’ordine che Ismet non si sentiva di dare e assumersene la responsabilità. Kemal riconobbe che il morale del suo popolo avrebbe subìto un duro colpo, quando si fosse saputo che l’Anatolia occidentale doveva essere abbandonata al nemico. La notizia della sconfitta accese anche il dibattito nell’Assemblea nazionale, dove nemici politici e rivali personali di Kemal, disfattisti e seguaci di Enver si coalizzarono momentaneamente contro il leader nazionalista. Appena le acque si furono un po’ calmate Kemal convocò una seduta a porte chiuse dell’Assemblea, proponendo un provvedimento nello stile dell’antica Roma: i delegati avrebbero dovuto nominarlo dittatore per un periodo di tre mesi, e se come comandante supremo egli non avesse corrisposto alle attese egli se ne sarebbe addossato tutta la colpa. Per opposte ragioni, la proposta piacque tanto a quelli che stimavano Kemal quanto a quelli che volevano disfarsi di lui una volta per tutte, e fu approvata.
Kemal arretrò le proprie truppe entro un raggio di un’ottantina di chilometri da Ankara, schierandole dietro una grande ansa del fiume Sakaiya. Nel poco tempo a disposizione egli requisì risorse di ogni genere: il quaranta per cento degli alimenti custoditi nelle abitazioni, capi di abbigliamento, oggetti di pelle, cavalli e ogni altra cosa che potesse essere utile a una guerra totale, quale quella che si stava ormai combattendo. Ordinò alle truppe di trincerarsi sulle colline che, con ripidi pendii, si alzavano dietro la riva del fiume dalla parte della capitale. Entro la metà di agosto l’esercito turco, efficacemente disposto lungo tale naturale linea difensiva, circondava Ankara per una sessantina di chilometri, protetto dall’ansa del fiume Sakarya che esso dominava dall’alto.
Il 14 agosto l’esercito greco iniziò la marcia trionfale verso Ankara. Al quartier generale, il responsabile degli approvvigionamenti aveva avvertito che le lunghe linee di comunicazione e rifornimento dell’armata greca non avrebbero retto, se essa fosse avanzata oltre il Sakarya, ma gli altri ufficiali replicarono che non c’era ragione di preoccuparsi, dal momento che non intendevano spingersi molto al di là del fiume. I generali greci ritenevano di avere già sconfitto il nemico, e che si trattasse solo di dargli il colpo di grazia. Essi invitarono gli ufficiali di collegamento inglesi ai festeggiamenti per la vittoria, che avrebbero avuto luogo ad Ankara dopo la battaglia.
Il primo contatto fra l’annata greca in avanzata e i difensori turchi si verificò il 28 agosto; il 26 agosto i greci attaccarono lungo tutta la linea. Superato il fiume, la fanteria greca cominciò la lenta, ardua scalata delle alture retrostanti, è l’ancor più lenta e ardua conquista, una dopo l’altra, delle trincee situate in cima alle colline. Nel corso di feroci combattimenti che si protrassero per giorni e per settimane, i greci avanzarono alla media di un chilometro e mezzo al giorno. Alla fine, si ritrovarono
padroni di tutte le alture più importanti, ma di una vera vittoria ancora non si poteva parlare; i turchi disponevano nella zona di forze ancora consistenti, e le incursioni della loro cavalleria rendevano sempre più precari le comunicazioni e i rifornimenti degli attaccanti. Alla fine, lo slancio di questi ultimi si esaurì completamente: non più in grado né di avanzare né di mantenere le posizioni, discesero le colline, attraversarono di nuovo il Sakarya il 14 settembre, e si ritirarono fino a Eskishehir, da dove erano partiti un mese prima. La campagna estiva era finita.
Ad Ankara un’esultante Assemblea nazionale promosse Kemal feldmaresciallo, e gli concesse il titolo di "Ghazi" - ossia "combattente della Fede", qualcosa di simile al nostro "crociato".

Fra l’estate del 1921 e quella del 1922 vi fu una lunga pausa nelle operazioni, durante la quale il primo ministro greco Gounaris e il suo ministro degli Esteri compiono viaggi in occidente cercando aiuto presso gli Alleati. In Europa continentale trovarono scarsa simpatia. A Londra restarono seduti nella sala di attesa degli ambasciatori, coi cappelli in mano, in attesa che Lord Curzon in qualche modo trovasse una soluzione ai loro problemi. Lloyd George disse loro: "Personalmente, sono amico della Grecia ma... ho tutti i colleghi contro di me. E da solo, non posso aiutarvi in alcun modo. È impossibile, impossibile".
Il primo ministro britannico non aveva più niente da offrire alla Grecia, ma la esortò ugualmente a battersi. A quanto pare, egli pensava che la Grecia dovesse perseverare, perché in qualche modo la situazione avrebbe potuto volgere al meglio. Nella primavera del 1922 disse a Venizelos (che, trovandosi a Londra come privato cittadino, era andato a trovarlo alla Camera dei Comuni) che se re Costantino fosse scomparso dalla scena l’opinione pubblica dei paesi alleati avrebbe ricominciato a simpatizzare per la Grecia. "Nel frattempo, la Grecia non deve cambiare politica", continuò Lloyd George, aggiungendo che "si trattava del battesimo del fuoco per la nazione greca, e se essa avesse dimostrato perseveranza, il suo futuro era assicurato... La Grecia doveva "vagare nel deserto, nutrirsi di manna raccolta fra le pietre, lottare per superare la dura prova del tempo presente."" Dichiarò perfino che "non avrebbe più stretto la mano a quel greco che avesse voltato le spalle alle richieste del proprio paese riguardo a Smirne".
Ma Lloyd George era sempre più isolato, anche nel suo stesso governo, e il ministro degli Esteri, Lord Curzon, assunse l’effettivo controllo degli sforzi britannici per risolvere la crisi. Di concerto con gli Alleati, si mosse in direzione di una pace di compromesso coi nazionalisti turchi.
Quell’estate, temendo che gli Alleati stessero per abbandonarlo, re Costantino sottrasse tre reggimenti e due battaglioni all’armata greca in Anatolia trasferendoli in Tracia, la provincia europea della Turchia di fronte alla capitale. Dopo di che il suo governo annunciò che la Grecia avrebbe occupato Costantinopoli per porre fine alla guerra. Il suo calcolo disperato era che ciò avrebbe indotto gli Alleati a prendere un iniziativa per risolvere il conflitto greco-turco, presumibilmente in modo favorevole alla Grecia. Nel peggiore dei casi, gli Alleati avrebbero comunque permesso alle sue forze in Tracia di transitare da Costantinopoli per ricongiungersi coi reparti indeboliti che difendevano la costa dell’Anatolia. Invece, le forze di occupazione nella capitale sbarrarono il passo ai greci.
La sottrazione di uomini e mezzi dalla Turchia asiatica voluta da Costantino invogliò Kemal, come era prevedibile, ad attaccare la linea difensiva greca in Anatolia, ormai troppo lunga rispetto ai soldati che la presidiavano. Dopo avere ammassato truppe in gran segreto, il feldmaresciallo turco attaccò il fronte meridionale all’alba del 26 agosto. Dopo due giorni di disperati combattimenti, i greci si ritirarono in disordine. Il comandante in capo dell’armata greca in Asia Minore "era quasi universalmente considerato matto" (secondo un corrispondente britannico ad Atene) e fu in seguito definito "un caso psichiatrico" da Lloyd George; fossero giustificati o meno tali giudizi, era chiaro che aveva perso il controllo della situazione. Il 4 settembre il governo greco nominò al suo posto un nuovo comandante in capo, ma tale era ormai il dissesto delle comunicazioni che il nuovo comandante risultò essere già prigioniero dei turchi; circolò la voce che la notizia della nomina gli fu comunicata in prigione da Kemal.

I greci raccolsero una flotta per evacuare le truppe dall’Asia Minore, e lungo la costa folle di soldati si diressero verso le navi nella speranza di essere presi a bordo. La fuga in massa era anche una corsa contro il tempo: contro i nubifragi di settembre, che si avvicinavano, e contro le truppe turche che incalzavano.
L’antica e numerosa comunità greca dell’Asia Minore fu presa dall’angoscia. L’arcivescovo di Smirne subì il martirio: il locale comandante turco lo consegnò a una folla di musulmani inferociti e armati di coltelli, che lo portò in un negozio di barbiere e lo mutilò prima di ucciderlo.
Vecchie, inestinguibili tensioni etniche, religiose e politiche si diedero appuntamento nell’antica città di Smirne, la più antica dell’Asia Minore, alla fine dell’estate del 1922. Le fiamme dell’odio divamparono dapprima nel quartiere armeno della città mercoledì 18 settembre. In seguito le fiamme si propagarono - o furono appiccate - ai quartieri abitati da greci e altri europei. Fra il cinquanta e il settantacinque per cento dell’antica città fu distrutto. Il quartiere turco, comunque, restò intatto. Centinaia di migliaia di persone abitavano nella parte cristiana della città, e si rivelò impossibile calcolare quanti avessero perso la vita nell’agonia finale della città. Un corrispondente del quotidiano di Chicago "Daily News" fu il primo a raccontare ciò che aveva visto battendo l’articolo con la propria macchina da scrivere portatile, in mezzo alle rovine. "Fatta eccezione per lo squallido quartiere turco, Smirne ha cessato di esistere. Qui, il problema delle minoranze è stato risolto per sempre. Non resta nessun dubbio riguardo all’origine dell’incendio. Esso è stato appiccato da soldati regolari dell’esercito turco." Ma storiografi filoturchi negano ancora oggi la verità di questa affermazione.
Navi americane, francesi, britanniche e italiane evacuarono uomini, donne e bambini delle rispettive nazionalità dalle banchine assediate dal fuoco. Dapprima americani e inglesi rifiutarono di aiutare chiunque altro, mentre gli italiani prendevano a bordo chiunque fosse in grado di raggiungere le loro navi e i francesi chiunque affermasse dì essere francese - purché lo dicesse in francese. Ma alla fine anche americani e inglesi presero a bordo chiunque lo chiedesse, senza badare alla nazionalità. Nelle settimane seguenti greci e Alleati, avendo Kemal minacciato di considerare alla stregua di prigionieri di guerra tutti gli uomini validi di età tale da poter prestare il servizio militare, organizzarono altre evacuazioni in massa di civili, mentre la Grecia completò lo sgombero dei propri reparti militari.
Entro la fine del 1922 circa un milione e mezzo di greci erano fuggiti dalla Turchia o ne erano stati cacciati. Ernest Hemingway, allora corrispondente dello "Star" di Toronto, riferì di avere visto una processione di miserabili profughi greci lunga oltre trenta chilometri, che non aveva più potuto dimenticare.
Tratto da Fromkin D., "Una pace senza pace - La caduta dell’Impero Ottomano e la creazione del moderno Medio Oriente", Rizzoli p. 431

È tutto.
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