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Seconda parte del dibattito tra interventisti e neutralisti nel 1914

Questa è la seconda parte dell’intervento sul Neutralismo nel 1914.
Si diceva di come l’aggressione tedesca al Belgio, grazie anche all’abile propaganda franco-inglese, turbò tutte le coscienze, anche le più fredde. Persino l’"Avanti!" non nascose le sue simpatie per il piccolo e pacifico popolo belga aggredito.
Una scorsa ai titoli del quotidiano socialista, sull’intera prima pagina, è di per se stessa già eloquente:
4 agosto, L’orda teutonica scatenata su tutta l’Europa;
5 agosto, Il militarismo brutale inizia la sua gesta dl sangue;
6 agosto, La sfida germanica contro latini, slavi ed anglosassoni;
7 agosto, La fiera resistenza dei belgi arresta l’avanzata tedesca.
Pur avversando la guerra in sé, le simpatie popolari andarono subito agli aggrediti, alle democrazie e l’odio andò al militarismo, all’imperialismo tedesco dal quale l’Europa doveva difendersi.
Il deputato Albert Sudekum, inviato della socialdemocrazia tedesca a Milano, fu rimproverato dalla direzione socialista italiana:
"... Noi vi diciamo apertamente che compiangiamo ed onoriamo il Belgio distrutto e seguiamo trepidanti le sorti della Francia che sul campo di battaglia dell’Internazionale ha sacrificato la vita di Jaurès [esponente della sinistra, partito volontario, morto al fronte nei primi mesi di guerra] …"

Mussolini sull’"Avanti!" difese un altro esponente della sinistra francese, Hervé, un antimilitarista e internazionalista convertitosi subito alla guerra difensiva e arruolatosi volontario nell’esercito.
"Hervé che definisce - come noi pure la definiamo - "immonda la guerra" non è un "guerrafondaio" anche se andrà alla frontiera. Così come non è un delinquente il pacifico cittadino che deve d’un tratto ricorrere alla [pistola] Browning per difendersi dall’attacco del bandito. Il militarismo prussiano e pangermanista è, dal ’70 ad oggi, il bandito appostato sulle strade della civiltà europea!"

Il primo politico italiano di sinistra a schierarsi a favore dell’intervento fu De Ambris, che in un comizio dichiarò:
"Se domani la grande lotta richiedesse il nostro intervento per impedire il trionfo della reazione feudale, militarista, pangermanica, potremo noi rifiutano?
O pure non sentiremo risuonare nei nostri cuori, come furiosi colpi di campane a martello, l’epica invocazione lanciata da Blanqui nel 1870, quando i tedeschi valicarono frontiere di Francia?
Compagni! Io pongo la domanda: Che faremo qualora la civiltà occidentale fosse minacciata d’esser soffocata dall’imperialismo tedesco e solo il nostro intervento potesse salvarla? A voi la risposta!"

L’impressione suscitata da questo discorso fu enorme. Per un momento, persino i suoi amici rimasero sgomenti. Poi, dal carcere di Milano, dove era rinchiuso, giunse il consenso di Corridoni [anche lui sindacalista rivoluzionario di sinistra, convertitosi all’interventismo]:
"Sì, la guerra è un dovere nazionale e rivoluzionario. Sì, dovevamo volerla e farla, non appena l’Italia fosse scesa in campo..."
Corridoni confermò pubblicamente il suo consenso il 6 settembre, appena rimesso in libertà:
"La neutralità è dei castrati. Noi che non vogliamo essere tali ci sentiamo per la battaglia. Non intendiamo di disarmare e non disarmeremo per nessuna
ragione nella lotta contro la borghesia, le dinastie e i capitalisti di tutti i paesi.
Non
facciamoci però illusioni e convinciamoci che la propaganda che abbiamo fatta fino
a ieri merita qualche cambiamento.
Noi non ci dimenticheremo mai dello spirito patriottico della Comune, come mai ci dimenticheremo della realtà italiana della rivoluzione. La neutralità è voluta dal governo italiano per aiutare l’Austria."

Forti dell’appoggio di Corridoni, i sindacalisti rivoluzionari deambrisiani a metà settembre tentarono di far convergere tutta l’USI [il partito dei sindacalisti rivoluzionari] sulla loro posizione, convocandone a Parma il consiglio generale. La maggioranza, guidata da Armando Borghi, rimase però ferma sulle proprie posizioni neutraliste ad oltranza. De Ambris e Corridoni, nel complesso, riportarono un grosso successo: il neutralismo assoluto era stato messo in discussione in una delle sue roccaforti apparentemente più munite e il problema della guerra rivoluzionaria era ormai all’ordine del giorno del proletariato, che non poteva più ignorarlo e doveva fare i conti con esso. La crisi dell’USI aveva dimostrato che anche l’estrema sinistra rivoluzionaria incominciava a muoversi in una direzione nuova, e che non tutti erano convinti di non aver nulla da perdere, come sostenevano i socialisti o i libertari più intransigenti, " se domani in luogo dei soldati, dei carabinieri, degli sbirri del bel Regno di Vittorio Emanuele, avessimo quelli del bel Regno di Francesco Giuseppe o di Guglielmo o dello Czar... ".
Dal rigetto della neutralità assoluta alla richiesta di un intervento armato contro gli imperi centrali il passo, anche in questo settore della sinistra, era ormai breve. E, soprattutto, si veniva ormai rapidamente creando una situazione nuova per il Partito socialista, che, se da un lato era preso di mira dalla destra e dai nazionalisti in specie che lo accusavano di essere un’"associazione a delinquere contro la Patria", da un altro lato vedeva incrinarsi, proprio nelle élites più decise e rivoluzionarie, il fronte unitario antibellico che era riuscito a raccogliere attorno a sé all’indomani dello scoppio della guerra.

E infatti a Torino e in altre località si ebbero casi di defezione per protesta all’interno dello stesso partito socialista, e arruolamenti nella legione volontaria garibaldina che andava in Francia a combattere i tedeschi invasori.
Sempre a Torino, Donato Bachi scriveva a Morgari
"…Quello che io dicevo e che ormai dicono molti è questo. Vincendo la Germania, è possibile che noi non siamo colpiti? Credo che tu come i migliori nostri compagni siate convinti che nell’attuale momento la vittoria tedesca è la fine della libertà ed è il militarismo a perpetuarsi. Dunque quale è lo scopo che tutti gli uomini liberi debbono prefiggersi oggi? La sconfitta della Germania.
Abbiamo noi la convinzione assoluta che questa avvenga anche senza di noi, ed allora stiamo pur neutrali, ma se dubitiamo dell’esito finale, non è più conveniente, più economico, di minor sacrificio finanziario e di uomini il pesare subito di tutto il nostro peso sulle due potenze tedesche ed affrettare la soluzione ricavando il massimo profitto...
Ma ciò di cui mi preoccupo è di non tagliar fuori il partito socialista dalla vita della nazione...
Questo penso io e pensano molti, anche rivoluzionari. Forse lo pensate anche voi, ma, come al solito, non osate dirlo, e potete anche aver ragione, soprattutto se, come si dice, l’Italia non è pronta…"

Sappiamo che già a quest’epoca (come emerge da una sua lettera al segretario del PSI Costantino Lazzari del 21 agosto), Mussolini se ne rendeva conto e che cominciava a dubitare dell’opportunità di insistere ad oltranza su una posizione cosi debole, che, oltretutto, rischiava di isolare il Partito socialista dal resto della sinistra e di esporlo agli attacchi di tutte le parti. Scriveva infatti a Lazzari:
"…D’altra parte gli articoli e gli atteggiamenti di moltissimi socialisti, sindacalisti e persino anarchici mi lasciano un po’ turbato. Pensa che anche l’avv. Gherardini di Torino mi scrive manifestandomi la sua volontà "di marciare contro l’Austria". In Romagna la francofilia più acuta ha riavvicinato socialisti e repubblicani. A Milano stessa, si è tentato di organizzare una riunione pro-Francia da parte di alcuni socialisti. Mi si dice che qualcuno abbia varcato la frontiera. Anche De Ambris ha tenuto una conferenza ondeggiante e impressionante. Non ti parlo poi delle correnti repubblicane…"

I socialisti italiani, nel complesso, erano psicologicamente tanto vicini all’Intesa che
non mancarono voci autorevoli che, pur tra molti distinguo, non nascosero la difficoltà di percorrere sino in fondo la strada della neutralità assoluta. Fu questo, per esempio, il caso di Antonio Graziadei il quale disse che non solo il trionfo della Germania avrebbe significato il consolidamento delle classi conservatrici e militari e una stasi del processo di democratizzazione in quel paese e una nuova corsa agli armamenti in tutta Europa, ma affermò anche che:
"…in caso di aggressione i socialisti avrebbero dovuto partecipare alla difesa del paese (onde la necessità di una neutralità armata)."

Qui sospendo la citazione da De Felice e inserisco una mia riflessione personale.
La "neutralità armata" non è più neutralità, può essere interpretata come una minaccia verso i vicini. Già all’inizio della guerra, appena uno stato mobilitava [richiamava in caserma altri contingenti di soldati] subito lo stato vicino faceva altrettanto. Se l’Italia avesse mobilitato, l’Austria l’avrebbe presa per una minaccia, magari sentendosi autorizzata ad un attacco preventivo. Dopo il Belgio tutto era possibile.

In quei giorni fece molta impressione un articolo di Sergio Panunzio (Guerra e socialismo) del 12 settembre, che definì la neutralità " quanto di più antisocialista si possa pensare ":
"… Io sono fermamente convinto che solo dalla presente guerra, e quanto più questa sarà acuta e lunga, scatterà rivoluzionariamente il socialismo in Europa... Alle guerre esterne dovranno succedere le interne, le prime devono preparare le seconde, e tutte insieme la grande luminosa giornata del socialismo...
Il capitalismo sarà così profondamente intaccato che basterà solo che gli sia inferto il colpo mortale... Chi sostiene la causa della pace sostiene inconsciamente la causa della conservazione del capitalismo."

Mussolini era sempre più incerto, disorientato.
Con il " fiuto " che sempre lo avrebbe contraddistinto, sentiva che la formula della neutralità assoluta faceva sempre più acqua e che, specialmente tra i giovani militanti, lo scontento aumentava. Nelle conversazioni con gli amici non faceva mistero delle sue incertezze e dei suoi dubbi, resi più assillanti dal fatto di vedersi attaccato proprio da coloro che sino allora gli erano sembrati più vicini alle sue posizioni; attaccato e al tempo stesso blandito, come il leader socialista a cui si guardava per un mutamento di rotta.
Con gli ultimissimi giorni di agosto cominciarono così sulla stampa le allusioni e le indiscrezioni e con esse la lunga serie delle smentite mussoliniane. Cominciò " Il giornale d’Italia", rivelando che, parlando con una personalità irredenta, Mussolini avrebbe riconosciuto l’inevitabilità della guerra contro l’Austria e l’avrebbe definita
" un compito di civiltà del proletariato italiano ".
Giorni dopo l’"Avanti!" pubblicava una lettera di Battisti sull’irredentismo trentino, e insieme l’articolo di Panunzio già citato.
Il giorno dopo, il direttore Mussolini lo avrebbe confutato, ma la confutazione sarebbe stata debole, sfocata, piattamente dottrinaria, per nulla all’altezza del miglior Mussolini polemista. Nella notte, subito dopo aver redatto la sua replica, scrisse alla Rafanelli una lettera che ce lo rivela stanco, sfiduciato, sempre più incerto, un uomo che vuole tenersi su, illudersi di essere nel giusto, ma che è ormai travolto da una realtà più forte di lui:
"Vi segnalo, sull’"Avanti!" d’oggi il mio articolo in risposta a quello di Panunzio. Mi pare di averlo stroncato. Ma sono triste e scoraggiato. Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure... Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso.
È terribile! Ciardi, Corridoni, la Rygiet apologisti della guerra!
Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. Uno dei giorni della veniente settimana verrò - dopo tanto tempo - a trovarvi. Non ho in tutta Milano, oserei dire in tutta Italia, due persone colle quali possa avere dimestichezza. Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento. Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano..."

In questa situazione non può meravigliare che le allusioni e le indiscrezioni invece di cessare aumentassero. Il 19 settembre un giornale della sinistra - "Azione socialista" - gli dedicava un corsivo (I due Mussolini) tra i più eloquenti:
"…Il giovane direttore dell’"Avanti!" s’è affinato in diplomazia... Ma il guaio è che ogni giorno che passa il gioco diplomatico diventa più difficile per Mussolini, anzi per i due Mussolini, che un bel giorno, riscaldandosi l’ambiente, finiranno col litigare sul serio. Chi dei due vincerà? C’è già chi sente echeggiare l’Addio mia bella addio [un canto di guerra risorgimentale] …"

La situazione concreta era e rimaneva saldamente nelle mani del re, dello Stato maggiore, dei ministeri degli Esteri e dell’Interno, ma sembrava che "l’iniziativa politica" stesse passando sempre più velocemente e chiaramente alle élites intellettuali favorevoli alla guerra, proprio a quelle élites nelle quali sino a poco più di due mesi prima Mussolini aveva riposto la sua fiducia e la sua attesa per un rinnovamento del socialismo in senso veramente rivoluzionario.
Se le masse, specie quelle contadine, erano per la pace ad oltranza, i quadri intermedi, i dirigenti, le avanguardie più consapevoli, pur rimanendo in maggioranza tendenzialmente contrari alla guerra, volevano però una politica non fatta solo di negazioni aprioristiche, ma una politica che tenesse conto della situazione reale. Paolo Valera sulla " Folla ", il 27 settembre scriveva:
"Se domani, per esempio, tutta l’Italia sentisse il " grido di dolore" per italiani soggetti all’Austria che cosa potremmo fare? Nulla. La nostra neutralità sarebbe sopraffatta. Se domani l’Austria tendesse a ritornare in Lombardia e in Veneto che cosa faremmo noi con la neutralità ad ogni costo? L’avvenimento deve essere la nostra guida. In fondo a ogni agitazione deve essere per noi la rivoluzione. Noi non siamo diplomatici. Il nostro compito è la resurrezione proletaria. Noi non vogliamo uscire dalla vita. Vogliamo rimanervi. Nella guerra non cambiamo faccia. Rimaniamo rivoluzionari."

Abituato ormai ad avere il partito nelle sue mani e a risolverne a proprio favore i contrasti facendo appello alla base, Mussolini non sapeva più che fare, sballottato di qua e di là, tirato da un lato e dall’altro dagli intransigenti e dai moderati, dai filointerventisti e dagli interventisti decisi.
A risolvere i suoi dubbi furono in un certo senso questi ultimi. Nelle settimane precedenti, come si è detto, egli si era lasciato andare con più di uno di essi a pericolose confessioni e ammissioni. Ormai decisi a scendere apertamente in campo per cercare di portare una parte almeno del proletariato urbano su posizioni interventiste, superato il primo sbigottimento per l’improvviso voltafaccia di Mussolini, questi decisero di metterlo con le spalle al muro. Il prestigio che egli godeva tra le masse era tale che per sperare di conquistare queste bisognava per essi passare attraverso Mussolini.
Con i primi giorni di ottobre le voci, le indiscrezioni, i pettegolezzi sulle sue incertezze, sui suoi dubbi presero a circolare insistenti.
Il 18 ottobre arriva la svolta del futuro dittatore: l’"Avanti!" uscì con un lunghissimo articolo di Mussolini, Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, che anticipava chiaramente il nuovo indirizzo che il suo autore avrebbe voluto far accettare al partito. L’articolo, uno dei più abili che Mussolini abbia mai scritto, cominciava con una constatazione:

"Il Partito socialista italiano non si è "adagiato" fra i cuscini di una comoda formula quale è quella della neutralità " assoluta ". Comoda perché negativa. Permette di non pensare e di attendere."

Ma un partito che vuol vivere e fare la storia, non può soggiacere a dogmi astratti.
Ciò premesso Mussolini esaminava i vari orientamenti emersi nei mesi precedenti in campo socialista e affrontava quindi lo spinoso punto della neutralità, chiedendosi se questa fosse stata veramente " assoluta " o non invece "relativa e parziale ".

"…Ma una neutralità in siffatta guisa "assoluta" non è quella che il Partito socialista ha sostenuto e patrocinato sin dagli inizi della crisi. La nostra neutralità è stata sin da allora " parziale". Ha distinto. È stata una neutralità spiccatamente austrotedescofoba e, per converso, francofila."

I socialisti italiani avevano condannato la guerra, come fenomeno generale, ma avevano distinto tra guerra e guerra, tra belligeranti e belligeranti.
C’erano stati gli atti solenni dell’opposizione socialista alla guerra, ma dopo questi
si erano però determinati problemi e situazioni nuove, di cui era necessario discutere e valutare il significato reale. La neutralità assoluta minacciava di imbottigliare il partito e di ipotecarne la libertà di movimento futura.

"Se voi volete continuare e accentuare l’opposizione alla guerra, dovete prepararvi a fare la rivoluzione. Per evitare una guerra, bisogna abbattere - rivoluzionariamente - lo Stato."

Credevano i socialisti, per altro - e qui la logica del discorso di Mussolini si faceva veramente stringente - che qualora la rivoluzione fosse riuscita lo Stato di domani non avrebbe fatto la guerra, se le necessità storiche - interne ed esterne - ve lo avessero costretto?
" E chi vi assicura che il governo uscito dalla Rivoluzione non debba cercare - appunto in una guerra - il suo battesimo augurale? "
E se gli imperi centrali avessero cercato di rimettere sul trono l’antico regime, sarebbero stati i neutralisti assoluti ancora contrari ad una guerra in difesa della rivoluzione?
I problemi nazionali, si avviava a concludere Mussolini, esistevano e non si potevano negare, anche per i socialisti. Bisognava pertanto fare i conti anche con la questione degli irredenti:
"Non si scivola sul terreno dell’irredentismo ammettendo l’esistenza di un problema " nazionale " italiano oltre gli attuali confini d’Italia. Il caso del Trentino è tale che forza alla meditazione i neutralisti più assoluti fra gli assoluti. Se questo popolo italiano fosse insorto contro l’Austria, con qual coraggio noi socialisti, che abbiamo avuto fremiti di solidarietà per gli insorti armeni, avremmo impedito un intervento italiano?
Ora il Trentino è " virtualmente", moralmente insorto.
Poiché il problema dell’intervento militare italiano esorbita dalle nostre capacità e responsabilità di partito di minoranza, con ideali lontani, non possiamo né dobbiamo assumerci l’iniziativa di una guerra, ma se la borghesia italiana, cui spetta la soluzione dei problemi nazionali, muovesse contro l’Austria-Ungheria, noi - opponendoci - non faremmo che sacrificare il Trentino e giovare all’Austria-Ungheria, la quale - ciò va ricordato ai socialisti - è il baluardo vero e maggiore della reazione europea."

I socialisti italiani potevano anche non accettare in toto il patriottismo dei loro compagni francesi, belgi, inglesi, non potevano però chiudere le orecchie alle voci che giungevano d’oltralpe: erano le voci di Hervé, Cipriani, " caro a tutti i socialisti ", Vaillant, Hyndmann, l’anarchico Kropotkin, un " uomo a cui nessuno vorrà negare là devozione infinita alla causa rivoluzionaria ", e andavano meditate. In ogni caso non potevano rinchiudersi nella neutralità assoluta, formula pericolosa è paralizzante:

"Le formule - concludeva Mussolini - si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è folle, è ridicola impresa. Se domani - per il gioco complesso delle circostanze - si dimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi - fra i
socialisti italiani - vorrebbe inscenare uno " sciopero generale " per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria, ecc., sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale?
Il nostro interesse - come uomini e come socialisti - non è dunque che questo stato di " anormalità " sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi?
E perché l’Italia - sotto la pressione dei socialisti - non potrebbe domani, costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e dei rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto ciò dimostra che noi non possiamo " imbozzolarci " in una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà si muove e con ritmo accelerato.
Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere - come uomini e come socialisti - gli spettatori inetti di questo dramma grandioso?
O non vogliamo esserne - in qualche modo e in qualche senso - i protagonisti? Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la " lettera " uccidesse lo " spirito ". Non salviamo la " lettera " del Partito se ciò significa uccidere lo " spirito " del socialismo!"

L’impressione suscitata in tutto il Partito socialista e negli ambienti ad esso vicino fu enorme; era una frustata che colpiva tutti, costringendoli, volenti o nolenti, a una decisione, a una scelta che sarebbe stata decisiva.
In qualunque modo Mussolini fosse giunto personalmente alla tesi della neutralità " attiva ed operante "; se se ne fosse fatto banditore per intima, profonda convinzione o fosse stato indotto ad abbracciarla solo per uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato con le sue incertezze, con i suoi amletismi, è un fatto che con essa il socialismo italiano era posto inevitabilmente di fronte alle proprie responsabilità e non tanto a quelle immediate quanto a quelle a più lunga scadenza, storiche si potrebbe dire. Accettare o respingere la tesi della neutralità " attiva ed operante " voleva dire, infatti, decidere quale posto e quale funzione il Partito socialista avrebbe dovuto avere nella società e nella vita politica italiana. La neutralità " assoluta " era il ruolo più facile, forse più bello, più " pulito " moralmente, più coerente con il passato e con una certa tradizione dottrinaria: era la " politica delle mani nette " del proletariato. Era però anche la volontaria abdicazione ad una propria politica, ad una politica cioè che non perpetuasse e accrescesse l’isolamento del Partito socialista, psicologicamente dal paese e politicamente nella sinistra.

Nel grande crogiolo della guerra il Partito socialista e le masse che erano dietro di lui non seppero prendere coscienza di sé e della realtà: la guerra non poteva non essere la guerra della borghesia; si trattava o di renderla anche del proletariato (soluzione riformistica e democratica) o di trasformarla in guerra rivoluzionaria, di approfittare cioè di essa per sostituire il proletariato alla borghesia nella direzione del paese.
Tra questi due corni del dilemma una terza soluzione non vi era: sperare di imporre la neutralità per via parlamentare o con il ricorso allo sciopero generale era un assurdo. Nella seconda eventualità bisognava però saper trasformare il Partito socialista in uno strumento di lotta veramente rivoluzionario; in primo luogo bisognava saper rinunciare alla " legalità " e ai suoi benefici, cioè alle conquiste di dieci e più anni di riformismo, ma a questa rinuncia gran parte dei socialisti - anche rivoluzionari - non voleva arrivare.
Così per quattro anni il Partito socialista si " amministrò " riformisticamente senza rendersi conto che così facendo, se apparentemente si teneva pronto alla "grande giornata" e se poteva convogliare verso di sé molte simpatie, perdeva gran parte delle sue effettive capacità politiche.
Il Partito socialista si trovò irrimediabilmente isolato. Quattro e più anni di neutralità "assoluta" - che per i più erano stati di lazzaretto politico e morale e di odio verso tutti e tutto ciò che sapeva di guerra e di patriottismo - lo condussero a continuare un’assurda lotta contro l’interventismo anche a guerra ormai finita.

(citazioni da De Felice, "Mussolini il rivoluzionario", Einaudi tascabili, 1965.

 

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