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Questa è
la seconda parte dell’intervento sul Neutralismo nel 1914.
Si diceva di come l’aggressione tedesca al Belgio, grazie anche all’abile
propaganda franco-inglese, turbò tutte le coscienze, anche le più
fredde. Persino l’"Avanti!" non nascose le sue simpatie per
il piccolo e pacifico popolo belga aggredito.
Una scorsa ai titoli del quotidiano socialista, sull’intera prima pagina,
è di per se stessa già eloquente:
4 agosto, L’orda teutonica scatenata su tutta l’Europa;
5 agosto, Il militarismo brutale inizia la sua gesta dl sangue;
6 agosto, La sfida germanica contro latini, slavi ed anglosassoni;
7 agosto, La fiera resistenza dei belgi arresta l’avanzata tedesca.
Pur avversando la guerra in sé, le simpatie popolari andarono subito
agli aggrediti, alle democrazie e l’odio andò al militarismo, all’imperialismo
tedesco dal quale l’Europa doveva difendersi.
Il deputato Albert Sudekum, inviato della socialdemocrazia tedesca a Milano,
fu rimproverato dalla direzione socialista italiana:
"... Noi vi diciamo apertamente che compiangiamo ed onoriamo il Belgio
distrutto e seguiamo trepidanti le sorti della Francia che sul campo di
battaglia dell’Internazionale ha sacrificato la vita di Jaurès
[esponente della sinistra, partito volontario, morto al fronte nei primi
mesi di guerra]
"
Mussolini sull’"Avanti!"
difese un altro esponente della sinistra francese, Hervé, un antimilitarista
e internazionalista convertitosi subito alla guerra difensiva e arruolatosi
volontario nell’esercito.
"Hervé che definisce - come noi pure la definiamo - "immonda
la guerra" non è un "guerrafondaio" anche se andrà
alla frontiera. Così come non è un delinquente il pacifico
cittadino che deve d’un tratto ricorrere alla [pistola] Browning per difendersi
dall’attacco del bandito. Il militarismo prussiano e pangermanista è,
dal ’70 ad oggi, il bandito appostato sulle strade della civiltà
europea!"
Il primo politico italiano
di sinistra a schierarsi a favore dell’intervento fu De Ambris, che in
un comizio dichiarò:
"Se domani la grande lotta richiedesse il nostro intervento per impedire
il trionfo della reazione feudale, militarista, pangermanica, potremo
noi rifiutano?
O pure non sentiremo risuonare nei nostri cuori, come furiosi colpi di
campane a martello, l’epica invocazione lanciata da Blanqui nel 1870,
quando i tedeschi valicarono frontiere di Francia?
Compagni! Io pongo la domanda: Che faremo qualora la civiltà occidentale
fosse minacciata d’esser soffocata dall’imperialismo tedesco e solo il
nostro intervento potesse salvarla? A voi la risposta!"
L’impressione suscitata da
questo discorso fu enorme. Per un momento, persino i suoi amici rimasero
sgomenti. Poi, dal carcere di Milano, dove era rinchiuso, giunse il consenso
di Corridoni [anche lui sindacalista rivoluzionario di sinistra, convertitosi
all’interventismo]:
"Sì, la guerra è un dovere nazionale e rivoluzionario.
Sì, dovevamo volerla e farla, non appena l’Italia fosse scesa in
campo..."
Corridoni confermò pubblicamente il suo consenso il 6 settembre,
appena rimesso in libertà:
"La neutralità è dei castrati. Noi che non vogliamo
essere tali ci sentiamo per la battaglia. Non intendiamo di disarmare
e non disarmeremo per nessuna
ragione nella lotta contro la borghesia, le dinastie e i capitalisti di
tutti i paesi.
Non
facciamoci però illusioni e convinciamoci che la propaganda che
abbiamo fatta fino
a ieri merita qualche cambiamento.
Noi non ci dimenticheremo mai dello spirito patriottico della Comune,
come mai ci dimenticheremo della realtà italiana della rivoluzione.
La neutralità è voluta dal governo italiano per aiutare
l’Austria."
Forti dell’appoggio di Corridoni,
i sindacalisti rivoluzionari deambrisiani a metà settembre tentarono
di far convergere tutta l’USI [il partito dei sindacalisti rivoluzionari]
sulla loro posizione, convocandone a Parma il consiglio generale. La maggioranza,
guidata da Armando Borghi, rimase però ferma sulle proprie posizioni
neutraliste ad oltranza. De Ambris e Corridoni, nel complesso, riportarono
un grosso successo: il neutralismo assoluto era stato messo in discussione
in una delle sue roccaforti apparentemente più munite e il problema
della guerra rivoluzionaria era ormai all’ordine del giorno del proletariato,
che non poteva più ignorarlo e doveva fare i conti con esso. La
crisi dell’USI aveva dimostrato che anche l’estrema sinistra rivoluzionaria
incominciava a muoversi in una direzione nuova, e che non tutti erano
convinti di non aver nulla da perdere, come sostenevano i socialisti o
i libertari più intransigenti, " se domani in luogo dei soldati,
dei carabinieri, degli sbirri del bel Regno di Vittorio Emanuele, avessimo
quelli del bel Regno di Francesco Giuseppe o di Guglielmo o dello Czar...
".
Dal rigetto della neutralità assoluta alla richiesta di un intervento
armato contro gli imperi centrali il passo, anche in questo settore della
sinistra, era ormai breve. E, soprattutto, si veniva ormai rapidamente
creando una situazione nuova per il Partito socialista, che, se da un
lato era preso di mira dalla destra e dai nazionalisti in specie che lo
accusavano di essere un’"associazione a delinquere contro la Patria",
da un altro lato vedeva incrinarsi, proprio nelle élites più
decise e rivoluzionarie, il fronte unitario antibellico che era riuscito
a raccogliere attorno a sé all’indomani dello scoppio della guerra.
E infatti a Torino e in altre
località si ebbero casi di defezione per protesta all’interno dello
stesso partito socialista, e arruolamenti nella legione volontaria garibaldina
che andava in Francia a combattere i tedeschi invasori.
Sempre a Torino, Donato Bachi scriveva a Morgari
"
Quello che io dicevo e che ormai dicono molti è questo.
Vincendo la Germania, è possibile che noi non siamo colpiti? Credo
che tu come i migliori nostri compagni siate convinti che nell’attuale
momento la vittoria tedesca è la fine della libertà ed è
il militarismo a perpetuarsi. Dunque quale è lo scopo che tutti
gli uomini liberi debbono prefiggersi oggi? La sconfitta della Germania.
Abbiamo noi la convinzione assoluta che questa avvenga anche senza di
noi, ed allora stiamo pur neutrali, ma se dubitiamo dell’esito finale,
non è più conveniente, più economico, di minor sacrificio
finanziario e di uomini il pesare subito di tutto il nostro peso sulle
due potenze tedesche ed affrettare la soluzione ricavando il massimo profitto...
Ma ciò di cui mi preoccupo è di non tagliar fuori il partito
socialista dalla vita della nazione...
Questo penso io e pensano molti, anche rivoluzionari. Forse lo pensate
anche voi, ma, come al solito, non osate dirlo, e potete anche aver ragione,
soprattutto se, come si dice, l’Italia non è pronta
"
Sappiamo che già a quest’epoca
(come emerge da una sua lettera al segretario del PSI Costantino Lazzari
del 21 agosto), Mussolini se ne rendeva conto e che cominciava a dubitare
dell’opportunità di insistere ad oltranza su una posizione cosi
debole, che, oltretutto, rischiava di isolare il Partito socialista dal
resto della sinistra e di esporlo agli attacchi di tutte le parti. Scriveva
infatti a Lazzari:
"
D’altra parte gli articoli e gli atteggiamenti di moltissimi
socialisti, sindacalisti e persino anarchici mi lasciano un po’ turbato.
Pensa che anche l’avv. Gherardini di Torino mi scrive manifestandomi la
sua volontà "di marciare contro l’Austria". In Romagna
la francofilia più acuta ha riavvicinato socialisti e repubblicani.
A Milano stessa, si è tentato di organizzare una riunione pro-Francia
da parte di alcuni socialisti. Mi si dice che qualcuno abbia varcato la
frontiera. Anche De Ambris ha tenuto una conferenza ondeggiante e impressionante.
Non ti parlo poi delle correnti repubblicane
"
I socialisti italiani, nel
complesso, erano psicologicamente tanto vicini all’Intesa che
non mancarono voci autorevoli che, pur tra molti distinguo, non nascosero
la difficoltà di percorrere sino in fondo la strada della neutralità
assoluta. Fu questo, per esempio, il caso di Antonio Graziadei il quale
disse che non solo il trionfo della Germania avrebbe significato il consolidamento
delle classi conservatrici e militari e una stasi del processo di democratizzazione
in quel paese e una nuova corsa agli armamenti in tutta Europa, ma affermò
anche che:
"
in caso di aggressione i socialisti avrebbero dovuto partecipare
alla difesa del paese (onde la necessità di una neutralità
armata)."
Qui sospendo la citazione da
De Felice e inserisco una mia riflessione personale.
La "neutralità armata" non è più neutralità,
può essere interpretata come una minaccia verso i vicini. Già
all’inizio della guerra, appena uno stato mobilitava [richiamava in caserma
altri contingenti di soldati] subito lo stato vicino faceva altrettanto.
Se l’Italia avesse mobilitato, l’Austria l’avrebbe presa per una minaccia,
magari sentendosi autorizzata ad un attacco preventivo. Dopo il Belgio
tutto era possibile.
In quei giorni fece molta impressione
un articolo di Sergio Panunzio (Guerra e socialismo) del 12 settembre,
che definì la neutralità " quanto di più antisocialista
si possa pensare ":
"
Io sono fermamente convinto che solo dalla presente guerra,
e quanto più questa sarà acuta e lunga, scatterà
rivoluzionariamente il socialismo in Europa... Alle guerre esterne dovranno
succedere le interne, le prime devono preparare le seconde, e tutte insieme
la grande luminosa giornata del socialismo...
Il capitalismo sarà così profondamente intaccato che basterà
solo che gli sia inferto il colpo mortale... Chi sostiene la causa della
pace sostiene inconsciamente la causa della conservazione del capitalismo."
Mussolini era sempre più
incerto, disorientato.
Con il " fiuto " che sempre lo avrebbe contraddistinto, sentiva
che la formula della neutralità assoluta faceva sempre più
acqua e che, specialmente tra i giovani militanti, lo scontento aumentava.
Nelle conversazioni con gli amici non faceva mistero delle sue incertezze
e dei suoi dubbi, resi più assillanti dal fatto di vedersi attaccato
proprio da coloro che sino allora gli erano sembrati più vicini
alle sue posizioni; attaccato e al tempo stesso blandito, come il leader
socialista a cui si guardava per un mutamento di rotta.
Con gli ultimissimi giorni di agosto cominciarono così sulla stampa
le allusioni e le indiscrezioni e con esse la lunga serie delle smentite
mussoliniane. Cominciò " Il giornale d’Italia", rivelando
che, parlando con una personalità irredenta, Mussolini avrebbe
riconosciuto l’inevitabilità della guerra contro l’Austria e l’avrebbe
definita
" un compito di civiltà del proletariato italiano ".
Giorni dopo l’"Avanti!" pubblicava una lettera di Battisti sull’irredentismo
trentino, e insieme l’articolo di Panunzio già citato.
Il giorno dopo, il direttore Mussolini lo avrebbe confutato, ma la confutazione
sarebbe stata debole, sfocata, piattamente dottrinaria, per nulla all’altezza
del miglior Mussolini polemista. Nella notte, subito dopo aver redatto
la sua replica, scrisse alla Rafanelli una lettera che ce lo rivela stanco,
sfiduciato, sempre più incerto, un uomo che vuole tenersi su, illudersi
di essere nel giusto, ma che è ormai travolto da una realtà
più forte di lui:
"Vi segnalo, sull’"Avanti!" d’oggi il mio articolo in risposta
a quello di Panunzio. Mi pare di averlo stroncato. Ma sono triste e scoraggiato.
Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure...
Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso.
È terribile! Ciardi, Corridoni, la Rygiet apologisti della guerra!
Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. Uno dei giorni
della veniente settimana verrò - dopo tanto tempo - a trovarvi.
Non ho in tutta Milano, oserei dire in tutta Italia, due persone colle
quali possa avere dimestichezza. Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento.
Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano..."
In questa situazione non può
meravigliare che le allusioni e le indiscrezioni invece di cessare aumentassero.
Il 19 settembre un giornale della sinistra - "Azione socialista"
- gli dedicava un corsivo (I due Mussolini) tra i più eloquenti:
"
Il giovane direttore dell’"Avanti!" s’è affinato
in diplomazia... Ma il guaio è che ogni giorno che passa il gioco
diplomatico diventa più difficile per Mussolini, anzi per i due
Mussolini, che un bel giorno, riscaldandosi l’ambiente, finiranno col
litigare sul serio. Chi dei due vincerà? C’è già
chi sente echeggiare l’Addio mia bella addio [un canto di guerra risorgimentale]
"
La situazione concreta era
e rimaneva saldamente nelle mani del re, dello Stato maggiore, dei ministeri
degli Esteri e dell’Interno, ma sembrava che "l’iniziativa politica"
stesse passando sempre più velocemente e chiaramente alle élites
intellettuali favorevoli alla guerra, proprio a quelle élites nelle
quali sino a poco più di due mesi prima Mussolini aveva riposto
la sua fiducia e la sua attesa per un rinnovamento del socialismo in senso
veramente rivoluzionario.
Se le masse, specie quelle contadine, erano per la pace ad oltranza, i
quadri intermedi, i dirigenti, le avanguardie più consapevoli,
pur rimanendo in maggioranza tendenzialmente contrari alla guerra, volevano
però una politica non fatta solo di negazioni aprioristiche, ma
una politica che tenesse conto della situazione reale. Paolo Valera sulla
" Folla ", il 27 settembre scriveva:
"Se domani, per esempio, tutta l’Italia sentisse il " grido
di dolore" per italiani soggetti all’Austria che cosa potremmo fare?
Nulla. La nostra neutralità sarebbe sopraffatta. Se domani l’Austria
tendesse a ritornare in Lombardia e in Veneto che cosa faremmo noi con
la neutralità ad ogni costo? L’avvenimento deve essere la nostra
guida. In fondo a ogni agitazione deve essere per noi la rivoluzione.
Noi non siamo diplomatici. Il nostro compito è la resurrezione
proletaria. Noi non vogliamo uscire dalla vita. Vogliamo rimanervi. Nella
guerra non cambiamo faccia. Rimaniamo rivoluzionari."
Abituato ormai ad avere il
partito nelle sue mani e a risolverne a proprio favore i contrasti facendo
appello alla base, Mussolini non sapeva più che fare, sballottato
di qua e di là, tirato da un lato e dall’altro dagli intransigenti
e dai moderati, dai filointerventisti e dagli interventisti decisi.
A risolvere i suoi dubbi furono in un certo senso questi ultimi. Nelle
settimane precedenti, come si è detto, egli si era lasciato andare
con più di uno di essi a pericolose confessioni e ammissioni. Ormai
decisi a scendere apertamente in campo per cercare di portare una parte
almeno del proletariato urbano su posizioni interventiste, superato il
primo sbigottimento per l’improvviso voltafaccia di Mussolini, questi
decisero di metterlo con le spalle al muro. Il prestigio che egli godeva
tra le masse era tale che per sperare di conquistare queste bisognava
per essi passare attraverso Mussolini.
Con i primi giorni di ottobre le voci, le indiscrezioni, i pettegolezzi
sulle sue incertezze, sui suoi dubbi presero a circolare insistenti.
Il 18 ottobre arriva la svolta del futuro dittatore: l’"Avanti!"
uscì con un lunghissimo articolo di Mussolini, Dalla neutralità
assoluta alla neutralità attiva ed operante, che anticipava chiaramente
il nuovo indirizzo che il suo autore avrebbe voluto far accettare al partito.
L’articolo, uno dei più abili che Mussolini abbia mai scritto,
cominciava con una constatazione:
"Il Partito socialista
italiano non si è "adagiato" fra i cuscini di una comoda
formula quale è quella della neutralità " assoluta
". Comoda perché negativa. Permette di non pensare e di attendere."
Ma un partito che vuol vivere
e fare la storia, non può soggiacere a dogmi astratti.
Ciò premesso Mussolini esaminava i vari orientamenti emersi nei
mesi precedenti in campo socialista e affrontava quindi lo spinoso punto
della neutralità, chiedendosi se questa fosse stata veramente "
assoluta " o non invece "relativa e parziale ".
"
Ma una neutralità
in siffatta guisa "assoluta" non è quella che il Partito
socialista ha sostenuto e patrocinato sin dagli inizi della crisi. La
nostra neutralità è stata sin da allora " parziale".
Ha distinto. È stata una neutralità spiccatamente austrotedescofoba
e, per converso, francofila."
I socialisti italiani avevano
condannato la guerra, come fenomeno generale, ma avevano distinto tra
guerra e guerra, tra belligeranti e belligeranti.
C’erano stati gli atti solenni dell’opposizione socialista alla guerra,
ma dopo questi
si erano però determinati problemi e situazioni nuove, di cui era
necessario discutere e valutare il significato reale. La neutralità
assoluta minacciava di imbottigliare il partito e di ipotecarne la libertà
di movimento futura.
"Se voi volete continuare
e accentuare l’opposizione alla guerra, dovete prepararvi a fare la rivoluzione.
Per evitare una guerra, bisogna abbattere - rivoluzionariamente - lo Stato."
Credevano i socialisti, per
altro - e qui la logica del discorso di Mussolini si faceva veramente
stringente - che qualora la rivoluzione fosse riuscita lo Stato di domani
non avrebbe fatto la guerra, se le necessità storiche - interne
ed esterne - ve lo avessero costretto?
" E chi vi assicura che il governo uscito dalla Rivoluzione non debba
cercare - appunto in una guerra - il suo battesimo augurale? "
E se gli imperi centrali avessero cercato di rimettere sul trono l’antico
regime, sarebbero stati i neutralisti assoluti ancora contrari ad una
guerra in difesa della rivoluzione?
I problemi nazionali, si avviava a concludere Mussolini, esistevano e
non si potevano negare, anche per i socialisti. Bisognava pertanto fare
i conti anche con la questione degli irredenti:
"Non si scivola sul terreno dell’irredentismo ammettendo l’esistenza
di un problema " nazionale " italiano oltre gli attuali confini
d’Italia. Il caso del Trentino è tale che forza alla meditazione
i neutralisti più assoluti fra gli assoluti. Se questo popolo italiano
fosse insorto contro l’Austria, con qual coraggio noi socialisti, che
abbiamo avuto fremiti di solidarietà per gli insorti armeni, avremmo
impedito un intervento italiano?
Ora il Trentino è " virtualmente", moralmente insorto.
Poiché il problema dell’intervento militare italiano esorbita dalle
nostre capacità e responsabilità di partito di minoranza,
con ideali lontani, non possiamo né dobbiamo assumerci l’iniziativa
di una guerra, ma se la borghesia italiana, cui spetta la soluzione dei
problemi nazionali, muovesse contro l’Austria-Ungheria, noi - opponendoci
- non faremmo che sacrificare il Trentino e giovare all’Austria-Ungheria,
la quale - ciò va ricordato ai socialisti - è il baluardo
vero e maggiore della reazione europea."
I socialisti italiani potevano
anche non accettare in toto il patriottismo dei loro compagni francesi,
belgi, inglesi, non potevano però chiudere le orecchie alle voci
che giungevano d’oltralpe: erano le voci di Hervé, Cipriani, "
caro a tutti i socialisti ", Vaillant, Hyndmann, l’anarchico Kropotkin,
un " uomo a cui nessuno vorrà negare là devozione infinita
alla causa rivoluzionaria ", e andavano meditate. In ogni caso non
potevano rinchiudersi nella neutralità assoluta, formula pericolosa
è paralizzante:
"Le formule - concludeva
Mussolini - si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli
avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è
folle, è ridicola impresa. Se domani - per il gioco complesso delle
circostanze - si dimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare
la fine della carneficina orrenda, chi - fra i
socialisti italiani - vorrebbe inscenare uno " sciopero generale
" per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di
vite proletarie in Francia, Germania, Austria, ecc., sarebbe anche una
prova suprema di solidarietà internazionale?
Il nostro interesse - come uomini e come socialisti - non è dunque
che questo stato di " anormalità " sia breve e liquidi,
almeno, tutti i vecchi problemi?
E perché l’Italia - sotto la pressione dei socialisti - non potrebbe
domani, costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione
degli armamenti e dei rispetto ai diritti delle nazionalità tutte?
Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto
ciò dimostra che noi non possiamo " imbozzolarci " in
una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà
si muove e con ritmo accelerato.
Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più
tragica della storia del mondo. Vogliamo essere - come uomini e come socialisti
- gli spettatori inetti di questo dramma grandioso?
O non vogliamo esserne - in qualche modo e in qualche senso - i protagonisti?
Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la "
lettera " uccidesse lo " spirito ". Non salviamo la "
lettera " del Partito se ciò significa uccidere lo "
spirito " del socialismo!"
L’impressione suscitata in
tutto il Partito socialista e negli ambienti ad esso vicino fu enorme;
era una frustata che colpiva tutti, costringendoli, volenti o nolenti,
a una decisione, a una scelta che sarebbe stata decisiva.
In qualunque modo Mussolini fosse giunto personalmente alla tesi della
neutralità " attiva ed operante "; se se ne fosse fatto
banditore per intima, profonda convinzione o fosse stato indotto ad abbracciarla
solo per uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato con le sue incertezze,
con i suoi amletismi, è un fatto che con essa il socialismo italiano
era posto inevitabilmente di fronte alle proprie responsabilità
e non tanto a quelle immediate quanto a quelle a più lunga scadenza,
storiche si potrebbe dire. Accettare o respingere la tesi della neutralità
" attiva ed operante " voleva dire, infatti, decidere quale
posto e quale funzione il Partito socialista avrebbe dovuto avere nella
società e nella vita politica italiana. La neutralità "
assoluta " era il ruolo più facile, forse più bello,
più " pulito " moralmente, più coerente con il
passato e con una certa tradizione dottrinaria: era la " politica
delle mani nette " del proletariato. Era però anche la volontaria
abdicazione ad una propria politica, ad una politica cioè che non
perpetuasse e accrescesse l’isolamento del Partito socialista, psicologicamente
dal paese e politicamente nella sinistra.
Nel grande crogiolo della guerra
il Partito socialista e le masse che erano dietro di lui non seppero prendere
coscienza di sé e della realtà: la guerra non poteva non
essere la guerra della borghesia; si trattava o di renderla anche del
proletariato (soluzione riformistica e democratica) o di trasformarla
in guerra rivoluzionaria, di approfittare cioè di essa per sostituire
il proletariato alla borghesia nella direzione del paese.
Tra questi due corni del dilemma una terza soluzione non vi era: sperare
di imporre la neutralità per via parlamentare o con il ricorso
allo sciopero generale era un assurdo. Nella seconda eventualità
bisognava però saper trasformare il Partito socialista in uno strumento
di lotta veramente rivoluzionario; in primo luogo bisognava saper rinunciare
alla " legalità " e ai suoi benefici, cioè alle
conquiste di dieci e più anni di riformismo, ma a questa rinuncia
gran parte dei socialisti - anche rivoluzionari - non voleva arrivare.
Così per quattro anni il Partito socialista si " amministrò
" riformisticamente senza rendersi conto che così facendo,
se apparentemente si teneva pronto alla "grande giornata" e
se poteva convogliare verso di sé molte simpatie, perdeva gran
parte delle sue effettive capacità politiche.
Il Partito socialista si trovò irrimediabilmente isolato. Quattro
e più anni di neutralità "assoluta" - che per
i più erano stati di lazzaretto politico e morale e di odio verso
tutti e tutto ciò che sapeva di guerra e di patriottismo - lo condussero
a continuare un’assurda lotta contro l’interventismo anche a guerra ormai
finita.
(citazioni da De Felice, "Mussolini
il rivoluzionario", Einaudi tascabili, 1965.
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