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Lo strumento principale dell’imperatore l’ufficio topografico di Napoleone
Il centro nevralgico principale del “santuario del genio” era costituito dal personale dell’ufficio topografico dell’imperatore. Questo reparto era soprattutto il regno di Bacler d’Albe, il più indispensabile tra tutti i collaboratori di Napoleone. Era responsabile della esecuzione di tutti i compiti di stato maggiore derivanti dai piani formulati da Napoleone. A lui era affidato il compito di correggere le carte e di tenere aggiornata una grande carta della situazione giornaliera, sulla quale ogni unità era indicata con spilli di diversi colori. Questa carta veniva sempre collocata su un grande tavolo al centro dell’ufficio di Napoleone, e Bacler d’Albe era incaricato di assicurare che tutto l’occorrente si trovasse a portata di mano: le cartelle dei dispacci, lo scrittoio da campo, i compassi già fissati con apertura uguale alla distanza media di una giornata di marcia, e l’indispensabile raccolta dei carnets (i quaderni delle annotazioni di Napoleone, contenenti i particolari relativi a ogni unità francese e a ogni formazione nemica).
I carnets dì Napoleone venivano aggiornati dal suo stato maggiore ogni giorno e completamente rinnovati ogni due settimane. Quelli che si riferivano agli affari militari erano fatti così: a ogni reggimento veniva assegnata una pagina, suddivisa in colonne, nelle quali venivano riportati i nomi dell’ufficiale comandante, del capo di stato maggiore, degli ufficiali superiori, un elenco delle azioni, la posizione del deposito, un elenco delle perdite, uno dei ricoverati in ospedale, e uno delle reclute in addestramento con le regioni di provenienza delle stesse. Altri quaderni di annotazioni contenevano i rapporti su ogni ufficiale dell’esercito con il suo periodo di servizio, le sue campagne, le distinzioni, le decorazioni, le promozioni, la paga. Napoleone era soprattutto metodico, e andava sempre a fondo nelle cose.

Insieme si mettevano carponi sulla superficie della carta
Bacler d’Albe aiutava l’imperatore nella compilazione dei suoi piani in modo veramente apprezzabile. Insieme si mettevano carponi sulla superficie della carta, appuntando nuovi spilli, bestemmiando o grugnendo quando si verificavano collisioni tra le loro teste o i deretani. A Bacler erano affidati anche importanti calcoli di tempi e distanze. Faceva una vita da cani; il primo e l’ultimo comando dell’imperatore in ogni giorno trascorso sul campo era invariabilmente «mandate a chiamare d’Albe”. Per aiutarlo nel suo lavoro, Bacler aveva due assistenti, ma rimaneva il personaggio più importante e infatti venne elevato al rango di generale.

Stato maggiore dell’esercito: trasmettere gli ordini di Napoleone a chi di competenza e sorvegliare minuziosamente l’amministrazione dell’esercito

Passando ora a considerare il vero e proprio stato maggiore dell’esercito, un mondo a parte rispetto alla Maison, troviamo un’organizzazione curiosamente complessa e slegata, presieduta da Berthier, con molte sovrapposizioni di compiti collaterali e notevoli debolezze e omissioni. Non era richiesta originalità di pensiero, né particolari sforzi; Napoleone decideva tutto, pianificava tutto, controllava tutto. Lo stato maggiore era semplicemente un mezzo per la trasmissione degli ordini e la fornitura di dati, nient’altro.
Alla direzione di questa organizzazione vi erano tre sottocapi di stato maggiore. Il più elevato di questi dirigeva il lavoro dello stato maggiore nel suo insieme, manteneva stretto contatto con i capi di stato maggiore delle unità, e organizzava le retrovie e le linee di comunicazione. Il secondo era responsabile di tutto quanto riguardava gli accampamenti, le marce e gli alloggi. Il terzo era incaricato del reparto topografico dell’esercito. che redigeva ogni giorno le carte della situazione, dirigeva l’effettuazione delle operazioni di pattugliamento e ricognizione, e compiva rilievi topografici.
David G. Chalander “Le campagne di Napoleone”, Rizzoli, pag. 468

Con il suo stato maggiore: tenerli in uno stato di eccitazione mentale che rasentava l’ansia nervosa

Con i subalterni che avevano maggiori responsabilità e con il suo stato maggiore i suoi metodi erano egualmente efficaci. Napoleone sembra ritenesse che il modo per costringere i suoi ufficiali al massimo sforzo fosse di tenerli in uno stato di eccitazione mentale che rasentava l’ansia nervosa. Normalmente il suo umore era tranquillo e ragionevole, ma nessuno poteva mai essere sicuro che una di quelle formidabili crisi di rabbia che Napoleone poteva in apparenza farsi venire a volontà, o un suo egualmente temuto attacco di severità non potessero manifestarsi all’improvviso. Razionava i suoi sorrisi e le sue battute e aveva pochi favoriti. Spesso poneva i suoi subordinati gli uni contro gli altri, adottando la strategia del divide et impera. Analogamente, teneva tutti sul chi vive diramando senza preavviso ordini imprevisti, s’intende da eseguire all’istante; non erano mai accettate scuse.
Poco preavviso veniva dato per gli immediati spostamenti del quartier generale, e Napoleone si aspettava che tutti fossero in viaggio entro trenta minuti dall’ordine. Perfino Berthier, al quale veniva permessa più confidenza che a chiunque altro, alle volte era spinto quasi alla disperazione dal suo padrone. Una volta trovò afferrato alla gola, mentre il suo padrone gli batteva la testa senza pietà contro un muro di pietra. Gli accessi d’ira di Napoleone non erano da prendersi alla leggera.

Visitava la truppa: sfruttava quell’ipnotica attrattiva che esercitava a volontà su quasi tutti i suoi uomini

Esaurita per il momento l’ordinaria amministrazione della giornata, l’imperatore faceva venire il suo cavallo e si avviava, accompagnato dal suo “piccolo quartier generale”, a ispezionare qualche unità o a visitare il quartier generale di un reparto. Era fermamente convinto dell’importanza che un comandante in capo vedesse e fosse visto. Le sue incessanti ispezioni, le riviste e le parate gli davano modo di valutare il morale dei suoi uomini e di giudicare il loro spirito. In tali occasioni aveva inoltre la possibilità di sfruttare in maggior misura quell’ipnotica attrattiva che esercitava a volontà su quasi tutti i suoi uomini. La facile familiarità che usava con graduati e soldati, lo faceva veramente amare; una parola passando vicino a un mugugnatore, la rozza barzelletta con un sergente, il chiamare l’uomo più coraggioso dell’unità per consegnargli un premio inaspettato - questi erano i mezzi con i quali teneva legate le truppe al suo servizio e infondeva loro il coraggio per soffrire continue privazioni e per affrontare la prospettiva di ferite deturpanti e la morte stessa, con almeno un minimo di rassegnazione. Molti dei suoi atteggiamenti erano deliberatamente istrionici, ma ottenevano l’effetto desiderato. Ogni visita terminava con risonanti grida di «Vive l’èmpereur!” e la sua abitudine di confidarsi in apparenza con i suoi uomini, spiegando loro ciò che cercava di fare e il compito che affidava loro per l’attuazione dei suoi piani, serviva ad elevare il morale.
In battaglia, di solito lasciava il comando ai suoi subordinati e raramente interferiva; ma quando stava per essere lanciato qualche attacco di importanza particolare, spesso cavalcava fino alla formazione impegnata, per incitarla ad avanzare con frasi come questa: «Trentottesimo, so quanto valete! Prendetemi quel villaggio, alla carica!”. La sua più piccola parola di lode veniva considerata come un abbraccio da chi la riceveva; allo stesso modo, la minima espressione del suo dispiacere riduceva un indurito granatiere alle lagrime. Napoleone aveva pochi che lo uguagliassero nel modo di trattare gli uomini.
David G. Chalander “Le campagne di Napoleone”, Rizzoli, pag. 471

 

 

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