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Udire
le voci degli Dei |
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Sto leggendo un bel libro:
Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi. Secondo Jaynes, nell’uomo dell’antichità l’area dell’emisfero destro aveva una funzione allucinatoria legata all’organizzazione dell’esperienza di "voci" percepibili in parte anche dall’emisfero sinistro. Come dice LAURO GALZIGNA http://www.pol-it.org/ital/jaynes2.htm una delle più rilevanti testimonianze storiche dirette di “voce divina” udita nel passato è la storia dell’egiziano Tamo, pilota di un mercantile, raccontata da Plutarco nel famoso dialogo delfico intitolato Il tramonto degli oracoli (un testo importante, che mette in scena il tramonto del mondo pagano, scandito da una realtà nuova e sconcertante: il silenzio degli dei e degli oracoli, che tacciono e non parlano più agli uomini). Il pilota, nel mare Adriatico, aveva udito una forte voce che diceva "Il grande dio Pan è morto", la natura straordinaria dell’esperienza di aver sentito questa voce, lo portò a riferirla all’Imperatore Tiberio. Santi e streghe (con Giovanna d’Arco, che era insieme tutte e due) sentivano voci di entità divine. Oggi invece “sentire voci” è sinonimo solo di follia. La fine delle civiltà antiche corrispose con l’apparente scomparsa degli dèi e delle loro voci: la mente bicamerale primitiva cessò di esistere. Molti furono i fattori che contribuirono al crollo, e tra essi Jaynes indica lo sviluppo della scrittura e l’uso della divinazione come tentativo di sostituire la funzione direttiva delle voci. In seguito conto di mandare estratti dal libro di Jaynes, e materiale contro l’astrologia, la forma più comune – e insieme volgare ed inutile - di “divinazione contemporanea” Come primo approfondimento a questo tema delle “voci”, invio un’intervista ad un genio della matematica – e suo malgrado eroe di un film di successo – che in un certo periodo della sua vita “sentiva voci”. Nel finale dell’intervista, quando gli chiedono: “Che ne pensa del fatto che Mosè sentisse la voce di Dio, e Socrate quella del suo daimon?” Risponde: «Durante la mia malattia anch’io sentivo delle voci, come quelle che si sentono nei sogni. Agli inizi avevo solo idee allucinatorie, ma dopo due o tre anni sono arrivate queste voci, che reagivano criticamente ai miei pensieri e sono continuate per vari anni. Alla fine ho capito che erano solo una parte della mia mente: un prodotto del subconscio, o un percorso alternativo della coscienza». Ecco l’articolo: « Una mente afflitta da ossessioni schizofreniche eppure in grado di elaborare soluzioni degne di un grande scienziato. Una storia che è quasi una leggenda. (tratto da “La Repubblica”, 25/10/2003, pag. 40 ) JOHN NASH RACCONTADi PIERGIORGIO ODIFREDDI Un libro di Sylvia Nasar (Rizzoli, 1999) e un film di Ron Howard, entrambi intitolati “A beautiful mind” e di grande successo, hanno raccontato la strana storia di John Nash, il genio che ha legato il suo nome a una serie di risultati ottenuti nel giro di una decina d’anni e pubblicati in una decina di articoli, un paio dei quali gli sono valsi il premio Nobel per l’economia nel 1994. E’ una tragica ironia del destino che un uomo che ha vissuto venticinque anni da squilibrato, soffrendo di schizofrenia paranoide e credendosi l’Imperatore dell’Antartide e il Messia, sia passato alla storia per aver introdotto la nozione di equilibrio oggi usata nella teoria dei giochi: di un comportamento, cioè, che non può essere migliorato con azioni unilaterali, nel senso che lo si sarebbe tenuto anche avendo saputo in anticipo il comportamento dell’avversario. Abbiamo passato un pomeriggio con questa «mente meravigliosa», parlando a ruota libera di matematica e pazzia, e ripercorrendo alcune tappe della sua singolare vicenda scientifica e umana. La sua autobiografia per la Fondazione Nobel incomincia con una strana frase: «La mia esistenza come individuo legalmente riconosciuto è iniziata il 13 giugno 1928». «Non ricordo perché ho detto così allora: quando scrivo cerco di essere spontaneo e senza costrizioni, e le cose escono diverse a seconda delle volte. Ma il concetto di “inizio” varia: ad esempio, in Cina si misura dal momento del concepimento. In Occidente invece una persona non esiste legalmente fino a che non è nata». In certi ambienti c’è un analogo problema relativo al momento in cui il nascituro acquista un’anima. «Le cose sono cambiate nel tempo, e oggi i cattolici la pensano come la gente comune di qualche secolo fa. In fondo, tutto si riduce a una competizione di numeri». Lei è religioso? «Ho cambiato varie volte idea, quand’ero mentalmente disturbato. Si rischia di uscire di testa pensando troppo alla religione, soprattutto se si fa della scienza e sì cerca di tenere fede e ragione in compartimenti separati. Un’osservazione elementare, però, è che le varie religioni sono logicamente incompatibili fra loro: non possono dunque essere tutte vere». La stessa cosa vale per la politica, di cui lei ha scritto che è «un inutile spreco di energia intellettuale». «Mi riferivo soltanto alla mia esperienza personale, influenzata dalla malattia mentale: ho cominciato a guarire quando ho rifiutato alcune delle mie illusioni in questo campo. La politica non è certo uno spreco di energie per i politici di professione!». I suoi interessi matematici sembrano essere stati molto estesi, e anche un po’ incompatibili. Come è riuscito a conciliarli? «In fondo io sono un analista. Il problema dell’immersione, che ho risolto nel 1954, era sostanzialmente analitico. E in seguito mi sono interessato di equazioni differenziali alle derivate parziali». Trovando il grande teorema che lei e Ennio De Giorgi avete dimostrato indipendentemente. «Sì, lui è stato il mio rivale. A proposito, ecco un bell’esempio di un matematico religioso! Anzi, un esempio estremo di religiosità, quasi da monaco». E il fatto che anche lui avesse ottenuto lo stesso risultato le costò la medaglia Fields. «Non solo a me, anche a lui». Ma lei sembra esserci stato più vicino, nel 1958. Ci fu addirittura uno spareggio con René Thom, no? «Mah, così si dice. Nel 1962 sarebbe stato più ovvio, ma io ero già disturbato mentalmente. Così la diedero a Lars Hormander: uno svedese, in un congresso in Svezia...». Vuole dire che la cosa è sospetta? «Beh, sì. Tra l’altro, con due sole medaglie, invece delle quattro che si danno oggi». Così lei ha perso la medaglia Fields, ma ha vinto il premio Nobel. Avrebbe preferito il contrario, se avesse potuto scegliere? «La medaglia Fields sarebbe stata molto prima, avrebbe cambiato il corso della mia vita. Se fossi stato sano nel 1962, avrei potuto prenderla: ero ancora nei limiti d’età. Ma il mio lavoro non fu immediatamente riconosciuto: nemmeno le cose più facilmente comprensibili». E’ vero che a quel tempo ha cercato di risolvere l’Ipotesi di Riemann? «Questo lo dice il film. Il problema è certamente affascinante, ma io non l’ho mai seriamente attaccato, nemmeno quand’ero malato. La teoria quantistica, quella sì. Ma probabilmente era un’illusione, una mancanza di buon senso, anche quando non ero legaimente matto». Siamo tornati alla legalità. «Dovrebbe essere chiaro che la malattia mentale è un concetto legale». Ad esempio, uno dice che fa miracoli, e invece di matto lo chiamano santo! «Più che dirlo, bisogna riuscire a farlo dire a qualcun altro: non “io faccio miracoli”, ma “lui fa miracoli”. Meglio poi se a dirlo è un cardinale o un vescovo, con voce ispirata». O, per fare un altro esempio, uno come Monitz inventa la lobotomia, e invece di finire in galera prende il premio Nobel per la medicina. «La Iobotomia era veramente un’operazione drastica, ma la cosa è sottile. Si può confrontarla con il trattamento farmaceutico, e vedere con che metodo una persona diventa socialmente più controllabile. E’ difficile, non si sa in anticipo come un paziente reagirà alle medicine e che effetto avranno su di lui. Ma si sa che riducono l’impulso suicida, che è uno dei pericoli maggiori, oltre che una causa di internamento». Lo scopo quindi è il controllo. «E’ l’economia, nel senso che si tratta di minimizzare il costo per la società e per le famiglie dei malati. Una pazzia che non dà problemi, che non influenza il comportamento esteriore, è come una religione che non interferisce con il tuo lavoro: in tal caso a nessuno importa a che setta appartieni. Ma se un malato mentale ha tendenze suicide, questo è sufficiente a determinare l’internamento coatto. Anche se oggi gli avvocati riescono a renderlo più difficile, il che allo stesso tempo fa risparmiare soldi allo stato». Negli anni ‘70 in Italia il movimento antipsichiatrico è riuscito a far chiudere i manicomi. «Tutti?» Sì, tutti. «Saranno però rimasti i reparti psichiatrici negli ospedali normali.» Molti malati mentali sono stati effettivamente dimessi. «Negli Stati Uniti la medicina psichiatrica è diventata un’industria: molta gente viene internata anche se non è veramente pericolosa, e non dovrebbe essere possibile senza il consenso del paziente». Anche le prigioni sono diventate un’industria: il numero dei carcerati negli Stati Uniti è imbarazzante: quindici volte superiore alla media europea. «Però se si tolgono le persone che appartengono a certe categorie etniche, come i neri o i latini, la percentuale dei carcerati bianchi è probabilmente la stessa che in Europa». Lei ha sempre cercato di opporsi legalmente ai suoi internamenti. «La prima volta sono riuscito a farmi dimettere. Le altre volte ho tentato, ma senza grandi risultati. Credo che l’effetto sia stato duplice: può aver impedito certi eccessi di cure, ma aver prolungato la durata della detenzione». Lei ha detto esplicitamente di aver subìto torture. «Si possono interpretare i coma insulinici e gli elettroshock come torture. Ma avvennero appunto in un periodo in cui non avevo un avvocato». Ha anche detto che guarire da una malattia mentale non dà la stessa gioia che guarire da una malattia fisica, perché «la razionalità del pensiero impone un limite al concetto che una persona può avere della sua relazione col cosmo. «Io mi vedevo come un grande profeta o un messia...». Come Zarathustra? «Ho fatto quell’esempio solo perché non ci sono troppi suoi seguaci in giro. Citare Maometto poteva essere rischioso, nel 1994 c’era il rischio di una fatwa... Non si può allo stesso tempo essere razionali, e credersi un grand’uomo universalmente riconosciuto. Dopo essere stato internato ho quindi fatto una specie di compromesso con me stesso, per cercare di comportarmi normalmente». Anche maniaci depressivi, tra i quali molti scienziati, vivono una specie dl compromesso tra euforia e depressione. «Il mio caso era diverso, perchè non soffrivo di depressioni ma d’allucinazioni. Quanto agli scienziati, mi sembrano relativamente sani: sono i logici, che sono matti Più della maggior parte dei matematici». Mi sta prendendo in giro? «No, ne ho parlato al Congresso mondiale di Psichiatria di Madrid nell’1996, e anche Gian Carlo Rota ha osservato che tra i logici la percentuale di matti è inusuale. Pensi a Post, che veniva curato periodicamente con l’elettroshock, o a Gòdel, che si lasciò morire di fame. O a Church, che magari era sano ma si comportava ben stranamente: parlava sempre da solo ad alta voce, si mangiava tutti i biscotti ai parties… Quando studiavo a Ucla sono andato a una sua lezione, ed è stata l’unica volta in cui ho visto tutti in un’aula dormire dalla noia, compreso il docente. «Anch’io da studente ho seguito un suo corso, noiosissimo. L’ho anche avuto come membro della mia commissione di laurea». Che ne pensa del fatto che Mosè sentisse la voce di Dio, e Socrate quella del suo daimon. «Durante la mia malattia anch’io sentivo delle voci, come quelle che si sentono nei sogni. Agli inizi avevo solo idee allucinatorie, ma dopo due o tre anni sono arrivate queste voci, che reagivano criticamente ai miei pensieri e sono continuate per vari anni. Alla fine ho capito che erano solo una parte della mia mente: un prodotto del subconscio, o un percorso alternativo della coscienza». E le servivano per la matematica, come per Rainanujan? «Forse in certe società, quali l’antica Grecia o l’India, è possibile coltivare queste voci come un normale pensiero razionale: potrebbe funzionare. Ma nel mio caso non erano piacevoli». E poi hanno smesso? «Più che altro le ho soppresse io. Ho deciso che non volevo più sentirle o esserne influenzato». Quindi è guarito perché ha deciso di guarire, con la forza di volontà? «Non so, non è così chiaro come funzioni la forza di volontà: certo non basta per dimagrire. Ma la guarigione dalle malattie mentali non sembra essere provocata dalle medicine, e a un certo punto io ho smesso di prenderle. Voler essere sani, questa è essenzialmente la sanità mentale». |
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