|
Tra i tanti templi di Roma, ce n’è uno che mi ha sempre affascinato. È situato sul colle Gianicolo, ed ha questa doppia caratteristica, primo: è forse l’ultimo tempio pagano mai costruito a Roma, secondo: mostra segni di esser stato chiuso e sigillato dai suoi fedeli, sigillato così bene che un paio di elementi sono rimasti intatti fino agli scavi archeologici di fine ‘800.
Nel testo sotto, vedete descritto il Tempio Siriano del Gianicolo da un grande archeologo di inizio ‘900: Rodolfo Lanciani.
“Dobbiamo riprendere con il lettore il discorso delle religioni orientali in Roma e parlare del terzo grande sacerdote della setta siriaca, quel Marco Antonio Gaionas, che abbiamo già incontrato e il cui nome è divenuto popolare in seguito alle scoperte avvenute a Roma sul Gianicolo il 6 febbraio del 1909.
La storia inizia nell’estate del 1906, quando George Wurst, proprietario della villa Crescenzi-Ottoboni-Sciarra, stava gettando le fondazioni di una casa per il giardiniere, nella parte bassa della villa che comunica con l’attuale viale Glorioso.
Durante gli scavi vennero alla luce numerose epigrafi in lingua greca e latina, e varie are votive, una prima dedicata al dio siriaco Adados, una seconda a Giove llla.legiabr•udes (il dio locale della città siriaca di Giabruda, una terza a Giove Keraunios Giove Fulminatore ed alle Ninfe Furrine.
Tra le epigrafi ne venne fuori una, in versi greci, che conteneva lodi di un certo Gaionas che in lingua aramaica vuol dire « il magnifico ». Ben presto scoprimmo che questo Gaionas era una vecchia conoscenza dell’epigrafia cittadina insieme a Balbillus, già ricordato, per le molte epigrafi scoperte in precedenza. Ricordammo il particolare che questo Gaionas, nelle varie iscrízioni che lo riguardavano, veniva riconosciuto con un numero sempre più vasto di appellativi mai uditi e di cui è impossibile quasi sempre dare l’esatto significato. Veniva chiamato Deipnokrites oppure Cistiber oppure Cistiber Augustorum e così via.
Dal numero e dal tono delle epigrafí, ci siamo convinti che questo personaggio dovette essere un vanitoso ed un opportunista, sempre pronto ad afferrare l’occasione per mettersi in vista e forse per far soldi.
Sappiamo, che quando nel 176 Marco Aurelio fece innalzare nel Campo Marzio la famosa colonna, a ricordo delle sue campagne vittoriose contro i Marcomanni ed i Sàrmati, Gaionas ne fece erigere una simile, più piccola, con una lunga iscrizione che inneggiava alle gesta del suo regno religioso.
L’iscrizione scoperta nel 1906, di cui abbiamo dato notizia, provò che lì era il lucus Furrinae, il luogo sacro al culto di Furrina, dove l’infelice tribuno Caio Sempronio Gracco si era rifugiato in quel terribile giorno del 121 a.C. Qui lo raggiunse la folla inferocita del Foro e qui lo massacrò a bastonate insieme a tremila del suo partito che furono, insieme a lui, gettati poi nel Tevere, a monte dell’isola Tiberina.
Questa epigrafe inoltre ci informò della presenza nel luogo di alcune sorgenti che, da tempo immemorabile, erano considerate sacre e dedicate alla dea Furrina, più tardi al culto delle ninfe.
Si potè accertare che, al tempo degli Antonini, una parte dell’area sacra con una sorgente, era stata ceduta alla colonia siriaca alla quale venne concesso il permesso di costruire un cappella dedicata agli dei siriaci e l’uso di una fontana per le abluzioni dei fedeli.
Su indicazioni degli archeologi venne rintracciata e ricondotta alla primitiva efficienza la sorgente che era stata concessa a Marco Antonio Gaionas per le abluzioni dei suoi fedeli. Questa aveva una portata di circa cinquanta metri cubi al giorno ed essendo di eccellente qualità, rappresentò, per il proprietario attuale, un incremento nel valore della proprietà niente affatto trascurabile. La vasca di cipollino scuro che raccoglieva l’acqua, scoperta per caso nel 1902, era stata in precedenza venduta all’antiquario Simonetti per duemila settecento franchi ed ancora appartiene alla sua collezione.
Fu poi accertato che il santuario costruito da Gaionas al tempo degli Antonini era stato abbandonato e sostituito da un altro più alto sul colle del Gianicolo, costruito però con quella negligenza e con quella povertà di materiali che è tipica delle costruzioni del quarto secolo.
L’opera non aveva fondazioni, le mura erano costruite con tufi non squadrati e con calce cattiva; malgrado tutto, la pianta della fabbrica era ben fatta.
Questa comprendeva una grande sala centrale per le riunioni, esposta ad oriente. Aveva una base triangolare al centro ed un altare quadrato nell’abside. Sopra l’ara fu trovata una statua di marmo mutilata, probabilmente di un Giove Heliopolitano o di Baal. Questa grande sala era circondata da cinque o sei cappelle a pianta triangolare. È da notare che la pianta triangolare era quasi la regola per ogni struttura interna come are, cappelle etc.
In un recesso, al limite orientale del santuario, fu scoperto il 6 febbraio del 1909 un altare triangolare di grandi dimensioni con tutto intorno un bordo rialzato per impedire ai liquidi di traboccare o sgocciolare sul pavimento.
Sembra che verso la metà del quarto secolo i credenti siriaci ed i fedeli di Mitra si unissero per contrastare l’invadenza del cristianesimo che, specialmente dopo l’imperatore Costantino, si stava rapidamente diffondendo in tutta l’Italia. Sembra inoltre provato che ogni loro attività religiosa ebbe a cessare, prima per il decreto di Gracco, prefetto di Roma, del 377, che vietava in Roma la pratica dei culti stranieri ed infine con il decreto di Teodosio del 392 che, definitivamente, abolì ogni culto pagano in tutto l’Impero.
Questi due decreti fecero la fortuna, se così possiamo dire, degli archeologi, perché dagli scavi risultò che il santuario era stato abbandonato di colpo, forse sin dal primo decreto prefettizio del 377 e che le belle statue delle divinità, ritrovate entro i confini del santuario, erano state di proposito nascoste prima della fuga, sessanta centimetri sotto il pavimento.
Fu ritrovata una statua di bella fattura, assolutamente intatta, di Dioniso o di Bacco giovane, con i soliti attributi divini, nuda, ma con la testa e le mani fortemente dorate. Questo particolare ha fatto pensare che, quando il dio era esposto al culto, fosse rivestito con ricchi paludamenti di foggia orientale, uso, del resto, conservato da molti paesi italiani per i loro santi protettori.
Venne anche alla luce una bella statua della dea Iside giovane, forse un originale egizio della scuola Saitica. Altri l’hanno ritenuta una copia del tempo di Adriano. Questa bella statua in basalto nero fu certamente abbattuta barbaramente dal suo piedistallo con un brutale colpo alla faccia che le sfigurò il naso e la bocca. La caduta provocò poi la rottura del corpo in cinque o sei pezzi, che furono pietosamente riuniti insieme da qualche fedele e così sepolti nell’abside di una cappella. Per fortuna, a parte gli sfregi della faccia, nessun pezzo era mancante.
Nella Sancta Sanctorum della cappella maggiore, tra l’ara principale e proprio sotto i piedi della statua di Giove Baal, fu scoperto un nascondiglio di circa trenta centimetri quadrati, dalle pareti rivestite di stucco. In esso fu rinvenuta la metà di un teschio umano adulto a cui mancavano la mascella inferiore ed i denti, né vi erano nel luogo tracce di altre ossa o di qualsiasi corredo funebre. Il teschio sembrava tagliato con un colpo netto, come per adattarlo alle dimensioni del ripostiglio segreto e lì era rimasto per quasi sedici secoli.
Poiché non possiamo, per ovvie ragioni, considerare questo relitto come un os resectum od un residuo di una incinerazione, si è avanzata l’ipotesi che si tratti dei resti (veri o falsi) di un sacrificio umano « di consacrazione », rito frequente nelle religioni semitiche. L’aver dato un posto d’onore a questa reliquia sotto l’ara maggiore del recinto sacro, fa pensare che il santuario stesso fosse molto importante per gli iniziati. La vittima immolata secondo antichi riti, in virtù del suo sacrificio, avrebbe incatenato, secondo il loro credo, il dio alla reliquia assicurando così la sua continua presenza per tutto il periodo della sua custodia,
Dobbiamo ricordare a proposito che quando il mitreo di Alessandria fu sconsacrato dall’imperatore Costantino nel 361, un gruppo di cristiani scoprì ossa umane in un passaggio segreto, ossa che, di tanto in tanto, venivano mostrate al popolo ignorante come prova di sacrifici umani avvenuti in quel covo di imbrogli.
Fu anche trovato un secondo nascondiglio, al centro dell’ara triangolare, nella parte orientale dell’edificio. Sembra che nel giorno della consacrazione del tempio, oltre a quanto descritto, si dovesse nascondere anche una immagine del dio; il luogo veniva poi chiuso da una tegula bipedalis sigillata con cemento tutto intorno al bordo. In fondo a questo nascondiglio, con i piedi rivolti verso l’ara maggiore, fu rinvenuta una statua in bronzo di Mitra Leontokefalos avvolta, come al solito, nelle spire di un serpente. Prima di chiudere il nascondiglio, si provvedeva a porre sul rettile cibi simbolici. Erano state poste cinque uova di gallina, una su ogni spira del serpente. Non so se queste uova furono di proposito rotte, fatto sta che il tuorlo si era mescolato con la polvere ed aveva formato incrostazioni. Non fu fatto sul luogo un esame accurato del reperto, ma con tutta probabilità l’altare ed il suo contenuto sarà rimosso e trasportato al museo Nazionale, dove le opportune ricognizioni ed esami possono essere fatti in più favorevoli circostanze che non all’aria aperta.
Questo ritrovamento ha avuto in Roma un precedente, ricordato nelle « Memorie » di Flaminio Vacca, l’intelligente archeologo e cronista vissuto al tempo di Sisto V, che abbiamo già incontrato in precedenza.
Racconta che scavando nella vìgna di Orazio Muti di fronte alla chiesa di San Vitale (esattamente dov’è ora via Venezia, una traversa di via Nazionale) fu trovato un segreto luogo di culto, chiuso da una porta murata. Demolito il muro, fu scoperta una statua di un dio a forma umana ma con la testa di leone, avvolto nelle spire di un serpente il quale sporgeva con la testa al di sopra ed avanti la testa del dio. Intorno al piedistallo erano molte lampade di terracotta con il becco rivolto verso la statua.
Lanciani Rodolfo, “Passeggiate nella campagna romana”, Quasar, pag, 160 |