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Vantaggi di una memoria ben esercitata in Cina

Matteo Ricci è stato il gesuita che più ha conosciuto la Cina. Veniva dal seminario gesuita di Roma, dove esercitare la memoria era un dovere, e in questa abilità Ricci eccelleva. Vediamo come gli risultò utile, in una fase della sua missione in Cina in cui gli era difficile farsi accettare dai funzionari ufficiali.

"Verso la fine del luglio 1595, Ricci si risolse a far visita al medico Wang Jiou. Professionista famoso, uomo intelligente e curioso delle novità, si rallegrò molto nell’apprendere che uno straniero, buon conoscitore di libri e costumi della Cina, desiderava visitarlo. Tanto più si rallegrò quando lo vide, dall’aspetto così strano eppure per lingua, abito, comportamento e profonda conoscenza dei testi di Confucio, autentico letterato cinese. Wang Jilou ne fu molto colpito e ne parlò con entusiasmo agli amici. Molti andavano a visitare lo straniero e lo invitavano nelle loro case.

Dopo pochi giorni Wang Jilou dette un convito in onore di Matteo Ricci, invitando i baccellieri della città. Ricci aveva ormai capito che doveva farsi strada con le sole sue forze, non potendo contare su sostegni politici esterni, quali la molto a lungo sperata delegazione papale. Aveva compreso che l’interesse dei cinesi per la religione cristiana era del tutto subordinato al rispetto che fosse riuscito ad attirare sulla sua persona; che il rispetto era commisurato all’autorità che fosse riuscito a dimostrare; che non aveva da guadagnare in autorità, abbassandosi nell’aspetto esteriore.

Ricci si presentò al convito facendo vestire di lungo anche i servitori che lo accompagnavano, deciso a dar prova di alcune sue facoltà. Mentre il pranzo si avviava alla conclusione, propose ai commensali di scrivere su di un foglio da quattrocento a cinquecento parole senz’ordine logico: egli le avrebbe lette una sola volta e le avrebbe ripetute dalla prima all’ultima e dall’ultima alla prima. I commensali si guardarono increduli e si scambiarono qualche sorriso. Wang Jiou fece portare carta e inchiostro.

Mentre Ricci sorseggiava del tè, i baccellieri si industriavano a dipingere col pennello gli ideogrammi più rari. Quando il foglio fu pieno, venne consegnato allo straniero: nel silenzio della sala Matteo Ricci percorse lentamente dall’alto in basso la successione dei segni. Dopo alcuni minuti lo restituì a Wang Jilou e iniziò a ripetere con voce chiara e ferma l’elenco di quelle parole sconnesse e peregrine. Alcuni baccellieri si erano posti alle spalle del medico per seguire la prova. Dopo la centesima parola ripetuta nell’ordine esatto l’incredulità era diventata stupore; dopo la duecentesima, ammirazione; dopo la trecentesima, sbalordimento; dopo la quattrocentesima, entusiasmo; e quando Matteo Ricci prese a ripetere tutte quelle parole nell’ordine inverso, giungendo sicuro fino alla prima, fu sbigottimento e sconcerto. Tutti ebbero la precisa sensazione di avere assistito a un evento straordinario e quasi sovrumano. Alcuni si posero in ginocchio davanti a lui, chiedendo di essere assunti come discepoli per imparare quella prodigiosa arte della memoria.

La notizia dell’evento si diffuse rapidamente in tutta la città: si sparse la fama che al letterato straniero bastasse leggere un libro una sola volta per conservarlo saldamente nella memoria. Nei giorni successivi le visite si accrebbero; venne tre volte un principe, parente dell’imperatore, il cui figlio aveva sposato la figlia di Qu Taisu. Maestri e letterati di alto grado si presentavano con doni e offerte d’argento per apprendere quell’arte meravigliosa. Ricci faticava a persuaderli che non insegnava per denaro e prometteva che avrebbe fatto qualcosa, se ne avesse avuto il tempo."

Mignini F., "Matteo Ricci", Il Lavoro Editoriale, pag. 150

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