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Per l’arrivo del re, il cerimoniale
previsto era il medesimo quasi ovunque. Un’entrata solenne a cavallo o
in carrozza tra due ali di folla trattenuta da plotoni della Guardia Nazionale
e dell’esercito regolare; solenne Te Deum nella cattedrale; ricevimento
ufficiale delle deputazioni provenienti dalle città vicine; luminarie,
fuochi d’artificio e drappi tricolori sugli edifici principali; interminabili
feste danzanti e pranzi ufficiali molto più brevi di quanto si
usasse nelle altre corti europee, limitati nella durata ad appena un ora.
Quest’ultimo aspetto rappresentava l’elemento meno apprezzato del rituale
dei festeggiamenti. Il re, infatti, non toccava cibo in pubblico, attendendo
nervosamente che gli invitati terminassero di mangiare. Nessuno riusciva
a darsene una spiegazione, ma il dato appare incontrovertibile e ci viene
riproposto da una serie di testimonianze rese in circostanze diverse.
Non è da escludere che Vittorio Emanuele, abituato a consumare
abitualmente cibi popolari di tradizione regionale - stufati, arrosti,
cacciagione, bagna cauda - con familiare disinvoltura quanto a posate
e tovaglioli, avesse bisogno di un severissimo autocontrollo in occasioni
pubbliche. Come non manca di far capire il conte Elenry d’Ideville, segretario
della legazione francese a Torino:
"ll re è sobrio, mangia una sola volta al giorno, ma abbondantemente
e preferisce i cibi grossolani e popolari. Quando è costretto ad
assistere a un banchetto ufficiale, a un pranzo di Corte, non svolge nemmeno
il tovagliolo, non tocca cibo: con le mani appoggiate sull’eIsa della
sciabola, esamina i convitati, senza cercar di nascondere l’impazienza
e la noia."
Parole quasi uguali le ritroviamo
nella descrizione del pranzo reale napoletano del 23 dicembre 1860, fatta
da sir George Rodney Mundy, il contrammiraglio inglese che ci ha accompagnato
nel plebiscito napoletano. Anche qui un inutile tovagliolo lasciato negligentemente
sul piatto, senza che cibo e bevande vengano degnate d’uno sguardo dal
re che "sedeva come una statua di marmo, tenendo ambedue le mani
sull’elsa della sciabola". Pressoché identiche le sensazioni
provate dall’insigne botanico Filippo Parlatore al banchetto per l’inaugurazione
dell’Esposizione universale di Firenze (15 settembre 1861):
"Il re non mangiò perché, secondo il solito, aveva
desinato a mezzogiorno; se ne stava seduto con la sciabola tra le gambe,
stringendone l’eisa con le mani. Pareva che si annoiasse molto; di tanto
in tanto diceva qualche parola al ministro di Danimarca ch’era seduto
accanto a lui. Il principe di Carignano non mangiò neppure e sonnecchiò
quasi tutto il tempo del pranzo che durò un’ora ed un quarto."
Il 17 novembre 1861, il presidente
del Consiglio Bettino Ricasoli deve insistere a lungo per ottenere la
presenza di Vittorio Emanuele alla inaugurazione ufficiale della linea
ferroviaria Bologna-Ancona. Il re, inizialmente, non vorrebbe, poi accetta
perché il ministro dei Lavori pubblici Ubaldino Peruzzi "gli
aveva fatto capire, non senza fatica, l’interesse politico connesso al
viaggio". Ma - infrazione del protocollo reale - il corpo diplomatico
non viene invitato; fa eccezione l’ambasciatore francese Benedetti, còrso,
accompagnato dal segretario di legazione Henry d’Ideville, ma solo perché
la compagnia ferroviaria era di nazionalità francese e aveva autonomamente
richiesto la loro presenza.
Paradigmatica quanto a surreale bizzarria, la sosta di Rimini, dove la
compagnia ferroviaria offre un banchetto a base di vini di Francia, pasticci
di selvaggina, prosciutti, pesce, senza però tener conto del fatto
che il re non sopportava nessuna forma di socializzazione gastronomica.
Dice Henry d’Ideville nel suo "Diario pettegolo di un diplomatico",
pag. 241:
"Sua Maestà, che ha l’abitudine di non mangiare in pubblico,
passeggiava con aria scontenta e impaziente, senza gettare un’occhiata
sul pasto preparato. Gli aiutanti di campo e il seguito, schiavi dell’etichetta,
restavano in piedi, gettando sguardi di cupidigia sulle vivande sdegnate
dal loro signore.
Insofferente per il cerimoniale
e, con ogni evidenza, non avendo alcuna soggezione del ministro Peruzzi,
in pochi secondi il re riesce a mandare a monte tutto:
"Erano trascorsi sei minuti e il pranzo incominciava appena, quando
un grido d’allarme e di terrore si sparse per la sala. "Si parte,
si parte! Il re vuole così!". Infatti, Vittorio Emanuele,
annoiandosi ad aspettare e preoccupandosi poco dell’appetito degli altri,
aveva espresso con una tale energia il desiderio di rimettersi in viaggio
che, nonostante il vivo disappunto provocato da un simile ordine, la fatale
campana si fece sentire.
Lo spettacolo che ne segue - definito dal conte d’Ideville "vergognoso"
- con l’assalto al buffet e i valletti ubriachi è tale da compromettere
la dignità reale:
"Il disordine fu al colmo. Gli invitati fiduciosi incominciavano
già a soddisfare i primi morsi della fame quando risuonò
il segnale di partenza, che divenne subito quello del saccheggio. Cesti
pieni di viveri, canestri di bottiglie di vino e di frutta, circolavano
di mano in mano per andare ad ammucchiarsi nelle vetture. Tutti correvano
inquieti e affamati, preoccupandosi soltanto di provvedersi di viveri;
finalmente si risalì in treno. Nel momento in cui, chiusi già
gli sportelli, il convoglio stava per partire, si videro uscire dalle
cucine, correndo in gran fretta, tre ritardatari, tre robusti lacchè
gallonati, con la livrea rossa di casa reale.
Uno di loro, mentre correva, finiva di tracannare una bottiglia di spumante;
gli altri, con le tasche piene di selvaggina e di prosciutto, addentavano
pezzi di carne. Era uno spettacolo vergognoso, tanto più sconveniente,
in guanto Sua Maestà dal finestrino della sua carrozza era testimone
della condotta inqualificabile del suo personale".
Martucci Roberto "L’invenzione dell’Italia unita", Sansoni,
pag. 267
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