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Pagina con l’ndice del materiale
Home page con la presentazione e i motivi per cui è stato realizzato questo sito
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Problemi |
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MODELLI |
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Concetti e Memoria |
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Concetti e Memoria |
COME VIENE REGISTRATA E RICERCATA UNA PAROLA NEL VOCABOLARIO MENTALE |
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Memoria |
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PARLARE |
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Parlare |
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Parlare |
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LINGUAGGIO INTERIORE |
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Parlare |
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Emozioni e impotenza bambino |
NEL BAMBINO I MEZZI DI REAZIONE NON SONO ALL’ALTEZZA DEI MEZZI DI PERCEZIONE |
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Concetti |
UN CONCETTO È UNA STRUTTURA MENTALE CON CUI CI RAPPRESENTIAMO UNA CATEGORIA |
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Concetti |
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Concetti |
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Concetti |
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LINGUAGGIO INTERIORE parole Concetti |
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Intelligenza e Concetti |
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Concetti |
L’IMMAGINE MENTALE ATTINGE ALLA SOLA MEMORIA, PER QUESTO PUÒ RISTRUTTURARSI DI CONTINUO |
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Concetti |
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Concetti |
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Problemi |
CHE COS’È UN “PROBLEMA”
Se ciò che si sta affrontando è un problema allora avrà:
A) una SITUAZIONE DI PARTENZA
B) un OBIETTIVO, cioè un elenco di requisiti generali che la soluzione deve soddisfare
C) un PERCORSO che faccia arrivare da A a B
Spesso tutta questa situazione è esplorabile ad un livello solo mentale. Se dobbiamo attraversare in auto la città, dovremo farci un percorso nella testa. Quale sarà il migliore? Abbiamo così la possibilità dì sederci e giocare con i pensieri nella nostra mente, manipolando sequenze e significati delle parole per affrontare realtà impreviste o raggiungere scopi insoliti. In tal modo noi possiamo usare complesse e differenziate forme di esplorazione e di esperimento in tutti i campi: immagini, musica, giochi, scrittura, discorso, ecc.. Queste attività appaiono come il prolungamento nella vita adulta delle forme di gioco infantile o come una sovrapposizione delle “regole di gioco sul sistemi adulti di informazione e comunicazione. Queste regole si possono elencare nel modo seguente:
1 indaga su ciò che non conosci fino a che non ti è diventato familiare
2 effettua ripetizioni ritmiche di ciò che ti è familiare
3 varia questa ripetizione in quanti più modi è possibile
4 scegli le variazioni più soddisfacenti e sviluppale a spese delle altre
5 combina queste variazioni tra loro più volte
6 fai tutto questo per ciò che è come fine a se stesso
Di fronte ad un problema, le teorie psicologiche contemporanee suggeriscono di:
1/ AMPLIARE LE CONOSCENZE
più sono differenziate, più è facile che alcune siano pertinenti e in grado di superare il problema-ostacolo che si sta affrontando
2 CERCARE NUOVI RAPPORTI
a) rappresentandosi il problema in modi diversi
b) riesaminando le Informazioni date
c) traendo analogie con problemi risolti in precedenza
d) trovando nuove idee
e) esplorando i procedimenti a ritroso
3 SPIEGARE IL PROBLEMA A QUALCUNO
a) cercando delle informazioni o dei limiti nascosti
b) cercando errori di ragionamento
e) cercando sonastime di informazioni
4 ACCANTONARE IL PROBLEMA-OSTACOLO CONFIDANDO IN NUOVE ESPERIENZE
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Problemi |
IL PENSIERO NASCE DA UN COMPITO INUSUALE |
IL PENSIERO NASCE DA UN COMPITO INUSUALE
Il pensiero nasce solo quando il soggetto ha un motivo adeguato che rende urgente un compito ed essenziale la sua soluzione, e quando il soggetto che affronta una situazione NON HA UNA SOLUZIONE PREFORMATA (innata o abituale). All’origine di un pensiero c’è sempre la presenza di un compito.
In questi casi il problema crea il modello del bisogno futuro, ci fa capire ciò che vogliamo definendo uno schema di cosa ottenere. Un problema è un desiderio, ma nessun problema ha mai un’unica soluzione, o meglio, un’unica strada verso la soluzione: lo stesso risultato può essere ottenuto in vari modi.
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Problemi |
COME AGISCE UN CERVELLO ELETTRONICO |
COME AGISCE UN CERVELLO ELETTRONICO
Per capire come la mente risolve un problema, ci si può’ confrontare con il sistema usato da un cervello elettronico. Le quattro strutture operative che l’uomo ha simili al computer sono:
1) Input un sistema per l’ingresso delle informazioni es. una tastiera
2) Output un’uscita operativa, un monitor, una stampante
3) memoria
4) controllo.
Come l’uomo, il calcolatore ha (1) mezzi per ricevere le informazioni e per (2) esprimere le risposte all’esterno, (3) una memoria per immagazzinare le informazioni, (4) un’unità di elaborazione per operare sulle informazioni in ingresso o in memoria, che è anche un’unità di controllo che decide l’ordine con cui compiere le varie azioni.
Noi possiamo introdurre le informazioni nel computer in vari modi, ma il calcolatore converte le Informazioni in un linguaggio centrale di elaborazione, detto LINGUAGGIO MACCHINA, ed èin questo sistema che conduce le sue operazioni; i risultati vengono quindi tradotti per l’uscita. Per analogia, gli uomini ricevono percezioni da vari sistemi sensoriali (ad esempio orecchie che registrano parole), le informazioni codificate vengono trasmesse al sistema centrale di elaborazione, che noi chiamiamo PENSIERO, per ulteriori operazioni su di esse.
Attenzione: il cervello non lavora a capire il mondo e la situazione solo con le parole che ascolta, ma con altre sue strutture complesse che definiremo in seguito.
I risultati possono essere quindi tradotti in linguaggio o in altri codici motori, per essere espressi all’esterno. Il sistema del pensiero deve essere almeno altrettanto complesso dei sistemi percettivi ed espressivi, e in particolare del linguaggio, se ogni frase inizia come pensiero.
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Problemi |
SOLUZIONI ESAUSTIVE E EURISTICHE |
SOLUZIONI ESAUSTIVE E EURISTICHE
Affrontando un problema - ad esempio cercare un oggetto su vari scaffali - si hanno sempre due strategie da scegliere:
1 - vedere tutti gli scaffali
(strategia ESAUSTIVA, che è un compito eseguibile semiautomaticamente.
Per memorizzare la parola ESAUSTIVA pensate a “esausto”, come è uno che esausto per aver visto tutti gli scaffali.)
2 - individuare mentalmente il più probabile
(STRATEGIA EURISTICA, che è un problema specifico dell’intelligenza. Per memorizzare la parola EURISTICA pensate a ‘rischio‘,il rischio di non trovare così la soluzione.)
Nel primo caso la mente non compie lavori “nuovi”, esegue diligentemente un compito codificato, al contrario di ciò’ che succede nel secondo caso.
Ogni metodo che garantisca la soluzione di un problema è un algoritmo, e cioè una serie di azioni che costituiscono una via certa dallo stato iniziale dei dati fino allo “stato meta”. fino al raggiungimento dell’obiettivo.
I soli algoritmi disponibili nella maggior parte dei compiti sono delle ricerche esaustive, e se lo spazio problemico è ampio, possono essere eccessivamente costosi, occupando risorse tipo tempo, energia, ecc..
Un’alternativa è costituita dall’euristica, la ricerca selettiva di determinate vie attraverso lo spazio problemico, una ricerca che offre delle buone probabilità di trovare una soluzione, ma che non garantisce il successo. L’euristica così riduce il costo della ricerca, a rischio però di non risolvere problema,
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Problemi |
LE FASI DELLA SOLUZIONE DI UN PROBLEMA |
LE FASI DELLA SOLUZIONE DI UN PROBLEMA
Il riconoscimento di avere di fronte un compito o un problema è l’origine di un pensiero. La fase successiva non deve però essere un tentativo diretto di rispondere convenientemente, ma il freno delle risposte impulsive, per permettere l’analisi delle componenti del problema, il riconoscimento degli aspetti essenziali e la loro correlazione.
Il cervello si occupa poi della scelta di un’alternativa tra le soluzioni possibili,, e della creazione di un piano o schema generale per l’esecuzione del compito, decidendo quale tra le alternative è più probabile, e, allo stesso tempo, rigettando le ipotesi deboli o inadeguate. Questa fase dellatto intellettuale è la STRATEGIA generale di pensiero, la sua componente più sostanziale.
Ogni compito dà inevitabilmente origine ad un reticolo multiplo di alternative, tra cui il soggetto può scegliere sulla base della preponderanza di un particolare sistema di associazioni.
L’analisi delle componenti del problema e la scelta di un determinato sistema tra le possibili vie di soluzione, costituisce l’EURISTICA.
Il momento successivo comporta la scelta tra i metodi appropriati e l’esame di quali operazioni saranno adeguate per condurre in porto la situazione, approntando lo schema generale di soluzione. Questo stadio di individuazione delle operazioni essenziali si chiama TATTICA, distinguendolo dallo stadio di scoperta della strategia.
Il processo di utilizzazione delle caratteristiche appropriate, è lo stadio OPERATIVO dell’atto intellettuale, piuttosto che il suo stadio creativo, sebbene esso sia talvolta di notevole complessità.
Il processo di pensiero passa attraverso parecchi sotto-stadi. Inizia con un ampia serie di azioni esterne successive (prove ed errori), continua con un ampliamento del linguaggio interiore, in cui si formano le ricerche necessarie e si assimilano informazioni nuove, e termina con la condensazione ditali ricerche esterne ed il passaggio a un processo interno specifico di chiarificazione del problema. Con ciò il soggetto è in grado di ottenere aiuto da sistemi di codici preformati (linguistici e logici, narrativi, numerici, ecc.) precedentemente appresi.
Lesistenza di questi codici interni ben assimilati, le varie sequenze di atti già sperimentate in passato costituiscono la base operativa dell “atto mentale”, ed è la base per l’esecuzione delle operazioni intellettuali richieste, fornendo un fondamento solido, abituale e già conosciuto per lo stadio operativo di pensiero.
Ciò è solamente il preludio allo stadio finale, che è la comparazione dei risultati ottenuti con le condizioni originali del compito, il che è chiamato l’ “accettore” - o giudice - del “risultato positivo dell’azione”.
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Problemi |
LA DIVISIONE IN SOTTOPROBLEMI |
LA DIVISIONE IN SOTTOPROBLEMI
Il metodo euristico spezza il problema in un insieme di SOTTOPROBLEMI, (nell’esempio specifico degli scaffali: “Quale sarà il più probabile?”) risolvendo i quali si giunge alla soluzione generale. I sottoproblemi definiscono ulteriormente il problema, e ognuno di essi può essere a sua volta suddiviso (“Quant’è grande l’oggetto? Può stare nei ripiani bassi?”).
Quel che abbiamo bisogno di fare è di COSTRUIRE e organizzare il problema, defmendolo in modo da poterlo risolvere con procedure che ci siano usuali.
La soluzione dei sottoproblemi può richiedere di stabilire un’ulteriore gerarchia fra di essi. La soluzione di ogni sottoproblema dà un contributo a quella del sottoproblema soprastante.
Alcuni problemi possono essere definiti: “Problemi mal definiti”. Esempio: “Non riesco a trovare le chiavi dell’auto, dovrò guardare in tutti i vestiti, magari anche in quelli che ho portato in tintoria!” Così posto il problema è mal definito. Andrebbe impostato così:
“Devo andare nel posto X, forse mi serve l’auto, ma magari potrei andare in metro. In ogni caso per l’auto mi occorrono le chiavi, ne ha una copia mia moglie, posso chiederla a lei oppure posso vedere accuratamente tutti i miei pantaloni”. Così definito in maniera più accurata, il problema presenta già varie alternative, alcune magari più semplici.
La soluzione dei PROBLEMI MAL DEFINITI implica una chiusura delle definizioni del problema, mediante la generazione di altre strutture che lo rendano più vicino ad un problema definito con esattezza, e se possibile, ad un caso per il quale la prassi di soluzione è ormai conosciuta.
Insomma, si scompone la meta in un insieme di sottoproblemi padroneggiabili che limitino e indirizzino le ricerche. Con una strutturazione di questo tipo, ogni problema mal definito tende ad essere ricondotto ad una serie di subroutine dominabili con l’esperienza e la conoscenza già acquisita.
Con l’analisi mezzi - fini (cosa “possiamo” fare e cosa “vogliamo” fare) si rilevano le differenze tra lo stato attuale e quello desiderato, tra i dati e la meta, e si cerca di ridurle determinando dei sottoproblemi - che possono essere meglio risolvibili, e che ci indichino cosa “dobbiamo” fare subito - e da quale azione concreta ci converrebbe iniziare.
Il metodo euristico continua riducendo le differenze e producendo sottoproblemi sinché non ne trova uno che è in grado di risolvere. Risale allora la sequenza, risolvendo nell’ordine tutti gli altri sottoproblemi, sinché non raggiunge la meta.
Gli stati di conoscenza - le sottosoluzioni che vengono man mano escogitate e acquisite mostrano le informazioni che vengono progressivamente raccolte. I movimenti tra gli stati appaiono a volte casuali, con il soggetto che esplora prima un sottoproblema, poi un altro, tornando spesso indietro.
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Problemi |
IL CONTROLLO ESECUTIVO |
IL CONTROLLO ESECUTIVO
Il passaggio all’esecuzione di una decisione mentale ha due parti: la condizione e l’azione. La CONDIZIONE è la verifica che va fatta su qualche stato di conoscenza (per esempio, negli scacchi: “Verifica se tocca al nero muovere”). Se la verifica ha esito positivo viene eseguita l’azione, in caso contrario il controllo passa ad un’altra situazione. L’AZIONE può essere un atto motorio, uno sguardo approfondito o un atto di modifica di qualcosa di memorizzato.
Le azioni operano serialmente, e cioè solo una alla volta, perché l’attenzione è concentrabile solo su di una cosa per volta.
I compiti impegnativi, quelli in cui bisogna decidere quali saranno le nostre prossime mosse, appaiono a livello di consapevolezza. Al contrario, i compiti abitudinari non richiedono un grande impegno alla memoria di servizio, e sono comparabili con le subroutines. Se si ha una notevole pratica, questi compiti si automatizzano, e possono non richiedere alcun controllo conscio.
Il cervello ha una lista di Istruzioni che determina quali sono le operazioni delle subroutines che devono essere utilizzate in una situazione. In ogni fase dell’elaborazione la routine esecutiva esegue delle verifiche per determinare quali saranno le operazioni successive. La sua flessibilità dipende dalla scelta delle prove di verifica. Ogni prova può avere due o più esiti, e per ogni esito vi èun’operazione specifica da applicare.
Supponiamo che io dica: “Dov’è il guasto? Forse nella parte elettrica.” A questo punto la routine esecutiva “decide” quali operazioni effettuare sulla base dei feedback - delle risposte della realtà -che riceve dalle verifiche, e che determinano inoltre la direzione che deve assumere la ricerca. Essa., in questo modo, viene limitata a una parte relativamente piccola dello spazio problemico. Non si verifica tutto, ma si individua il singolo sottocampo da controllare e il cui risultato e cruciale, sapendo prevedere il settore in cui è più probabile che si rintracci la soluzione.
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Problemi |
PARTIRE DALLA SOLUZIONE E POI TORNARE INDIETRO |
PARTIRE DALLA SOLUZIONE E POI TORNARE INDIETRO
La più grande invenzione del secolo scorso fu l’invenzione del metodo per inventare. Un elemento del nuovo metodo è appunto la scoperta di come procedere per colmare il divario tra le idee scientifiche e il prodotto conclusivo. È un procedimento di attacco disciplinato nei confronti di un ostacolo dopo l’altro.
Il metodo consiste nel partire dalla soluzione del problema, ovvero dall’effetto che si vuole ottenere. Si torna poi indietro, passo dopo passo, fino al punto dal quale si deve partire per raggiungere la soluzione o l’effetto desiderato. Questo è il metodo del racconto poliziesco, della poesia simbolista e delle scienze moderne.
L’operazione retrograda è un metodo euristico comunemente usato in matematica e in altri sistemi formali. Nella geometria, la dimostrazione di un teorema mostra come questo possa essere fatto derivare dagli assiomi. Un metodo che si rivela a volte utile, consiste nel partire dal teorema e procedere all’indietro sino a giungere agli assiomi. Il numero di vie che conducono dal teorema agli assiomi è relativamente piccolo, mentre quello delle vie che partono dagli assiomi è molto più grande (sono centinaia i teoremi che si possono dimostrare in base agli assiomi). Così è relativamente piu facile operare all’incontrario, partendo dalle informazioni date nei teoremi.
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Problemi |
METODO SCIENTIFICO PER RISOLVERE I PROBLEMI |
METODO SCIENTIFICO PER RISOLVERE I PROBLEMI
1 - enunciato del problema
2 - ipotesi sulle cause del problema
3 - esperimenti destinati a verificare ciascuna ipotesi
4 - risultati probabili degli esperimenti
5 - risultati effettivi degli esperimenti
6 - conclusioni sulla base dei risultati degli esperimenti.
Tutto ciò ha lo scopo di orientare il pensiero in modo preciso, e accertare che la natura non vi abbia indotto a credere di sapere quello che non sapete.
La scoperta scientifica non comincia con l’evidenza incontaminata e intatta dei sensi. Comincia con la semplice osservazione - osservazione senza influenze, senza pregiudizi, candida, innocente - e in base a questa evidenzia sensoriale, incarnatasi nella forma di semplici proposizioni o dichiarazioni di fatto (del tipo: “il topo A troverà prima del topo B l’uscita dal labirinto”), nasceranno e assumeranno forma le generalizzazioni, quasi avesse luogo un qualche processo di cristallizzazione o di condensazione. Da una messe indiscriminata di fatti, in qualche modo finiranno per emergere una teoria ordinata, o una tesi ordinatamente generale.
La scoperta scientifica si realizza facendo CONGETTURE. Lo scienziato, l’artista, il riparatore, fanno congetture e preselezionano degli insiemi.
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Problemi |
LA CAUTELA E LE GIUSTE DOMANDE INIZIALI |
Per quel che riguarda l’enunciato del problema, l’abilita principale consiste nel NON DIRE assolutamente più di guanto non si sia assolutamente sicuri di sapere.
L’enunciato - il nome del problema, cioè cosa volete ottenere - è anche un dato di partenza, ed essendo accettato come un assoluto non verrà sottoposto a verifica. Se è errato, confuso o mal definito, sono guai. Meglio sempre precisarsi gli obiettivi. Ad esempio: NON “Dov’e’ la chiave?” ma: “Come aprire la porta?” oppure: NON “Il guasto è nella parte elettrica”, ma: “Perchè la moto non funziona?”.
Un cauto approccio alle domande iniziali impedisce di imboccare strade sbagliate risparmiando notevole tempo, a volte evitando l’impasse totale.
Si formuleranno dunque delle domande e delle ipotesi da sottoporre poi a verifica. Facendo le domande giuste, scegliendo le verifiche giuste e traendo le giuste conclusioni, si arriverà alle cause specifiche del problema. Per guanto riguarda le conclusioni, l’abilità sta nel NON AFFERMARE PIU’ DI QUANTO L’ESPERIMENTO NON ABBIA DIMOSTRATO.
Visto da fuori il tutto sembrera un affaticarsi fisico intorno alle verifiche, ma la parte di gran lunga più impegnativa è l’ATTENTA OSSERVAZIONE e il RIGORE OPERATIVO, è il concentrarsi su immagini mentali, su gerarchie e non sull’oggetto del problema nella sua materialità. Si stanno usando gli esperimenti e le tecniche che abbiamo già adoperato positivamente nel passato, per allargare la gerarchia della conoscenza della “situazione problemica”, onde poterla paragonare alla gerarchia corretta e al modello di essa che si ha nella testa. Si sta guardando la FORMA SOGGIACENTE.
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MODELLI |
Il cervello costruisce modelli che costituiscono una descrizione fedele della realtà esterna, schemi in cui il soggetto ha fiducia. Il fatto che sia possibile “rimettere in ordine” una stanza, |
I MODELLI
Il cervello costruisce modelli che costituiscono una descrizione fedele della realtà esterna, schemi in cui il soggetto ha fiducia. Il fatto che sia possibile “rimettere in ordine” una stanza, dimostra l’esistenza di un modello mentale di “stanza ordinata”, da cui far guidare le azioni.
Il sistema nervoso riflette l’esterno creando un modello interno dell’ambiente in cui vive. La realta rivista dopo aver formulato un modello, è un RIFLESSO dei concetti già elaborati, è un RICONOSCIMENTO, è un’attenzione alle differenze e alle somiglianze con l’archivio mentale.
L’esistenza di modelli all’interno del cervello permette, per così dire, di saggiare l’ambiente nella propria testa. Mentre si pensa, si sta scegliendo di esplorare una “rappresentazione sostitutiva”, cioè un “modello” dell’ambiente, e la soluzione è scelta tra le varietà di prove esplorative di pensiero, secondo un criterio che si appropria, rilegge e soprattutto SOSTITUISCE una disposizione esterna di cose.
Ciò ha fornito un enorme vantaggio evolutivo, svincolando l’individuo dallo sperimentare direttamente e passivamente le diverse soluzioni possibili. Solo una rappresentazione della realtà interna al cervello. ci permette di prevedere eventi che non sii sono ancora verificati nel mondo fisico. Questo processo ci fa risparmiare tempo, tentativi inutili e talvolta la vita. L’essere vivente ha così acquisito la possibilita di far morire il “modello” al proprio posto.
Un predatore che caccia una preda si immedesima nel concetto e nel modello che ha dell’obbiettivo, “diventa la preda” - il leone è la gazzella - sino a che questa non entra effettivamente nel suo campo percettivo. Non si caccia per fame, almeno non abitualmente. Si ricerca per curiosità ed amore della selvaggina. Il pescatore si interessa al pesce: più ne cattura, più sazia la sua curiosità.
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MODELLI |
CONCENTRARSI SU MODELLI MENTALI TRASCENDENDO LA MATERIALITÀ |
CONCENTRARSI SU MODELLI MENTALI TRASCENDENDO LA MATERIALITÀ
Si risolve un problema o si ripara un sistema guasto confrontandolo mentalmente con un modello di sistema funzionante. Facendo le giuste domande e verifiche e traendo conclusioni adeguate, il riparatore si farà strada attraverso i vari gradi della gerarchia della sistema su cui sta operando, fin quando non troverà ciò che non funziona. Si sta concentrando su immagini mentali, sul concetto di “sistema funzionante”, su gerarchie e non sulla materialità. Sta usando gli esperimenti per allargare la gerarchia della conoscenza del guasto e del problema. Così come l’artista, il cui problema è il “quadro che ancora non esiste”, lo paragona alla gerarchia corretta che ha in testa. Sta guardando la FORMA SOGGIACENTE.
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MODELLI |
FAR MORIRE I MODELLI |
FAR MORIRE I MODELLI
La più grande risorsa dell’uomo è commettere errori. Attenzione: li possiamo chiamare “errori” solo quando siamo riusciti ad individuarli come tali. Importante è fare errori il prima possibile, possibilmente quando il lavoro è ancora al livello della disamina mentale o dopo un minimo di verifiche esterne. Un errore evitato in sede di progettazione è il più economico, quello da ricercare. Un piano mentale abortito consuma pochissima energia, e spesso relativamente poco tempo. Diventa comodo allora “far morire i modelli”, saper scartare l‘idea riconoscendovi un errore prima di metterla in pratica, operando esclusivamente all’interno del cervello.
Un errore tipico è imporre un proprio modello inadatto alla realtà. Diceva Kant: “Il nostro intelletto non trae le proprie leggi dalla natura, ma le impone ad essa”, e fin qui va bene, perchè solo in questo modo può crescere la conoscenza umana. Però bisogna tener conto che ciò non implica che dette leggi siano necessariamente vere. La natura, assai spesso, si oppone molto efficacemente, costringendoci ad abbandonare le nostre leggi in quanto confutate, ma finchè viviamo possiamo riprovarci ancora.
Pp 34 – 38
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Memoria |
DIMENTICARE VUOL DIRE PERDERE UN INDIRIZZO |
DIMENTICARE VUOL DIRE PERDERE UN INDIRIZZO
Dimenticare vuoi dire perdere un puntatore, un indirizzo per il recupero, pur rimanendo presente l’informazione in una qualche zona del cervello. Se in una grande biblioteca la scheda di un libro viene sottratta dal catalogo, il libro in quanto oggetto materiale continua ad esistere negli scaffali, ma nessuno lo potra richiedere. Ciò che è Immagazzinato in memoria non è necessariamente sinonimo di ciò che si conosce poichè, anche se la conoscenza è codificata da qualche parte, puo non esservi nessuna procedura o regola che possa condurre ad esso: può essere INACCESSIBILE.
In un caso del genere si può dire che quell’elemento di conoscenza è stato “dimenticato”, perchè l’accesso ad esso è stato temporaneamente o definitivamente perduto.
Anche un calcolatore può avere informazioni inaccessibilì, può “dimenticare” ad alto livello qualcosa che “ricorda” a basso livello.
Quando un essere umano dimentica, vuoi dire chè è stato perduto un puntatore di alto livello, non che è stata perduta un’informazione. È importante conservare traccia dei modi nei quali si immagazzinano le esperienze, perchè non si sa mai in anticipo in quali circostanze o da quale punto di vista si vorrà estrarre qualcosa dalla memoria.
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Memoria |
IL RICHIAMO DI UN RICORDO La persona che desideri richiamare un dato particolare, mostrerà una certa strategia di richiamo, scegliendo i mezzi necessari, distinguendo gli indizi importanti, selezionando, sulla base del compito, le componenti sensoriali o logiche del materiale fissato, |
IL RICHIAMO DI UN RICORDO
La persona che desideri richiamare un dato particolare, mostrerà una certa strategia di richiamo, scegliendo i mezzi necessari, distinguendo gli indizi importanti, selezionando, sulla base del compito, le componenti sensoriali o logiche del materiale fissato, e collocandole in sistemi appropriati.
Questo approccio avvicina il processo di richiamo ad un’attivita investigativa complessa ed attiva, permette al soggetto di usare le competenze linguistiche, e costituisce l’essenziale collegamento nel passaggio dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.
Il richiamo é un processo complesso, attivo, e una forma particolare di attività mentale. È determinato da motivi specifici e dalla necessità di rientrare in possesso di quella determinata informazione. Adotta una strategia e metodi appropriati o codici, direzioni per inserire e per rintracciare, gli indirizzi accrescono il volume del materiale che può essere ricordato, aumentano il tempo durante il quale esso puo essere trattenuto; e qualche volta aboliscono l’azione inibitoria di AGENTI IRRILEVANTI o INTERFERENTI che stanno alla base dell’OBLIO.
I sistemi di connessioni attraverso cui sono introdotte le tracce delle informazioni che raggiungono il soggetto, sono codificati in rapporto a indizi differenti, e dl. conseguenza formano delle MATRICI MULTIDIMENSIONALI da cui il soggetto deve ogni volta scegliere, in quel particolare momento, il sistema che servlLrà per la codificazione.
Nel recuperare le informazioni immagazzlLnate, il recupero sarà in parte sotto forma dl. riconoscimento, in parte di rievocazione, in parte ancora di ricostruzione. In quest’ultimo caso potrà accadere di avere a disposizione informazioni e nuovo materiale che deriva non da ricordi specifici, ma da quel che si è dedotto dal contesto e dai dati finora rintracciati o da quelli che il soggetto già sa.
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Memoria |
CONSIGLI PER RITROVARE: “TIRARE UN’IDENTICA FRECCIA” |
CONSIGLI PER RITROVARE: “TIRARE UN’IDENTICA FRECCIA”
In un testo dl. Sakespeare si consiglia, se si è smarrita una freccia, dl. tirarne una seconda, identica alla prima, .... .e rischiandone due spesso si ritrovano entrambe”.
A volte, a forza di pensare all’oggetto smarrito, questo assume nella mente delle false dimensioni e delle caratteristiche inesatte. Maneggiare un secondo oggetto identico al primo (ad esempio un secondo mazzo di chiavi), fa riprendere I contatti con cià che si è perso, cori le sue dimensioni e i suoi colori, permette
di “guardare” la materia con occhi sgombri dal modello mentale. Toccare o maneggiare una copia di ciò che si è smarrito, puo annullare le false immagini.
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Memoria |
RICORDARE LE AZIONI DELLE MANI |
RICORDARE LE AZIONI DELLE MANI
Può capitare di smarrire un oggetto che fino a pochi secondi prima si aveva in mano. Spesso la chiave dello smarrimento è proprio in quel: “AVERE AVUTO IN MANO”. Il fatto di. aver dovuto usare proprio la mano che teneva - che aveva in uso - la cosa sparita, avrà costretto le dita ad appoggiare l’oggetto nel luogo più vicino e più comodo rispetto a dove è stato necessario avere la mano libera.
Cosa ha fatto, come ultima azione, la mano?
In quel posto, lì dove le dita hanno dovuto essere libere di agire, potreste trovare l’oggetto che si è smarrito.
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Memoria |
RIFARE ORDINE |
RIFARE ORDINE
Se non trovate una cosa dopo averla cercata per un po’, la soluzione può essere fare ordine nell’ambiente di lavoro. Casì facendo, distrarrete momentaneamente il cervello, che potràlavorare silenziosamente per suo conto, facendo eventualmente riafforare altri ricordi, tracce, spunti, soluzioni, informazioni tralasciate.
La mente si distrae dall’ossessione del ritrovamento, e voi riordinando potrete dare spazio alla futura azione, e insieme permettere all’idea nuova di affiorare. Dovrete agire nel riordino come fosse quella l’azione essenziale, proprio quel recupero di strumenti, residui e rifiuti. Riqualificare l’obiettivo del lavoro vi rilasserà; cambiando il compito che vi imponete, l’ordine si creerà automaticamente intorno. Alla fine vi sarà INEVITABILE ritrovare l’oggetto smarrito.
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Memoria |
APPROFONDIRE L’INVESTIGAZIONE |
APPROFONDIRE L’INVESTIGAZIONE
Se queste tattiche non funzionano, e l’oggetto non viene ritrovato, bisogna approfondire l’investigazione, smetteredi usare le mani e utilizzare il cervello.
Cosa. stavate facendo quando - prima di un interruzione - l’oggetto è stato perso di vista?
Quando è stato visto l’ultima volta?
Ricordate esattamente le dimensioni dell’oggetto cercato?
Siete in preda al panico da smarrimento, e cercate dove non dovreste?
Oppure la cosa è al suo posto ma non ha la forma (es. è coperta da..., è stata infilata dentro a...,) che state cercando?
Esiste un motivo nascosto, inconscio, che vi possa aver spinto a dimenticare Il luogo in cui avete lasciato quell’oggetto? A volte la parte muta del cervello (la destra), nasconde gli oggetti per farsi notare, e poter così comunicare. Vedete se questo è un caso in cui darle ascolto.
È possibile che la sparizione sia opera di agenti esterni di cui non avete ancora avuto notizia (esempio: è passata un altra persona e ha messo via le chiavi)? E, per finire, esiste un oggetto alternativo che più o meno semplicemente possa sostituire l’oggetto smarrito?
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Concetti e Memoria |
LA RICERCA DI UNA PAROLA SULLA “PUNTA DELLA LINGUA” |
LA RICERCA DI UNA PAROLA SULLA “PUNTA DELLA LINGUA”
Spesso invece di un oggetto si cerca un’informazione, altre volte ancora questa informazione è già presente nella nostra mente ma è inacessibile, è tin ricordo momentaneamente non disponibile. Ci sono casi ancora più particolari: a tutti noi è capitato di aver dimenticato il nome di una persona o di una parola. Ce l’abbiamo sulla “punta della lingua”, ne conosciamo il significato, abbiamo un’idea precisa dell’aspetto fisico di una parola ma non siamo capaci di dirla. E una sensazione frustrante: essere molto vicini, eppure di non essere In grado di ricordare una parola.
Sono questi dei casi in cui, se alla fine il nome viene di. colpo in mente, ognuno di noi ha potuto sperimentare delle VISIONI INTUITIVE DIRETTE. Può succedere che, rinunciando a ricordare, abbiamo spostato la nostra attenzione su qualche altra cosa, ma improvvisamente come in un lampo, ci ricordiamo il nome dimenticato. In questo processo non interviene alcun ragionamento. È una visione improvvisa, immediata.
Un altro esempio di visione istintiva spontanea è dato dalle arguzie. In quell’istante di distacco in cui si afferra una battuta di spirito si compie l’esperienza di un momento di “illuminazione”. È ben noto che questo momento deve giungere spontaneamente, che non si può provocarlo “spiegando” lo scherzo, cioe con l’analisi intellettuale. La somiglianza che c’è tra un’intuizione spirituale e la comprensione di un’arguzia dev’essere ben nota alle persone che hanno raggiunto un’illuminazione, perchè quasi sempre essi mostrano di possedere un grande senso dell’umorismo.
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Concetti e Memoria |
COME VIENE REGISTRATA E RICERCATA UNA PAROLA NEL VOCABOLARIO MENTALE |
COME VIENE REGISTRATA E RICERCATA UNA PAROLA NEL VOCABOLARIO MENTALE
Si può chiedere al soggetto che ha “una parola sulla punta delle lingua”, di dire qual’è la prima lettera, quante sillabe ha o altre parole che potesse somigliare come suono. Molto spesso le risposte a queste domande sono corrette, anche se rimane l’incapacità di richiamare la parola giusta. Ad esempio per “sestante” si possono fornire parole come “sestetto”, “secante”, o “sestina”. Si è in grado di respingere le alternative erronee. La parola è quindi disponibile a un qualche livello, pur non essendo direttamente accessibile.
Ciò dimostra che nome, funzione e immagine visiva delle parole, sono memorizzati separatamente. Nel normale uso del linguaggio noi recuperiamo tutti questi aspetti, ma una volta ogni tanto solo alcuni di essi ci sono accessibili.
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Memoria |
DIMENTICARE PERMETTE LA VITA |
DIMENTICARE PERMETTE LA VITA
Va data importanza anche al DIMENTICARE, una funzione essenziale se il cervello deve usare degli esempi specifici per trarre dei principi generali mediante un processo di inferenza.
Non è improbabile che l’apprendimento consista nel bloccare le vie nervose non necessarie e i. ricordi inessenziali. Non si può dimostrare che tutte le informazioni di cui si sia stati una volta consapevoli, vengono per sempre immagazzinate, ma si ritiene che ciò sia vero per una larga parte. Quando vengono stimolate elettricamente certe cellule cerebrali, il soggetto rievoca in tutti i particolari. eventi che in situazioni normali non gli sono disponibili. Il cervello immagazzina permanentemente un’enorme quantità di informazioni.
La funzione del cervello potrebbe essere quindi principalmente ELIMINATORIA e non produttiva. Chiunque è potenzialmente capace di ricordare tutto ciò che gli è accaduto. La mente ci protegge contro il pericolo di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, eliminando la maggior parte di ciò che, altrimenti, ricorderemo in ogni momento, e lasciandoci solo quella che puo esserci di pratica utilità. Ciò che ne scaturisce è quel misero rigagnolo di coscienza che ci aiuterà a vivere.
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PARLARE |
IL CERVELLO E Il PARLARE |
IL CERVELLO E Il PARLARE
La forma più classica di comunIcazione è il “Parlare” e il suo inseparabile fratello: l’ ‘’’Ascoltare”. Sono attività istintive, in cui il cervello è chiamato a compiere una serie complessa di azioni e di interpretazioni.
L’atto del parlare inizia con lo sviluppo di un pensiero da esprimere. Poiché il pensiero fa parte di un sistema non linguistico, perchè lo si possa esprimere va tradotto in termini linguistici. La traduzione inizia con la creazione di una struttura sIntattIca, la cui unità è la frase, e quindi procede con la selezione di parole piene che niempiano tale struttura, la determinazione della forma morfologicamente idonea delle parole, e quindi la predisposizione della forma dei suoni.
Nell’ascoltare, l’elaborazione della struttura superficiale delle frasi porta al recupero del signifIcato di queste. Le parole vengono raccolte nella memoria di servizio sinchè una proposizione non è completa; a questo punto viene analizzato il significato della proposizione, e solo questo viene inviato nella memoria permanente. Una volta che ciò sia avvenuto, le informazioni sintattiche e lessicali sulle proposizioni possono perdersi abbastanza rapidamente.
Nelle normali conversazioni noi udiamo le parole di chI parla come unità percettive distinte. Gli esperimenti hanno dimostrato che a lIvello acustico non vi è separazione fisica tra di esse. Perchè allora da un punto di vista percettivo ci appaiono distinte? La risoosta è nella natura COSTRUTTIVA del processo percettivo. Gli ascoltatori sintetizzano le parole in base ai segnali provenienti dal parlato, ma la sintesi ha dei limiti posti dalla struttura sintattica e di significato che viene sviluppata per la frase ascoltata. La struttura della proposizione, nonchè quella dell’intera conversazione, dà all’ascoltatore una serie di ASPETTATIVE su quel che sta per giungere. Noi prevediamo le prossime parole una ad una, e mentalmente registriamo il flusso del parlare come un insieme di singole unità, sull’esempio della lingua scritta, che ci fa credere che anche il parlare sia composto da singole parti fisicamente separate.
Le funzioni del linguaggio si manifestano negli atti linguistici, nel contenuto proposizionale e in ciò che il parlante darà o non darà per scontato. La parte più importante di ciò che si vuole comunicare, viene segnalata ponendo l’accento sulle nuove informazioni.
Le informazioni contenute nell’atto linguistico variano con gli scopi del parlante, e vengono chiamate il CONTENUTO PROPOSIZIONALE dell’atto.
Le frasi o proposizioni hanno tre funzioni:
DENOTARE EVENTI O STATI
DENOTARE FATTI SU EVENTI O STATI
QUALIFICARE ALTRE PROPOSIZIONI.
Le parole sono solo l’unità di base dell’aspetto esecutivo (operativo) del processo linguistico. La frase in quanto espressione, non è un processo CATEGORICO di generalizzazione, che è una qualita delle singole parole, quanto piuttosto un processo di TRANSIZIONE DAL PENSIERO AL LINGUAGGIO, o una codificazione di un piano originale in un sistema esteso di frasi basato sui codici sintattici oggettivi del linguaggio.
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Parlare |
LA RAPPRESENTAZIONE SOTTOSTANTE La ricchezza di una frase è molto maggiore della somma delle sue componenti/parole, perchè è nelle relazioni TRA parole che è celata la gran parte del significato. |
LA RAPPRESENTAZIONE SOTTOSTANTE
La frase è la normale unità di conversazione. Parole e suoni sono parti integrali dl una frase, ma gran parte delle informazioni che contiene è veicolata dalle relazioni tra queste componenti. “La vecchia porta” non significa la stessa cosa di “porta la vecchia”, anche se le parole sono le stesse. La ricchezza di una frase è molto maggiore della somma delle sue componenti/parole, perchè è nelle relazioni TRA parole che è celata la gran parte del significato.
Le frasi contengono informazioni a due livelli:
STRUTTURA DI SUPERFICE
e
RAPPRESENTAZIONE SOTTOSTANTE.
La prima è l’organizzazione delle parole nella frase, nella sua enunciazione. La seconda è il modo in cui i significati delle parole sono posti in relazione per
rappresentare il significato complessivo della frase. Si consideri la frase ambigua “il massacro dei cacciatori fu spaventoso”; se la struttura di superfice è unica, vi sono due modi diversi di mettere in relazione i significati delle parole e due rappresentazioni sottostanti.
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Parlare |
INFORMAZIONI DATE PER SCONTATE, e INFORMAZIONI NUOVE. |
Per comunicare efficacemente, il parlante deve tener conto dell’ascoltatore a cui si rivolge. Quali sono le cose che sa già? Fra le cose nuove, quali potrebbero interessarlo?
Si parla allora di:
INFORMAZIONI DATE PER SCONTATE,
e INFORMAZIONI NUOVE.
Si può dire “Era Gianni che insegnava a Roma”, oppure “È a Roma che Gianni ha insegnato”. Le nuove informazioni sono solitamente segnalate dall’ACCENTO FOCALE della frase, cioè della parola o sottofrase su cui, parlando, si calca la voce. Anche l’uso di soggetto e predicato si ricollega alla discriminante tra informazioni nuove e scontate. Il soggetto di una frase identifica ciò di cui il parlante vuol dire, e il predicato identifica quel che vuoi dirne. “Pino cucinò il pesce” è diverso da “il pesce fu cucinato da Pino”. La scelta del soggetto, dunque, indica ciò di cui si vuoi parlare. Spesso in italiano il soggetto rappresenta l’informazione data per scontata, e il predicato la nuova.
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Parlare |
SIMBOLI UNIVERSALMENTE ACCETTATI |
SIMBOLI UNIVERSALMENTE ACCETTATI
È necessario postulare l’esistenza di simboli universalmente accettati per spiegare la possibilità della comunicazione, in altre parole:
NOI CONOSCIAMO BUONA PARTE DI QUEL CHE CI COMUNICANO,
o, piu precisamente, “noi dobbiamo conoscere il significato degli strumenti espressivi che vengono usati da chi sta comunicando con noi”. Se rovesciamo il discorso e ci caliamo nei panni di chi vuoi comunicare, allora è necessario USARE STRUMENTI ESPRESSIVI - “SIMBOLI” - CHE L’ALTRO SIA IN GRADO DI DECODIFICARE.
Nella lingua l’utilizzazione di messaggi è governata da regole che formano un codice. È attraverso la conoscenza del codice - che è comune a chi emette e a chi riceve il messaggio - che si realizza la comunicazione.
La conoscenza del codice ci porta a continui SISTEMI DI ATTESE. Durante un discorso o brano musicale o analizzando un’immagine, noi riusciamo a “capire” (anzi a “prevedere”) ciò che uno ci dice (o ciò che ci suona) un momento prima che ci venga detto. La comunicazione avviene attraverso un MATERIALE (le parole, le frasi, le note, gli accordi, i quadri, le foto, ecc.) di cui già conosciamo il codice, cioè le norme che governano la sua organizzazione. Perchè le canzoni dei cantautori piacciono? Perchè essi sono in grado di manipolare il materiale sonoro in maniera perfettamente prevedibile, e infatti le loro canzoni si imparano subito, diciamo che sono “facili” perchè, in qualche modo, assomigliano a quelle che già conosciamo. Invece nella musica “seria” contemporanea, i musicisti hanno la caratteristica di lasciare sempre le nostre attese sospese e mai risolte, complicandoci l’ascolto con un uso inconsueta dei codici, riescono a colpire la nostra “pigrizia” senza alcun rispetto per i nostri sistemi di attese. È una musica che va ascoltata più volte fino a riuscire a coglierne le regole, anche quelle più sottili e, magari, contraddittorie, fino a che anche quella musica diventa “prevedibile”. Naturalmente, nel frattempo, altri musicisti che avranno composto suoni - o meglio collegato suoni già esistenti nella realtà - saranno riusciti a complicare anche quelle regole che si era riusciti faticosamente a controllare, in maniera da colpire di nuovo la nostra pigrizia. Compito degli artisti è distruggere le certezze, è incrinare la serenità - il non-pensiero - perchè essi sono “il sale della terra”.
Dunque un’alta parte degli strumenti usati come “contenitori” di messaggi, devono possedere già un significato che sia comune a chi emette e a chi riceve il messaggio, altrimenti non potrebbero comunicare informazioni nuove. Il paradosso è dunque che il ricevente deve conoscere gran parte di quello che gli si sta per dire, deve cioè esistere un vocabolario comune a chi emette e a chi recepisce. Il testo è un pallone sgonfio, a meno che il lettore non possieda un quadro interpretativo che gli consenta di soffiargli significato dentro.
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Parlare |
COMPRENSIONE DEL LINGUAGGIO GUIDATA DALL’ALTO E DAL BASSO |
COMPRENSIONE DEL LINGUAGGIO GUIDATA DALL’ALTO E DAL BASSO
Ascoltando qualcuno che ci parla, noi ascoltiamo sia agendo dall’”alto” - cioè partendo da ciò che ci aspettiamo di sentir dire - che dal “basso”, e cioè da ciò che effettivamente sentiamo. Le attese del percettore influenzano il modo di comprendere i termini che udiamo.
Il processo dall’alto verso il basso nella comprensione è guidato da una base concettuale, e cioè da ciò che ci aspettiamo di dover udire. Il processo opposto & guidato da quel che udiamo, e cioè dalla struttura di
superfice della frase. Utilizzati da soli i due metodi sono entrambi insufficenti, ma usati insieme concorrono a rendere più efficiente la comprensione.
Il linguaggio è uno speciale mezzo di comunicazione che usa la COMPETENZA LINGUISTICA per la trasmissione dell’informazione stessa. Parlare è una forma dell’attività cosciente complessa e specificatamente organizzata che implica la partecipazione del soggetto che formula l’espressione e del soggetto che la riceve.
Il linguaggio espressivo inizia con la motivazione che viene codificata in uno schema linguistico e attivata con l’aiuto del linguaggio interiore; infine tali schemi vengono convertiti in un linguaggio narrativo basato su una grammatica “generativà.
Il linguaggio impressivo (quello dell’ascoltatore), segue un corso opposto: parte dalla percezione di un flusso di linguaggio ricevuta da un’altra fonte, ed è seguito dai tentativi per DECODIFICARLO: ciò viene eseguito per mezzo dell’analisi dell’espressione parlata, grazie all’identificazione dei suoi ELEMENTI SIGNIFICATIVI e alla loro riduzione a certi schemi linguistici. ciò viene convertito per mezzo del LINGUAGGIO INTERIORE nell’idea generale dello schema che si suppone sia stato espresso, e infine la motivazione che vi è alla base viene decodificata.
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LINGUAGGIO INTERIORE |
IL LINGUAGGIO INTERIORE REGOLA IL COMPORTAMENTO |
IL LINGUAGGIO INTERIORE REGOLA IL COMPORTAMENTO
Il lento progredire nel tempo - milioni di anni di esempi gestuali e centinaia di migliaia di anni di chiacchiere accanto al fuoco - ha fatto sì che alla fine la cultura degli altri uomini fosse la culla dello sviluppo dell’intelligenza nel bambino. Si viene educati ad essere membri della tribù, e tramite l’addestramento - parola che implica anche un graduale perfezionamento dei movimenti della mano “destra” - degli adulti.
La fonte dell’azione dunque non giace dentro l’organismo, e non è sotto la diretta influenza dell’esperienza passata, ma nella STORIA SOCIALE UMANA:
nella attività lavorativa nella società e nella comunicazione tra il bambino e l’adulto. Senza l’apprendimento guidato da un adulto, non si sviluppa la parte più tipicamente umana del cervello Infantile.
L’intelligenza ha, per così dire, due nascite: una evolutiva - il passaggio dalla scimmia all’uomo - una nell’apprendimento: il lento svilupparsi del cervello nel bambino. La vera fonte della civiltà è proprio nel periodo di comunicazione tra il bambino e l’adulto, quando “la funzione era divisa tra due persone”; quando
l’adulto dà al bambino l’istruzione verbale “prendi la tazza”, e il bambino obbedisce all’istruzione, prendendo la cosa che gli e stata NOMINATA.
Allo stadio successivo di sviluppo, il bambino, che ha precedentemente obbedito alle Istruzioni dell’adulto, ora ha imparato a parlare e potrebbe DARSI DA SOLO LE ISTRUZIONI VERBALI, e cominciare a subordinare il proprio comportamento a queste istruzioni. È nato il fedele compagno delle “conversazioni con noi stessi”: il
LINGUAGGIO INTERIORE.
Il bambino può ora nominare gli oggetti da solo, e nominandoli da sè li distingue dal resto dell’ambiente e vi dirige la propria attenzione. La funzione, precedentemente divisa tra due persone, diventa un metodo di organizzazione delle forme superiori di comportamento attivo, che hanno un origine sociale, dipendono per la loro struttura dal linguaggio, e sono l’espressione della volontà. Con l’organizzazione interna dei processi psicologici, si sviluppa l’attenzione volontaria e si arriva all’autoregolazione.
Vi sono poi altri aspetti del linguaggio: può essere visto come STRUMENTO PER L’ATTIVITÀ INTELLETTUALE e infine, come METODO per regolare e organizzare i processi mentali umani (il vero metalinguaggio). Il linguaggio usa le parole in primo luogo come un metodo di ANALISI E GENERALIZZAZIONE DELL’INFORMAZIONE IN ARRIVO e, in secondo luogo, come strumento per FORMULARE DECISIONI e trarre conclusioni.
Il linguaggio, un mezzo di comunicazione, è diventato allo stesso tempo anche un meccanismo dell’attività intellettuale, un metodo per far uso delle operazioni di astrazione e generalizzazione e una base per il PENSIERO CATEGORIALE. Distinguendo determinati aspetti, fissando le INTENZIONI e formulando i programmi dell’attività, il linguaggio diventa allo stesso tempo un metodo di regolazione del comportamento e di sistematizzazione del corso dei processi mentali.
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Parlare |
I GESTI DI CHI PENSA: azioni di spostamento di AUTOPULIZIA |
I GESTI DI CHI PENSA
Lo sviluppo dirompente del linguaggio può essere cominciato solo centomila anni fa (soltanto un attimo, in termini evolutivi), insieme ad un accresciuta capacità di fare programmi a lungo termine e di far ricorso alle esperienze passate. Il gesto, come linguaggio comunicativo, e ben più antico di quel sofisticatissimo strumento che è la parola. Uno svantaggio della comunicazione a gesti è che richiede una costante attenzione visiva da parte di chi riceve il segnale.
Quando si trova in momenti di intensa tensione aggressiva, lo scimpanzè compie agitati e ripetuti movimenti di grattamento, di un tipo particolare e diverso dalla normale reazione al prurito, limitati soprattutto alla zona del capo o talvolta delle braccia e piuttosto stilizzati. Noi ci comportiamo all’incirca nello stesso modo, compiendo azioni di pulizia e di spostamento, di tipo pomposo. Ci grattiamo la testa, ci tiriamo i baffi, ci aggiustiamo la pettinatura, ci carezziamo i lobi delle orecchie, ci strofiniamo il mento. Il grattarsi la testa come attività di spostamento in un individuo può presentare delle marcate differenze dal suo equivalente in un altro, ma ognuno manifesta un suo modo di farlo fisso e caratteristico. Queste azioni non comportano una vera pulizia e non ha importanza che una zona riceva tutta l’attenzione mentre le altre vengono ignorate.
In qualunque gruppo di scimmie o di uomini, i membri subordinati del gruppo sono facilmente riconoscibili dalla grande frequenza con cui compiono azioni di spostamento di AUTOPULIZIA. L’individuo che domina il gruppo lo si può riconoscere dall’assenza quasi completa di questo tipo di azioni, salvo se è in qualche modo minacciato da qualcuno degli individui presenti.
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Emozioni e impotenza bambino |
NEL BAMBINO I MEZZI DI REAZIONE NON SONO ALL’ALTEZZA DEI MEZZI DI PERCEZIONE |
NEL BAMBINO I MEZZI DI REAZIONE NON SONO ALL’ALTEZZA DEI MEZZI DI PERCEZIONE
Nell’infanzia umana c’è qualcosa di intrinìsecamente frustrante; questa frustrazione, in quanto implica una mancanza di soddisfazione nel mondo reale, incoraggia lo sviluppo del mondo interno della fantasia. I bambini sensibili, dotati, con maggiori capacità di ricordare, e che in seguito divengono creativi, sono più profondamente colpiti e probabilmente “imprinted” da tutta la loro esperienza infantile.
Quanto più un bambino è precoce, tanto più rapidamente e profondamente è costretto a rendersi conto di quanto egli sia in realtà indifeso e impotente. Alla nascita e per un notevole periodo susseguente, il sistema nervoso del bambino è formato in modo tale che la parte esecutiva è molto meno sviluppata della parte sensoria e ricettiva. Il neonato umano può vedere, udire, è sensibile al dolore, al tatto, e al mutamento di posizione. Ma è indietro per ciò che riguarda la coordinazione motoria, impiega molto tempo per imparare a stare in piedi, e un tempo ancora più lungo per riuscire ad usare le parole con la facilità con la quale le comprende. Tutto ciò che il neonato può fare è dibattersi in una rabbia impotente e piangere; e fortuna che i genitori sono condizionati a reagire al pianto!
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Concetti |
UN CONCETTO È UNA STRUTTURA MENTALE CON CUI CI RAPPRESENTIAMO UNA CATEGORIA |
UN CONCETTO È UNA STRUTTURA MENTALE CON CUI CI RAPPRESENTIAMO UNA CATEGORIA
Secondo i dizionari, il concetto è ciò che la Mente intende e comprende per mezzo dell’osservazione, della riflessione e dell’induzione, cioè della capacità che ha il cervello di saper estrarre dei principi generali da esperienze particolari.
La struttura mentale con cui ci rappresentiamo una categoria viene dunque chiamata CONCETTO. È uno schema astratto: un concetto rappresenta una classe di cose, ma nessun membro particolare di quella classe.
Il termine “concetto” ha molti sinonimi, tra i quali: categorie, insiemi,modelli, pregiudizi, schemi, prototipi, esempi, significati, forme, simboli, parole.
Un concetto è il nome di una categoria di oggetti. La categoria è definita da una regola che afferma che alcuni oggetti sono membri della categoria stessa, e altri no.
Sotto diversi aspetti, un concetto equivale alla nozione matematica di INSIEME. È definito da un elenco di proprietà, ed ogni ente che le possiede ne è membro. Denominare qualcosa è riconoscerla adatta ad essere inserita in un insieme-concetto.
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Concetti |
GLI SCHEMI MENTALI: I “CONCETTI” Il sistema delle nostre conoscenze deve rappresentare non solo dei concetti o delle idee specifiche, ma anche la vasta rete di relazioni che si ritiene esistano tra i concetti. |
GLI SCHEMI MENTALI: I “CONCETTI”
Il cervello ha degli schemi mentali, i concetti appunto, destinati ad accogliere ed ad ordinare le percezioni.
I concetti hanno varie caratteristiche:
a/ hanno caselle o variabili
b/ possono essere inclusi all’interno di altri schemi, un concetto può rimandare ad un altro concetto
c/ variano per il livello di astrattezza
d/ rappresentano delle conoscenze generali del mondo, piu che definizioni di oggetti o eventi
I concetti sono unità organizzate di conoscenze su eventi, situazioni o oggetti; sono strutture mentali, e costituiscono gli elementi della nostra rappresentazione interiorizzata del mondo.
Gli schemi operano come SISTEMI DI ACCETTAZIONE DELLE INFORMAZIONI, inoltre funzionano da PIANO per raccogliere le informazioni dall’ambiente, essi registrano nettamente - specificano e delimitano - il campo in cui dobbiamo cercare i dati, e ci dicono quali sono le forme sotto cui è probabile che le informazioni si presentino. Essi riducono la complessità del mondo, e forniscono attese percettive su ciò che probabilmente ci si presenterà.
Molti concetti sono parole e in quanto “PAROLE” sono delle TEORIE RELATIVE AGLI OGGETTI, e possono essere usati per classificare situazioni mai incontrate. Proprio come le ipotesi scientifiche predicono l’esito di esperimenti, così le parole, essendo teorie relative agli oggetti, ci fanno prevedere ciò che è implicito nella parola-definizione della realta che la mente sta esaminando in quel momento. La soluzione di problemi è spesso il risultato di un uso intelligente dei concetti.
La maggior parte del lavoro del linguaggio verbale si compie assegnando etichette (arbitrarie per definizione) ai vari fatti dell’esperienza.
La mente, partendo dall’oggetto percepito, decodifica l’immagine per mezzo di una parola appropriata del linguaggio parlato. Il soggetto pensante, di fonte ad una situazione insolita, passa in rassegna tutti i nomi - tutte le parole - che conosce per spiegarsela. Tenta di attribuirle un concetto.
Le parole sono comodi modelli. Rappresentarci il mondo usando schemi è estremamente economico, poichè in base ad un numero alto ma finito di concetti siamo in grado di reagire ad un numero indefinitivamente ampio di esperienze uniche. Noi riusciamo ad ignorare le differenze, e raggrupplanio invece le esperienze sulla base di alcuni tratti comuni.
Il sistema delle nostre conoscenze deve rappresentare non solo dei concetti o delle idee specifiche, ma anche la vasta rete di relazioni che si ritiene esistano tra i concetti.
La raffigurazione degli oggetti naturali - ad esempio il disegno - che tradizionalmente ha costituito lo scopo delle arti, in linea di principio non è diversa dalla RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA DEI CONCETTI. Anche nel disegno si cercano i tratti essenziali di un oggetto o di una situazione.
L’astrazione della forma che costituisce il prototipo non è probabilmente prodotta mediante il confronto di diversi esempi, ma deriva da un qualche singolo esempio, in condizione opportune di disponibilità immaginativa. Dopo di che la forma visuale, una volta astratta, è imposta ad altri eventi, vale a dire è interpretata, e in tal modo usata, ogni volta che serva. Gradualmente, sotto l’influenza di altre possibilità interpretative, puo fondersi e modIficarsi, o venire repentinamente scartata e sostituita da una Gestalt - da una forma, da un prototipo più esemplare - più convincente o più promettente. Il nostro concetto o prototipo di “vacca” può essere modificato e riassestato dal riferimento-contatto mentale con “India” o dall’incontro con altre vacche, che renderanno disponibili nuove informazioni.
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Concetti |
RICONOSCIMENTO DI CONFIGURAZIONI l’esempio del concetto di “sporco”. La mente per percepire deve legare le sensazioni in fasci e classificarle in specie cioè in concetti, così che la conoscenza che essa ha di ciascuna possa estendersi con sicurezza a tutte quelle di quella specie. |
RICONOSCIMENTO DI CONFIGURAZIONI
La PERCEZIONE è uno strumento dell’organismo, sviluppato durante l’evoluzione come mezzo per scoprire la presenza di quanto occorre alla sopravvivenza e per essere messi in guardia contro il pericolo. Tali bisogni, si riferiscono a TIPI DI COSE, a QUALITÀ anzichè a individui particolari. Quel che attrae la pecora è in generale l’erba, il colore e l’odore dell’erba, che si sentono e a cui ci si sottomette in quanto viventi come a forze. La distinzione precisa dei singoli oggetti è un lusso della percezione; un lusso a cui l’onnivoracità dell’uomo lo ha presto abituato.
Facciamo l’esempio del concetto di “sporco”. La nozione di sporco che usiamo comunemente è un’idea relativa. Vi possiamo riconoscere un tipo di compendio aritologico che include tutti gli elementi rifiutati dei sistemi ordinati. Le camicie non sono sporche in se’, ma è sporco metterle in sala da pranzo; il cibo non è sporco in se stesso, aia è sporco lasciare un cucchiaino in camera da letto o avere briciole sui vestiti.
Lo sporco può essere definito un “problema mal posto”, una nozione più di posizione nello spazio che di consistenza materiale, un concetto pensabile solo in funzione di un campo complessivo. Lo sporco perciò non è mai un evento unico ed isolato. Dove c’è lo sporco, c’è un sistema. Lo sporco è il sottoprodotto di un ordinamento e classificazione sistematici di una materia, in quanto l’ordine implica il rifiuto degli elementi non appropriati.
Quando un concetto è chiamato in causa da una percezione, il RICONOSCIMENTO DI CONFIGURAZIONI si occupa di come gli stimoli ambientali vengono identificati con qualcosa di già immaganizzato nella memoria dell’individuo. Lo stimolo è rilevato dai recettori sensoriali e ritenuto per breve tempo nella memoria sensoriale, mentre vengono condotte su di esso numerose analisi. Esse implicano un confronto con le conoscenze immagazzinate, che consente di giungere ad una decisione sul riconoscimento.
Finalmente sappiamo che nome dargli.
La mente per percepire deve legare le sensazioni in fasci e classificarle in specie cioè in concetti, così che la conoscenza che essa ha di ciascuna possa estendersi con sicurezza a tutte quelle di quella specie.
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Concetti |
CONOSCERE MOLTE PAROLE Lo scimpanzè, ad esempio, non ha un’unica parola che designi ogni genere di “acqua”. |
CONOSCERE MOLTE PAROLE
Chi conosce molte parole, ottiene vantaggi nelle azioni.
Una scimmia a cui si stava insegnando a usare “parole” rappresentate da figurine di plastica, adoperava il segno “cane” per i cani sulle figure come per quelli veri. L’animale usava il simbolo di “fiore” anche per indicare qualche cosa che odorava forte, come del tabacco o una pomata al mentolo e poi corresse questa generalizzazione errata imparando ad usare un differente segno - o concetto o parola - per “odore”. Anche se aveva imparato il gesto che significava “aperto” per la porta di casa, l’applicò subito alle scatole e alle bottiglie.
Lo scimpanzè, ad esempio, non ha un’unica parola che designi ogni genere di “acqua”. In un esperimento, misero una zattera al centro di una piscina, collegata al bordo con una passerella. Accanto alla piscina c’era un rubinetto aperto da cui scorreva l’acqua, e venne mostrato come raccogliendo il liquido con un secchio, si potesse poi spegnerci un fuoco. Si fece vedere alla scimmia come con quell’acqua si poteva spegnere un fuoco. Poi vennero messe sopra la zattera delle banane, lasciandole all’interno di un cerchio di fiamme, e venne posato lì affianco il secchio vuoto. Lo scimpanzè andò sulla zattera, si aggirò intorno alle fiamme poi, tralasciando di riempire il secchio nella piscina, con un lampo di ispirazione andò a riempire il secchio al rubinetto, spense il fuoco e si mangiò la frutta.
La scimmia non aveva il concetto generale di “acqua”. Non possedeva nel suo cervello una parola che unificasse i liquidi della piscina e del rubinetto.
L’educazione del bambino avviene anche insegnandogli parole.
L’oggetto che la madre indica e sillaba, viene ripetuto dal figlio che lo fa proprio.
La facilità con cui è possibile inventare parole, permette la costruzione di sottoinsiemi e di soprainsiemi, che dividono e ricompongono l’universo in CATEGORIE.
La parola è il nome, l’etichetta, la bandiera del concetto. Muovendo e operando con titoli e parole, si evita di perdersi nell’oceano della diversità.
I concetti aiutano nell’affrontare la terribile unicità di tutte le esperienze che viviamo. L’apprendimento di un concetto è un processo attivo, spesso sistematico, con cui si costruisce una struttura mentale degli attributi e delle loro relazioni. Apprendere un concetto implica elaborare ipotesi e verificarle.
Un laureato in media conosce tra le 30.000 e le 50.000 parole. Un buon dizionario ne riporta 80.000, ma è facile consultare un vocabolario e scoprire che non riporta una parola del proprio gergo lavorativo o culturale o un termine dialettate intraducibile nelle sue sfumature, il che fa alzare il numero delle parole che in qualche maniera possiamo usare. Sono equivalenti a parole anche i nomi di luoghi o di persone, conosciuti direttamente o nella scuola, o da giornali o libri. L’archivio mentale dei termini usabili è quindi la somma di un vocabolario, di un’enciclopedia, di un’atlante, di una biblioteca, delle annate di un quotidiano, di un diario personale e della propria agenda telefonica.
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LINGUAGGIO INTERIORE parole Concetti |
LA PAROLA È UNA MATRICE MULTIDIMENSIONALE Grazie alle parole noi teniamo conversazioni con gli altri e con noi stessi, è il cosiddetto LINGUAGGIO INTERIORE. |
LA PAROLA È UNA MATRICE MULTIDIMENSIONALE
Non dobbiamo supporre che una parola sia un’immagine di un determinato oggetto, proprieta o azione; nè che sia semplicemente un’associazionè di un’immagine e di una combinazione particolare di suoni. Invece dobbiamo considerare la parola come una complessa MATRICE MULTIDIMENSIONALE con diverse connessioni: acustiche, morfologiche, lessicali, e soprattutto semantiche, cioè di significato.
Quando una parola usata in un pensiero entra in contatto con un’altra, noi possiamo sottolineare un attributo finora non pensato, che diventa esso stesso fonte di esperimenti, verifiche e nuove rassegne mentali. Sappiamo che in stadi diversi, in determinati contesti ed evolvendo nel tempo, una delle connessioni diventa predominante: noi fissiamo dei PROTOTIPI.
Grazie alle parole noi teniamo conversazioni con gli altri e con noi stessi, è il cosiddetto LINGUAGGIO INTERIORE.
Il linguaggio, nato come strumento di comunicazione interpersonale, con lo sviluppo del cervello è divenuto anche lo strumento della disamina interiore dei modelli e delle alternative di scelta. È diventato il mezzo principale per pensare.
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Intelligenza e Concetti |
LE PAROLE SONO COMODE DA ACCOPPIARE |
LE PAROLE SONO COMODE DA ACCOPPIARE
Le parole si prestano a facili, veloci e fertili accostamenti. Il passaggio da un concetto all’altro è istantaneo, impetuoso. Si salta tra più argomenti senza fatica. Si richiamano alla mente concetti, li si rivedono passandoli in rassegna, finchè fulmirìeo non arriva il riconoscimento di un punto di coutatto con un altra parola-argomento lontanissima da quelli tenuti sotto esame. Puo essere un attributo o una struttura comune a due concetti, o una loro caratteristica curiosamente differente, e allora quella diviene l’idea che si seguirà nei prossimi istanti.
Non è possibile prendere pezzi di quadri e metterli insieme per produrre nuove combinazioni con la facilità con cui è possibile combinare parole. Le IMMAGINI MENTALI prodotte dalle parole si fondono in sistemi unificati, armoniosi, fecondi, ma quel che più conta: “IMPENSATI”. Le forme del linguaggio verbale sono attrezzate per l’EVOCAZIONE di massa delle immagini mentali, la cui individualità è richiamata e presa in esame mediante la combinazione di etichette standardizzate.
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Concetti |
L’IMMAGINE MENTALE ATTINGE ALLA SOLA MEMORIA, PER QUESTO PUÒ RISTRUTTURARSI DI CONTINUO |
L’IMMAGINE MENTALE ATTINGE ALLA SOLA MEMORIA, PER QUESTO PUÒ RISTRUTTURARSI DI CONTINUO
Le immagini mentali sono mutevoli, facili da trasformare, sono funzionalmente informali e indefinite, non restano le stesse per molto, scorrono veloci come i fotogrammi di uno spot.
Se uno sperimentatore chiede ad altri, o a se stesso, che cosa accade nella propria mente quando pensa ad una “vacca”, il concetto si presenta in un contesto vuoto o
puramente accidentale e il risultato sarà corrispondentemente capriccioso. L’immagine di una vacca potrebbe essere “un rettangolo allungato con una certa espressione facciale, una specie di broncio esagerato” e questa immagine visiva mentale poggia su tratti mai menzionati nella definizione della vacca.
Un concetto non ha la persistenza relativamente stabile di un oggetto. La pagina di libro che sto guardando, è soggetto a tutte le fluttuazioni dell’attenzione, dell’intenzione e della relazione con altri miei pensieri; ma la salda base garantita dallo stimolo fisico, resta finchè io lo guardo. L’immagine mentale, non è ancorata ad alcuna base indipendente ed obiettiva di questo genere, e attinge alla sola memoria. È aperta all’irrompere dell’esperienza di una vita intera. Perciò ogni componente del pensiero deve affidarsi ad un contesto per identificarsi con precisione. Tornando alla vacca, basta pensare al probabile effetto delle mucche sul traffico automobilistico in India, e l’immagine comincia a precisarsi.
Pensare esige immagini, e le immagini contengono pensiero, ma in uno stadio elastico che il contesto definisce e precisa. Non si pensa mai usando un solo concetto; la presenza di più concetti contemporaneamente illumina la scena mentale: “vacche”, “India”, “auto”, varie parole usate insieme, cominciano a somigliare ad un pensiero degno di questo nome.
Probabilmente la vacca in mezzo al traffico manterrà la posizione del prototipo - che grosso modo potrebbe essere “animale di profilo con la testa girata verso chi guarda” - però, rispetto alla necessaria informalità del modello mentale, avrà acquisito varie caratteristiohe, ad esempio sarà bianca, mentre il prototipo aveva un colore indefinito.
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Concetti |
LA FLESSIBILITÀ DEI SISTEMI CONNOTATIVI |
LA FLESSIBILITÀ DEI SISTEMI CONNOTATIVI
La parola rappresenta il concetto nei suoi aspetti denotativi (descrizioni per immagini, evocazione e confronto con prototipi), ma è disponibile velocemente a suggerire aspetti connotativi (rami laterali del significato, metafore ed estensioni simboliche di attributi).
La parola “tavolo” ci fa scorrere nella mente varie immagini di tavoli più o meno validi come prototipi, come esempi assoluti del concetto. Quando dal campo delle definizioni ci spostiamo a percorre quello delle connotazioni possibili, possiamo avere frasi tipo “il mare è una tavola”. Connotare un termine, permette di creare giochi di parole o battute, di descrivere in modo originale una situazione, fornendo lo spunto a nuovi accostamenti.
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Concetti |
SCOPRIRE LE PROPRIETÀ FUNZIONALI Nel lessico mentale i criteri funzionali sono parte della definizione di un elemento. I metodi di verifica della rispondenza degli oggetti ai criteri-funzionali, non fanno ovviamente parte della definizione, ma forniscono un legame tra conoscenza lessicale e conoscenza pratica, e cioè con ciò che sappiamo del mondo. |
SCOPRIRE LE PROPRIETÀ FUNZIONALI
I concetti di solito vengono definiti per mezzo di ATTRIBUTI PERCETTIVI come la grandezza, la forma e il colore. Così facendo si trascura un tipo di conoscenza che comunemente abbiamo degli oggetti: la FUNZIONE.
Facciamo un esempio: “Sto facendo un pic-nic, cosa può essere adatto a funzionarmi da tavolo?”.
Potrebbe andar bene la base segata di un tronco, anche se una rassegna mentale compiuta a freddo del termine “tavolo”, difficilmente avrebbe inserito, questo materiale come pertinente.
Vedere un tronco come tavolo, è la rapprentazione più complessa. Solo ricapitolando le funzioni di un oggetto, diventa possibile stabilire a cosa altro sia assimilabile.
Nel lessico mentale i criteri funzionali sono parte della definizione di un elemento. I metodi di verifica della rispondenza degli oggetti ai criteri-funzionali, non fanno ovviamente parte della definizione, ma forniscono un legame tra conoscenza lessicale e conoscenza pratica, e cioè con ciò che sappiamo del mondo.
(p. 46)
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