|
Un mattino un gran boato risveglia
il campo romano. Le avanguardie dei Galli venuti di rinforzo, sono giunte
alle nostre spalle. Schierano la cavalleria nella pianura e la fanteria
su un’altura, in modo che gli assediati possano vedere le azioni dei rinforzi
e regolino di conseguenza i tempi del loro attacco. A quella vista i guerrieri
dentro Alesia prendono a urlare di gioia: per l’entusiasmo si vedono già
liberati e vittoriosi, ma tra loro e gli altri si erge il doppio muro
eretto dai Romani, una difesa che deve resistere a tutti i costi, oppure
anche per me sarebbe stata la sconfitta e la morte.
Appena scorgono i rinforzi, i Galli della città guidano le truppe
fuori dalle mura e si schierano di fronte alle nostre difese. Poi vengono
in avanti, coprono il fossato con fascine, lo riempiono di terra e si
preparano all’attacco, decisi a tentare il tutto per tutto.
Cesare dispone l’esercito lungo entrambe le linee fortificate, e ordina
di dar inizio alla battaglia. Tiene invece di riserva la cavalleria dei
Germani, prevedendo di farla entrare in combattimento solo più
tardi.
Tutti i soldati, ansiosi, aspettano l’esito dello scontro. I Galli tengono
in mezzo alla cavalleria pochi arcieri e fanti dall’armatura leggera,
che hanno il compito di soccorrere i loro quando ripiegano e di frenare
l’impeto dei nostri cavalieri. Appena inizia la battaglia, fanti e arcieri
galli scoccano sui Romani una nuvola di frecce. I nemici colpiscono alla
sprovvista parecchi dei nostri, costringendoli a lasciare la mischia.
Da ogni parte tutti i Galli, sia chi era rimasto all’interno delle difese,
sia chi era giunto in rinforzo, convinti della loro superiorità
e vedendo i nostri pressati dalla loro massa, incitavano alla guerra con
grida e urla. Lo scontro si svolge sotto gli occhi di tutti, perciò
nessun atto di coraggio o di viltà può sfuggire: il desiderio
di gloria e la paura di passare per vigliacco, spronano al valore gli
uni e gli altri.
Per tutto lo scontro Mamurra
mi ha voluto accanto a sé. All’inizio osserviamo la battaglia da
lontano, ma più questa si fa accanita, più ogni uomo disponibile
viene gettato nello scontro, compresi cuochi e ufficiali del genio. Io
avevo preferito armarmi con un piccone piuttosto che con una spada: picconi,
anche quando ero schiavo, ne avevo maneggiati parecchi, mentre le spade
mi sono praticamente sconosciute.
Accanto a me, in una delle legioni che avevo diretto nei lavori di fortificazione,
militano due centurioni di grande valore: Pullone e Voreno. Tutti e due
mirano ad una promozione, vogliono diventare tribuni, raggiungere un grado
più alto, passare a comandare non più cento soldati ma cinquecento.
I due sono in costante competizione su chi deve essere considerato più
valoroso, e ogni anno gareggiano per la promozione, mostrando una rivalità
accanita.
Mentre si combatte aspramente nei pressi delle nostre difese, sento Pullone
che dice al suo rivale:
"Che aspetti Voreno? Ecco il giorno che deciderà la sfida
tra di noi!"
Ciò detto, scavalca
le difese e si getta contro lo schieramento nemico dove sembra più
fitto. Neppure Voreno, allora, resta dentro la palizzata, ma, temendo
il giudizio di tutti, segue Pullone.
A poca distanza dai nemici, Voreno scaglia il giavellotto contro di loro
e ne colpisce uno, che corre in testa a tutti; i compagni lo soccorrono,
proteggendolo con gli scudi, mentre tutti insieme gli arcieri tirano contro
Pullone, impedendogli di avanzare.
Poi una freccia si pianta nel fodero della spada del centurione, così,
mentre Pullone cerca di sguainare l’arma con la mano destra, perde tempo
e, nell’intralcio in cui si trova, viene circondato.
Subito Voreno si precipita e gli porta aiuto in quella difficile situazione.
Su di lui convergono i nemici, trascurando Pullone, che credono ferito
dalla freccia. Voreno combatte con la spada, uccide un avversario e costringe
gli altri a retrocedere, ma, trasportato dalla foga, cade in un fosso.
Viene circondato a sua volta e trova sostegno in Pullone: tutti e due,
incolumi, si riparano entro le nostre difese, dopo aver ucciso molti nemici
ed essersi procurati grande onore.
Così il destino, in questa loro sfida, dispone che ognuno porti
aiuto e salvezza all’avversario, e non sia possibile giudicare a quale
dei due tocchi il premio per il massimo valore.
La battaglia continua: Cesare,
quando vede una zona in difficoltà, manda di rinforzo dei soldati
abili ad infiltrarsi fra le gambe dei cavalli nemici per ferirli.
La mischia dura da mezzogiorno; e gli eserciti si curvano stanchi mentre
stanno per arrivare le ombre della notte.
Ad un tratto, mentre l’impegno del combattimento è più acuto,
la cavalleria dei Germani, quella che era stata tenuta di riserva, attacca
il fianco dell’esercito gallico mettendolo in fuga. Dopo quella carica
della nostra cavalleria, molti arcieri nemici vengono circondati e uccisi.
Anche nelle altre zone i nostri inseguono i nemici in fuga. I Galli, che
da Alesia si erano spinti in avanti, disperando o quasi della vittoria,
cercano rifugio in città.
Cesare ha vinto, fermando quel tremendo esercito di barbari, circa trecentotrentamila
uomini tra gli assediati e gli attaccanti dall’esterno.
I Galli tentano un nuovo assalto
la notte successiva per approfittare del buio. Viene dato l’allarme e
tutti i legionari corrono ai loro posti di combattimento lungo la palizzata.
Ogni albero tagliato, ogni artiglio di ferro, ogni buca scavata nel terreno,
attende i nemici. Si sentono i Galli farsi sempre più vicini.
Poi cominciano le nostre frecce che saettano per l’aria chiedendo carne
da colpire, e la colpiscono. Si sentono le grida dei feriti, le urla di
chi cerca disperatamente un riparo. I legionari frecciano da dietro le
fortificazioni. Prendono la mira usando la luce della Luna piena, inseguendo
le ombre che si riparano dietro i cespugli o che tentano di scappare.
Inseguiti dalle frecce, parecchi nemici corrono verso la zona davanti
all’avvallamento. E così le buche cominciano a mangiare.
Si vedono i Galli scomparire nella terra come se l’oltretomba li stesse
inghiottendo.
Quando i primi scompaiono così nel nulla, il dubbio prende a serpeggiare
tra i nemici; alcuni Galli, incalzati dalle frecce, restano incerti se
finire punzecchiati dalle saette o inghiottiti nella terra.
Molti si arrestano impigliati nell’intrico di rami che io avevo fatto
costruire.
Decisamente questa di Alessia è una battaglia combattuta più
a forza di piccone che di spada. Gli strumenti della pace si mostrano
vittoriosi su quelli della guerra, e i Galli, dopo un’ultima e inutile
carica, si ritirano sconfitti.
I nemici, frastornati da quella
ulteriore disfatta, si prendono un giorno per riposare e per studiare
dove le nostre difese siano minori. Una catena di fortificazioni è
come una catena di anelli di ferro: la capacità di resistere ad
uno sforzo, dipende dalla solidità del punto più debole
della catena. Se cede anche un solo anello è la fine per tutti
gli altri.
Analizzando le nostre difese i Galli scoprono un colle dove non si è
fatto in tempo a completare tutti gli stratagemmi difensivi, e naturalmente
attaccano proprio lì. È uno scontro che dura dall’alba al
tramonto. Le truppe di Cesare sono sul punto di essere sconfitte varie
volte, ma il comandante in capo sa concentrare gli scarsi rinforzi lì
dove sono più necessari. Alla fine i Galli si danno alla fuga.
La sera stessa Vercingetorige viene a offrire la resa.
La guerra di Gallia è
terminata.
Cesare ormai non ha più nemici, se non quelli che agiscono dentro
Roma contro di lui.
|