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Giro una email di Fabio Ferri.
“Per tutti coloro che conoscono Enzo Baldoni che si trovava in Iraq e
scriveva corrispondenze per "Il Diario". E per gli altri.
Queste le ultime che ho ricevuto da Enzo Baldoni.
"Nel caldo feroce del primo pomeriggio, seguiti dal vecchio Ford
sovraccarico, entriamo nella periferia di Najaf. La situazione è pesante,
si sentono esplosioni dappertutto, ci sono combattimenti molto duri intorno
al cimitero. Dobbiamo prendere strade e stradine polverose. Un sistema
invisibile di staffette ci sta guidando: qui un uomo esce dal portone
e ci fa segno di voltare a destra, qui un ragazzino ci manda a sinistra,
là un vecchio accovacciato a vendere cavolfiori ci suggerisce di andare
diritto.
Ora Ghareeb è sudatissimo, basterebbe una strada sbagliata per portarci
dritti dritti tra le braccia degli americani che stanno accerchiando la
città.
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Ogni tanto, prima di un incrocio, Ghareeb chiede:
"Uko dabbaba?" (C’è un carro? Dabbaba è un’antica parola che
significa "qualcosa che cammina pesantemente e con rumore")
Oppure:
"Uko dabbabat?" (Ci sono carri?)
Fino a un certo punto la gente risponde:
"Makow." (non ce ne sono).
E poi, alla fine, qualcuno risponde:
"Ey!" (sì)
Tocca a me. Prendo la bandiera della Croce Rossa fissata a un manico di
scopa, apro la portiera e scendo lentamente in strada.
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Bene, ci siamo. Ora tocca a me. Dietro quest’angolo c’è un carro armato
americano. Forse l’equipaggio è nervoso. Forse hanno l’ordine di sparare
o forse no, ma noi non lo sappiamo. Non posso togliermi dalla testa quel
che è successo all’amico e collega di penna Raffaele Ciriello, ucciso
in mezzo alla strada dalla raffica di un mitragliere nervoso quando era
di fronte - armato solo di una macchina fotografica - a un Merkava israeliano.
Bon, vediamo che succede.
Sventolo cautamente da dietro l’angolo la bandiera con la croce rossa.
Poi la sventolo più forte. Sbircio dietro lo spigolo. E’ un Bradley.
E’ una specie di rospo color sabbia su una strada color sabbia tra case
color sabbia. Sta lì, indifferente, tetragono, acquattato, pronto a sparare
la sua lingua vischiosa per catturare l’insetto. Solo che l’insetto sono
io, cazzo.
Sono stato carrista, e so esattamente com’è fatto, dentro, un carro armato.
Ho nel naso l’odore della plastica dei seggiolini e dell’olio da motore.
Mi sono familiari le leve di guida, i periscopi, la torretta di puntamento.
Conosco la leggera claustrofobia che ti prende al posto di guida, e la
sensazione di invincibilità blindata quando ari la strada con un gran
rumore di cingoli. Ma, visto coi sandali sulla strada polverosa, un carro
armato è un’altra cosa.
Il primo Bradley non si scorda mai.
Specialmente se sei dalla parte sbagliata della mitragliatrice.
Sventolo ancora la bandiera, faccio un passo, mi riparo dietro un palo
della luce e urlo:
"Ehi, boys! Italian Red Cross! Don’t shoot! We are
here for humanitarian reasons! Can we come forward?"
Il rospaccio non fa una mossa.
"Ehi, boy, don’t shoot! I’m coming!"
Faccio un passo laterale e mi metto in vista, pronto a schizzare al riparo
del palo di cemento. In una mano ho lo bandiera e nell’altra il distintivo
dei Volontari del Soccorso, è ridicolo, da laggiù non riescono certo a
leggerlo, ma forse per un ragazzotto dell’Ohio o del Wisconsin fa "legality",
come quando un poliziotto viene avanti tenendo il distintivo in
una mano e la pistola nell’altra. Solo che qui i distintivi, come le chiacchiere,
stanno a zero.
Sono le tre del pomeriggio, ho la gola secca, ma non credo dipenda dalla
calura.
Faccio un altro passo di lato, cauto. Sbircio indietro: al riparo dietro
l’angolo Gareeb e Salah mi guardano, tesi.
Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo, mi porto in mezzo alla strada sventolando
disperatamente la bandiera con la sensazione che da un momento all’altro
mi faranno secco, continuo a urlare red cross don’t shoot, con la sensazione
di camminare in equilibrio su un filo.
Il rospo è sempre lì, immobile, acquattato nella sabbia. Non dà segno
di vita, mi chiedo chi saranno i ragazzi che, da lì dentro, mi stanno
guardando, e se il capocarro sta per ordinare"smoke him", come
dicono quando si tratta far fuori uno.
Faccio segno a Ghareeb di avanzare lentamente con la Nissan. L’imbecille
accelera e schizza via brusco, alle mie spalle. Lo segue il camion dei
medicinali. Wew, passato: raggiungo anch’io piano piano l’altro lato,
gridando "Thank you! Thank you!" all’indirizzo dei carristi
invisibili.
Pensa un po’. Sinceramente grato che non mi abbiano sparato.
Rientro in macchina, Salah mi stringe la mano, dice con voce grave: "You’ve
been brave.". Sticazzi, Salah. Dammi la bottiglia dell’acqua, che
ho la gola secca.
Li chiamano giornalisti
(perle segnalate da Barbara R. sul filoiracheno Baldoni)
Avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario,
la località dove trascorrere vacanze (...) Molto da obiettare invece c’è
sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole.
Vabbè. Spendiamo quanto c’è da spendere per riportarlo a casa, questo
bauscia. (...) il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è
un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha sempre
lavorato per aziende americane: scusate cari lettori, più pirla di così
è inimmaginabile"
(Vittorio Feltri)
"Gli esperti dell’intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta
la vicenda (...) potrebbe essere una recita. (...) Garantiamo ai suoi
rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena (...) in fondo
giustifica chi spara ai marines (...) Perché dovrebbero fargli del male?
È un giocherellone della rivoluzione. Vogliamo dirlo: è un simpatico pirlacchione.
(Renato Farina)
Il primo è il direttore di ’Libero’, radiato dall’ordine dei giornalisti
per aver pubblicato foto di pedofilia in prima pagina. Il secondo è il
vicedirettore sempre di ’Libero’.
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