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Materiale testuale sull’umorismo
(tratto da: Giovannatonio Forabosco,
"Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo", Franco Muzio
editore)
La difficoltà di definire l’umorismo
Il riso è una “sfida impertinente alla speculazione filosofica”.
Un tipo di obiezione-ritornello è che lo studio rovina l’umorismo. Sono state evocate ali di farfalla, iridescenti bolle di sapone, arabescate tele di ragno, per richiamare cosa avviene a toccarle con le dita. Per analizzare l’umorismo servono grande modestia e grossa pazienza, perché l’umorismo è un fenomeno assai complesso.
Lo sostiene Giovannatonio Forabosco nel suo “Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo”, Franco Muzio editore: “Mi aggiravo, era non pochi anni fa, nei luoghi ove cercare risposta alle mie curiosità sui segreti dell‘umorismo. Parlavo, i luoghi erano elettivamente ambienti di psicologia, con persone da cui attendevo illuminazioni, indicazioni di percorsi possibili. Ne ottenevo alcune. Ma, soprattutto, mi venivano raccontate delle barzellette. “Tu che ti interessi di umorismo, la sai quella...?”
Questa, che è una barzelletta/scherzo, me l’ha detta/fatto un docente di Psicologia, interessato a questioni di percezione e di cognitività:
“(Il raccontatore dice:) “Vedi quel lampadario?” (Indica un lampadario nella stanza.) “Se mi dai mille lire ci salgo sopra.” (Dopodiché prende le mille lire, le poggia per terra e ci mette un piede sopra).”
Freud ne aveva avuto una lucida intuizione, dichiarando:
“Merita darsi tanta pena per un motto di spirito? Non credo che vi possano essere dubbi su questo... posso richiamarmi al fatto che vi è un legame intimo tra tutte le manifestazione del pensiero, il che fa intendere che una scoperta psicologica realizzata in un campo, sia pure molto lontano, potrà rivelare un valore imprevedibile anche in altri campi.”
Eppure, chi si occupa di umorismo con interesse scientifico deve fare i conti con chi la ritiene una scelta poco, se non per niente, opportuna. Daniele Panebarco, con tollerante simpatia per i miei studi e con la (comprensibile) diffidenza del creatore di umorismo nei confronti di chi lo smonta per vedere come è fatto dentro, si è schierato con padre Jorge del Nome della Rosa di Umberto Eco, che avrebbe a suo avviso fatto più che bene a distruggere il secondo libro della Poetica di Aristotele, a salvaguardia dei misteri del comico.
E c’è la (eccessiva) complessità dell’oggetto. Bergson definiva il riso una “sfida impertinente alla speculazione filosofica”. Sfida che McDougall riteneva alquanto perdente per gli studiosi, e ironizzava dicendo che molti autori hanno formulato teorie ridicole del ridicolo. Umberto Eco dichiarava:
“... da tempo ho deciso che, quando avrò sessant’anni, scriverò un libro (straordinario) sul comico. Non prima, per evitare le brutte figure di Aristotele, Bergson, Freud e altri.”
Posizione prudenziale (almeno in parte contraddetta nei fatti da alcuni scritti dedicati da Eco all’argomento, prima della scadenza fissata), non priva di ragioni.
E in effetti il critico azzannatore è perennemente in agguato, quando si va a caccia dei segreti dell’umorismo.
Non è bastato per esempio allo psicoanalista Edmund Bergler dichiarare il proprio intento ironico nello scrivere:
“Ritengo che la maggior parte delle teorie presentate dai miei precursori in questo campo siano di dubbio valore. Naturalmente questa opinione è sostenuta dalla convinzione che la mia teoria sia la sola corretta possibile. E questo l’affermo in completa modestia e al solo scopo di perpetuare una consolidata tradizione.”
Il senso dell’umorismo è un fenomeno dunque complesso, e insieme è una virtù diffusa. Un’indagine in questo campo ha trovato che circa il 94 % delle persone afferma di avere un buon senso dell’umorismo superiore alla media.
I meccanismi dell’umorismo
Che cosa succede nella mente di una persona che legge una barzelletta?
Se la barzelletta è considerata come un insieme di informazioni, in che modo la persona le recepisce e come le tratta?
Come funziona il software mentale che elabora l’umorismo? C’è soprattutto un concetto che si è rivelato cruciale per interrogativi di questo tipo, ed è quello di “incongruità”.
Nel linguaggio comune si dice “incongruo” qualcosa di strano, insolito, privo di coerenza ecc. Occorre però andare al di là dei significato d’uso corrente, intuitivo ma anche generico.
In che cosa consiste dunque e come si forma un’incongruità? Bisogna prenderla alla lontana, risalire ai principi del conoscere. Partiamo da un esempio. Le conoscenze dirette e indirette che abbiamo avuto sulla neve ci hanno formato un’idea di dove
e quando cade. Il che comporta anche un’aspettativa circa dove e quando è “normale” che la neve cada.
Quest’idea corrisponde a quello che gli addetti ai lavori chiamano “modello cognitivo” (o anche “struttura” o “set mentale”), che costituisce una sintesi delle esperienze passate e diventa termine di confronto per le informazioni in arrivo. Quando si riceve un’informazione che è difforme dal modello cognitivo si ha il caso di una percezione d’incongruità.
Una nevicata a Taormina d’agosto, per esempio, è una cosa decisamente strana. Nei nostri termini, diciamo che è un evento difforme dal modello cognitivo. E un fatto che viene percepito come incongruo, insomma un cavolo a merenda.
L’esempio suggerisce anche come i ‘incongruità non abbia a che fare solo con l’umorismo: ha un’estensione che riguarda tutte le situazioni in cui si verifica una discrepanza tra informazioni in arrivo e modello cognitivo, tra evento effettivo ed evento atteso.
In un esperimento era stata per esempio costruita un’incongruità impiegando delle carte da gioco in cui a un certo punto il giocatore si trovava in mano un asso di cuori nero.
Un altro bicchiere blu esempio per illustrare i ‘incongruità. L’esempio è la frase appena letta.
Il lettore non frettoloso ha notato che la collocazione delle parole “bicchiere blu” non risponde a un modello linguistico di frase sensata. E se ha avuto una sensazione di stranezza (che c’entra “bicchiere blu”?) vuoi dire che ha appena sperimentato la percezione di un’incongruità. [“Bicchiere blu” è dovuto a Enrico Forabosco, comunicazione personale. N. d. A.]
Così è se vi pare: soggettività e modelli cognitivi
Ci sono due punti importanti a proposito dei concetto di incongruità, e che saranno ripresi parlando del senso dell’umorismo.
1. Il carattere soggettivo dell‘incongruità: uno stimolo non è incongruo in assoluto, cioè sempre e per tutti; che io sia dipende da qual è il modello cognitivo con cui viene comparato, e il modello può variare da persona a persona e nella stessa persona in momenti diversi.
La fotografia di un naso con tre narici può risultare incongrua per un bambino piccolo, perché il suo modello cognitivo non contempla questi casi anatomici e neanche i trucchi fotografici; ma, solitamente, non lo è per un adulto; e poi, a un certo punto, non lo è più neanche per il bambino quando impara che esistono i fotomontaggi.
2. Quello che conta è il modello di riferimento, cioè quello a cui effettivamente il soggetto riferisce (con cui confronta) lo stimolo incontrato. I modelli attivabili possono essere diversi e alcuni possono non condurre a una percezione d’ incongruità. Per esempio, se la neve d’agosto a Taormina è un evento per il quale viene evocato il modello “clima” è probabile che appaia come un’incongruità, un’anomalia non contemplata tra i possibili eventi meteorologici; ma a essere evocato potrebbe invece essere il modello “trovate pubblicitarie”. In questo caso l’incongruità potrebbe non essere percepita o comunque potrebbe venire immediatamente eliminata: si potrebbe immaginare, per esempio, che vi sia qualche aereo che sta creando una nevicata artificiale. Oppure il modello evocato potrebbe essere quello dell’inquinamento chimico atmosferico: un fatto insolito che può dar luogo a una percezione di un’incongruità, ma anche questa però poi spiegata e dissolta.
Proprio quest’ultima evenienza introduce un altro aspetto. E cioè che alla percezione di incongruità possano seguire reazioni diverse, oltre a quelle umoristiche: perplessità, curiosità, comportamenti esplorativi, ansia, paura ecc.
Più in generale, la risposta di primo impatto a un’incongruità è quella di un”’attivazione cognitiva” (“strano!” “com’è questo fatto?”), che spinge a cercare di capire di che cosa si tratta, e di dargli senso rispetto alla realtà nota.
In altri termini, l’individuazione di un’incongruità costituisce innanzitutto l’identificazione di un problema da affrontare e da risolvere. A cui seguono reazioni di significato diverso, tra cui quelle umoristiche.
Le due fasi di una barzelletta
È stato su basi di questo genere che è si è delineato quello che succede nella mente di una persona di fronte a una barzelletta.
E cioè un insieme di operazioni che si svolgono in due fasi;
1. Individuazione di un problema: il soggetto trova che le sue aspettative, indotte dalla parte iniziale del testo, sono smentite dalla conclusione (la battuta finale). Ha cioè una percezione di incongruità.
2. La risoluzione: viene quindi messa in atto una forma di problem solving, cioè un impegno cognitivo teso a trovare l’elemento che dia un senso alla conclusione e riconcili le parti incongrue. Questo elemento, che permette la risoluzione dell’incongruità, viene indicato come la “regola cognitiva”, e può essere un fatto di esperienza, una proposizione logica, un elemento linguistico ecc.
Prendiamo ad esempio il seguente interrogativo-indovinello:
che cos’è una banana?
Supponiamo di dare tre risposte:
a un frutto giallo.
b una posata
c una badonna babassa babassa
La risposta a è coerente con il comune modello cognitivo e non presenta quindi incongruità. La b è difforme da qualunque accettabile modello, per cui risulta incongrua e non appare risolvibile. La c è incongrua ma ammette una risoluzione. Questa è legata al trovare la regola che possiamo chiamare della raccolta a fattore comune (si tratta cioè di eliminare la sillaba “ba” da tutte le parole in cui compare).
Umorismo bifase e monofase
Secondo alcuni ricercatori tuttavia la seconda fase, di ricerca di una risoluzione, non è necessaria perché vi sia un esperienza umoristica.
In un esperimento, consistente in una finta prova di psicofisica, è stato chiesto a un campione di studenti di sollevare una serie dipesi. Agli studenti era stato detto che il compito consisteva nei distinguere quale era di peso maggiore e quale minore. Quando però andavano a effettuare la prova trovavano che l’ultimo peso era o decisamente più leggero o decisamente più pesante degli altri. L’osservazione fu che questa semplice discrepanza finale (il peso incongruo) produceva frequenti risposte di sorriso o di riso negli studenti. C’era un’incongruità ma non c’era una risoluzione, e la prima bastava per produrre reazioni di umorismo.
Altre ricerche hanno sottolineato che nei bambini è frequente che sia la sola incongruità a produrre una risposta di divertimento umoristico. Per un bambino piccolo, il solo sentire chiamare ‘‘cucchiaio’’ una forchetta può già provocare una risata divertita.
In effetti, a conferma posso citare un episodio. Una volta mi è capitato di entrare in una prima elementare, per parlare con una maestra. Mentre mi veniva incontro, la maestra aveva chiesto a un bambino di girare la lavagna (di quelle che si capovolgono). Sull’altro lato era stato disegnato un albero. Voltando la lavagna, questo veniva a presentarsi a testa in giù. La cosa provocò una generale, rumorosa ilarità nei bambini, con esclamazioni come: “Che buffo!” “Guarda quell’albero!” “Un albero coi piedi per aria!”.
Altro esempio: in televisione trasmettono la finale olimpica dei 100 metri stile libero; i nuotatori sono tesi e concentrati; primo atto: i nuotatori si piegano; colpo di pistola: i nuotatori scattano e si tuffano. La bambina, un po’ meno di tre anni, punta il ditino verso il televisore, si volta verso i genitori e con fare interrogativo: “Bagnetto?”. [Sara Forabosco, comunicazione personale. N. d. A.]
Una esplicita risoluzione dell’ incongruità sembra quindi poter non esserci.
In realtà, anche nei casi in cui non risulta esserci la seconda fase, una forma di risoluzione è comunque presente. Infatti il soggetto è in condizione di disporre di elementi che danno, almeno in parte, un senso all’incongruità. Il bambino sa com’è un albero, che si tratta solo di un disegno, che la figura è accidentalmente risultata capovolta. Sono questi gli elementi che vengono di fatto utilizzati per la “risoluzione” dell’incongruità, e il controllo della tensione cognitiva che altrimenti si porrebbe. Il disegno incongruo non mette in crisi le sue conoscenze e i suoi modelli cognitivi, pur risultando difforme da questi.
La differenza tra i due tipi di risoluzione, esplicita ed implicita, sta soprattutto nel fatto che nell’ ‘umorismo “bifase” la risoluzione è oggetto di una ricerca attiva e una volta trovata compare in evidenza. Invece nell’ ‘umorismo che si presenta in un’unica esposizione, monofase, la risoluzione resta sullo sfondo, fuori dal fuoco dell’attenzione.
Un funambolico equilibrio: incongruità / congruenza
In ogni caso, il compito della risoluzione non è quello di eliminare l‘incongruità, ma di renderla accettabile e di non far avvertire la necessità di cercare ulteriori informazioni o spiegazioni.
E questo costituisce una caratteristica cruciale, che contraddistingue la risposta umoristica rispetto ad altre forme di reazione.
L’incongruità umoristica è risolvibile ma non viene, e non deve essere, completamente risolta. Se così fosse, lo stimolo cesserebbe di essere percepito come umoristico. Perché ci sia umorismo occorre invece una situazione in cui lo stimolo risulti allo stesso tempo incongruo e congruente.
Nella definizione di “banana”, la regola cognitiva individua un aspetto per il quale la risposta ha un suo senso, ma si tratta di una regola che è arbitrariamente presa dall’ambito matematico ed è quindi applicata impropriamente. La definizione, alla fine, resta sostanzialmente incongrua e, insieme, almeno per un aspetto, congruente.
Vediamo anche le parole “bicchiere blu”. Diamo per buono che a prima vista siano risultate incongrue. Il lettore potrebbe aver pensato a un semplice refuso. In questo caso c’è una temporanea percezione d’incongruità (“che c’entrano?”) che però viene subito dopo eliminata (“è un errore di stampa”). Successivamente si dice che si tratta di un esempio di incongruità. A questo punto, se il lettore lo intende come un esempio e basta (“ah, era solo un esempio”) l’elaborazione è conclusa, e l’incongruità sparisce. Se invece coglie l’elemento congruente (“è un esempio”) ma continua a percepirne anche l‘incongruità (“che razza di esempio!”) è possibile che la cosa gli risulti spiritosa.
Incongruità è congruenza formano, nella risposta finale una configurazione in equilibrio instabile. E in questo caso, e solo in questo caso, ciò corrisponde a un esito umoristico. Se infatti dovesse nettamente prevalere l‘incongruità (cioè lo stimolo continua a essere percepito come sostanzialmente incongruo) si avrebbe perplessità, confusione, addirittura senso di minaccia ecc.; se invece prevale la percezione di congruenza, in modo tale da annullare l’incongruità, lo stimolo risulta normale, sensato, e non si ha una ulteriore risposta, o comunque non una risposta umoristica.
La sorpresa elemento dell’umorismo
Parlando di meccanismi, la sorpresa è la molla che scatta. E comunemente identificata come uno dei componenti importanti dell’umorismo.
Per lo più è considerato a sé, ma è possibile e utile vederlo in relazione al concetto di incongruità. In effetti, incontrare uno stimolo incongruo corrisponde a percepire qualcosa che non ci si aspetta, e la sorpresa è la reazione conseguente. Il legame è quindi stretto.
Ma come non ogni stimolo incongruo è umoristico, così anche non ogni stimolo che suscita sorpresa è incongruo. Una porta che sbatte all’improvviso, un fulmine mentre il cielo è sereno possono cogliere di sorpresa ma, non risultando difformi da un modello cognitivo, non vengono percepiti come incongrui (non ce lo si aspetta proprio in quel momento, ma si sa che le porte possono sbattere all’ ‘improvviso e i fulmini cadere a ciel sereno).
La sorpresa corrisponde a una specifica reazione all’inatteso, in cui scatta una risposta di attenzione e di allertamento.
Ha delle mimiche tipiche, consistenti in bruschi movimenti del capo o del corpo, inclinazione del busto all’indietro, apertura della bocca, spalancamento degli occhi, repentino inarcamento o aggrottamento delle sopracciglia ecc., che suggeriscono il tipo di effetto che lo stimolo ha sul soggetto che colpisce.
È possibile che, all’origine dell’umanità, la reazione di sorpresa avesse una sostanziale valenza negativa, riconducibile a primordiali necessità di reagire con prontezza al non atteso e, per ciò stesso, potenzialmente minaccioso. In una realtà piena di insidie e pericoli il solo fatto di essere colti impreparati esponeva a una condizione di rischio.
La sorpresa poteva (e può) a sua
volta evolvere, a seconda di come si rivelava lo stimolo inatteso, in reazioni
diversificate, essenzialmente basate sullo schema fuga-attacco. Una tigre con
i denti a sciabola che comparisse improvvisamente nella foresta comportava con
probabilità una fuga. Un maiale selvatico poteva spingere a un comportamento
di caccia. Un animale mai visto, non evidentemente né pericoloso né facilmente
affrontabile, ma forse commestibile, poteva sollecitare a una condotta di cauta
esplorazione, per saggiarne le reazioni, vedere meglio se era dotato di zanne
e artigli acuminati ecc., e quindi stabilire se fuggire o cacciare.
E ci sono poi le situazioni in cui non solo l’evento è inatteso, e quindi sorprendente,
ma si rivela anche incongruo (repetita...: cioè difforme dall’ipotesi
di aspettativa, ovverosia dal modello cognitivo di riferimento attivato).
E in questo caso che la sorpresa si collega con la percezione congruità, costituendone la reazione di primo momento.
Dunque, la sorpresa è la prima fase di risposta all’inatteso: le risposte successive possono essere divario significato, a seconda di come si rivela e viene elaborato l’evento in questione; tra queste vi è quella umoristica.
Le molteplici possibilità di reazione a una situazione/stimolo Sorprendente si possono cogliere in questa storiella:
Il vecchio Luke vinse 50 000 dollari a una lotteria. La sua famiglia era incerta su come dirgli di questa grossa vincita per via delle cattive condizioni del suo cuore che temevano non reggesse alla notizia. Allora pensarono di chiedere al parroco, persona abile con le parole, di comunicarglielo lui. “Luke”, cominciò il parroco, “hai mai comprato biglietti delle lotterie?”. “Sì, ogni tanto”, rispose Luke. “E che cosa faresti se ti capitasse di vincere una grossa quantità di denaro, diciamo 50 000 dollari?” “Be’, di sicuro ne darei la metà alla chiesa!”. Il parroco cadde stecchito per un infarto.5
Tre sorprese, quella di Luke (per un evento positivo ipotizzato), quella del parroco (per un evento “troppo” positivo) e quella del lettore (sulla conclusione della storiella), con tre diverse reazioni: uno slancio di generosità, un infarto, un (più o meno consistente) divertimento umoristico.
“La sai l’ultima?”: la metacomunicazione
“Ti racconto una barzelletta.” Questa informazione non è solo un modo di iniziare. E anche, e soprattutto, un messaggio che comunica su un altro messaggio (la barzelletta). È cioè una metacomunicazione. La sua funzione principale è quella di orientare l’ascoltatore a predisporsi a una risposta umoristica. La metacomunicazione è un ingranaggio importante nei meccanismi dell’umorismo, una specie di prima ruota che fa girare (o blocca) le altre ruote e rotelle. Di fronte a un messaggio, infatti, la risposta tendenziale (di default, per dirla nel linguaggio dei computer), è quella di intendere le informazioni per quello che dicono, alla lettera e seriamente. “Ti racconto una barzelletta” è invece un messaggio che comunica: “Quello che sto per raccontarti non va preso alla lettera e sul serio”. La metacomunicazione ha un ruolo simile a quello di uno scambio ferroviario (altra analogia meccanica), che dirige il convoglio delle risposte del soggetto dal binario serio a quello dell’umorismo. Ha cioè il valore di un’indicazione, o una richiesta, ad attuare un’elaborazione umoristica del racconto/ barzelletta. Questo significa effettuare la serie di operazioni, descritte nel paragrafo precedente, tra cui in particolare:
a attendersi e individuare una conclusione incongrua;
b ricercare una regola cognitiva che trovi una risoluzione dell’incongruità;
c non cercare di risolvere l’incongruità completamente, eliminandola;
d mantenere l’equilibrio instabile tra percezione di incongruità e congruenza.
Quello che viene in sostanza richiesto è di sospendere parzialmente e temporaneamente il giudizio critico, che porterebbe a respingere l’illogicità della barzelletta, e accettare invece la particolare logica (allo stesso tempo logica e illogica) che governa il mondo dell’umorismo. A questa si accompagna un’altra dimensione importante dell’elaborazione umoristica, e cioè la sospensione delle regole “etiche”, il giudizio morale, come vedremo in seguito.
Di solito, che un messaggio vada inteso in modo umoristico è sufficientemente ovvio e chiaro per il soggetto che lo riceve, e la metacomunicazione interviene senza farsi notare, sotto il livello della consapevolezza. Il suo ruolo viene invece più in
evidenza proprio quando non è ovvio o chiaro. Si pensi, per esempio, a quando si dice una battuta, ma l’interlocutore reagisce modo serio. La frase: “Ma io dicevo per scherzo!” è una metacomunicazione enfatizzata che cerca di segnalare — dopo —quello che non è risultato efficacemente segnalato prima.
(tratto da: Giovannatonio Forabosco, “Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo”, Franco Muzio editore, pag. 21)
Indici esterni e interni dell’umorismo
Questa funzione metacomunicativa può essere svolta da numerosi tipi di indici, che sono esterni o interni al messaggio umoristico.
Un elenco di quelli “esterni” comprende:
1. espressioni facciali (e in genere tutto ciò che è non verbale): risolini, sorrisi, ammiccamenti, smorfie ecc. possono essere usate per preannunciare messaggi umoristici;
2. verbalizzazioni esplicite: appartengono a questa categoria le forme già citate: “Ma io dicevo per scherzo!”, “Questa è una battuta”; ma anche “Adesso ti racconto una barzelletta”, “La sai quella...?” “Hai visto il film di Totò. . . ?“ ecc.
3. la situazione sociale: se a una serata tra amici si va avanti tra lazzi e barzellette, la tendenza è di continuare a prendere le cose su questo tono;
4. la percezione (l’immagine) di chi parla: se è considerato una persona notoriamente spiritosa, si è inclini a interpretare quello che dice come probabilmente umoristico, prima di interpretarlo alla lettera e seriamente;
5. l’aspetto esteriore (vestiario ecc.): il prototipo è il clown del circo, il quale con il suo naso rosso e le enormi scarpe segnala che quello che dirà e farà intende provocare il riso, a dispetto della sua eventuale poetica tristezza in cuore.
Gli indici “interni” sono quelli legati alla struttura e al contenuto stesso del messaggio-stimolo. In molti casi non vi è necessità di indici esterni perché basta la presenza evidente di un’ incongruità nella parte finale di una breve narrazione a qualificarla come umoristica. Consideriamo un racconto come questo.
Superman sta volando sopra la città come fa di solito. A un certo punto passa sulla casa dove abita Wonder Woman. Con la sua vista a raggi X guarda attraverso il tetto e la vede distesa sul letto, nuda, che si contorce gemendo di piacere. Superman non ce la fa a trattenere il desiderio che lo assale e si fonda attraverso la finestra, si toglie la calzamaglia e si getta su di lei. Quando ha finito, chiede a Wonder Woman: “Sorpresa?”, e l’eroina risponde: “Sì, ma non tanto quanto l’Uomo Invisibile”.
Quante possibilità ci sono che venga inteso come un episodio reale? E un po’ più probabile che venga interpretato come non vero, non letterale, non serio; insomma una barzelletta.
Di solito anche semplici battute non narrative appaiono chiaramente tali anche sulla sola base del contenuto. Un’esagerazione spiritosa del tipo: “Faceva così caldo che mi sono bevuto 100 litri di birra gelata! “, può non essere particolarmente divertente, ma non viene di norma intesa come una dichiarazione da prendere seriamente, alla lettera. Se però l’affermazione è:
“Faceva così caldo che mi sono bevuto mezzo litro di birra gelata! “, può tranquillamente avere il senso di un’affermazione realistica.
Ma se prendiamo una dichiarazione del tipo: “Faceva così caldo che mi sono bevuto tre litri di birra gelata!”? Può non essere sufficiente l’indice interno (il contenuto) per stabilire se sto dicendo sul serio o scherzando. È possibile che occorrano altri indici, relativi per esempio alla nazionalità (un tedesco in vacanza a Rimini?), alle abitudini, al tono di voce ecc.
Se in molti casi l’incongruità si pone con evidenza, in altri non è immediatamente ricavabile dal testo. Vediamo due diversi casi. Si prenda il seguente racconto:
“Come è nato l’urlo di Tarzan? Un giorno Tarzan stava come sua abitudine volteggiando da una liana all’altra. A un certo punto vede la sua donna Jane che si dibatte nelle acque di un fiume mentre viene assalita da un coccodrillo. Tarzan, penzolando dalla liana le grida: “Presto Jane, attaccati, attaccati!” “Ma dove mi attacco?” strilla Jane. “Dove vuoi, dove vuoi!” Jane di slancio si attaccò, e così è nato l’urlo di Tarzan.”
La conclusione sembra non concludere niente, non pare fornire la spiegazione attesa. C’è un vuoto, un buco nella narrazione. E quindi, normalmente, un lettore difficilmente può non cogliere che c’è qualcosa che non va, qualcosa che resta da capire. Cioè è del tutto probabile che veda la conclusione come incongrua. Inoltre, il tipo stesso di narrazione, i personaggi, la situazione spingono decisamente a intenderla come un “‘incongruità umoristica”. Di conseguenza il lettore è indotto a ricercare la regola cognitiva, e così via umoristicamente elaborando. All’intelligenza e alla malizia del lettore (ne basta una dose moderata) individuare la regola, che è insieme linguistica e sessuale (già fatto?).
Si prenda invece un racconto di questo genere:
“Un giovane studente è andato a trascorrere una vacanza in un campo di nudisti. Al ritorno un suo amico gli domanda come è andata. Lo studente risponde: “Beh veramente il primo giorno è stato più imbarazzante”.
È un testo che può essere inteso come un resoconto di un’esperienza particolarmente stimolante per un giovane studente, sensibile alla sessualità, ma in termini piuttosto normali. Sarebbe piuttosto insolito, e curioso, che il lettore lo trovasse umoristico, e riuscisse anche a spiegarne il motivo (l’ampia soggettività dell’umorismo ammette comunque anche questa eventualità).
Modifichiamo ora la conclusione in questo modo:
“Beh veramente il primo giorno è stato più duro”.
In assenza di indici esterni, il testo potrebbe essere ancora inteso in senso letterale, come nel caso precedente in cui “duro” equivale a ‘‘imbarazzante” o ‘‘difficile’’. Se però si coglie che nell’espressione “il primo giorno è stato più duro” vi è una seconda possibile lettura (reazione di eccitazione sessuale) è del tutto probabile che venga a questo punto inteso come umoristico. E che ciò avvenga, dato che anche una semplice interpretazione letterale è plausibile, dipende dalla disposizione della persona a intravedere, o ricercare, secondi sensi.
Cosa che può anche non verificarsi, per poca attenzione, per inibizione, per scarsa consuetudine ad andare al di là dei significati letterali ecc.
Per alcune persone, anche la presenza di indici esterni, per esempio la premessa “Adesso ti racconto una barzelletta”, può non essere sufficiente a individuare l’esistenza di un’ incongruità. La domanda: “Cosa ci dovrebbe essere di strano (o da ridere)?” segnala di solito questa mancata identificazione dell’elemento incongruo.
E non trovare l’incongruità significa bloccare la risposta umoristica sul nascere.
La teoria degli script nell’umorismo
Una delle teorie formulate negli ultimi annidi maggior interesse è la “script theory”, o teoria dei copioni (copioni, nel senso di sceneggiature). Oltre che per la sua fertilità di ricerca, è il caso di citarla perché ha consistenti analogie con le analisi psicologiche basate sull’incongruità; tanto da essere stata anche confusa per una variante di queste. E invece una teoria, proposta dal linguista Victor Raskin, centrata sui meccanismi semantici. Cos ‘è uno script? Ogni parola che compare in un testo evoca un gran numero di altre parole. Così MEDICO richiama “laureato in medicina’’, ‘‘cura’’, ‘‘malattia’’, ‘‘visite’’ ecc., così come AMANTE richiama “sesso’’, “incontri segreti” ecc.
Lo script. la sceneggiatura, è l’insieme di queste voci che la parola data evoca. Ora, su questa base, per la script theory un testo è umoristico quando contempla le seguenti tre condizioni:
1. contiene 2 script parzialmente sovrapposti (cioè, il testo può essere interpretato, interamente o in parte, secondo due script differenti);
2. i due script devono essere in opposizione tra loro (l’uno deve essere incompatibile con l’altro, almeno rispetto al testo dato);
3. è presente un termine o un’espressione, nella battuta conclusiva, che fa scattare il passaggio da uno script all’altro.
Vediamo come questi tre punti si applicano all’esempio che è stato utilizzato da Raskin per illustrare la sua teoria:
“È in casa il dottore?”, chiede il paziente con voce bassa e rauca. “No”, sussurra la bella e giovane moglie del medico. “Entri pure.”
Sono presenti due copioni, MEDICO e AMANTE, che risultano in opposizione tra loro: uno è realistico rispetto alla situazione di un paziente che si reca dal medico, e l’altro no; uno non ha a che fare con il sesso, l’altro sì (le opposizioni dunque
sono REALISMO/NON REALISMO, SESSO/NON SESSO). Il copione MEDICO è richiamato dagli elementi “dottore”, “paziente”, “voce bassa e rauca”. La domanda del paziente che suona alla porta è del tutto naturale. E anche la risposta negativa lo è. L’aggiunta successiva invece è incoerente con il copione MEDICO (non c’è ragione che il paziente entri se il medico non c’è; così come non è del tutto adeguato che la moglie del dottore sussurri). Questa aggiunta fa scattare il passaggio a un altro copione, alternativo, che è quello di una situazione di un incontro tra amanti. Con questo copione sono coerenti gli elementi “moglie bella e giovane”, il sussurrare e l’invito a entrare.
È interessante notare come la sovrapposizione e l’opposizione degli script enunciati dalla teoria possano essere riletti in termini di analisi informazionale legata al concetto di incongruità. La frase “Entri pure” è incongrua rispetto al modello cognitivo evocato fino a quel punto (MEDICO) e la regola cognitiva che la risolve è legata alla possibilità di interpretarla come passaggio al modello cognitivo AMANTE. Gli elementi di affinità tra teoria dell’ ‘incongruità e script theory non devono però far sottostimare le differenze, che sono disciplinari e di tipo di analisi. Differenze che in realtà consentono di gettare luce su aspetti diversi e illuminare in modo più efficace lo stesso fenomeno. Le diversità possono, con approssimazione, essere così sintetizzate: la script theory usa strumenti semantici e pone l’attenzione sul testo; la teoria dell’ incongruità usa mezzi dell’indagine cognitiva e si focalizza sull’elaborazione che del testo fa il soggetto.
Sesso a colazione: l’aspetto dinamico dell’umorismo
Abbiamo fin qui visto l’aspetto cognitivo, e in particolare come vengono elaborate le informazioni e in quali condizioni.
Se ci si interroga però su come si produce il piacere umoristico (il divertimento), quali sono le fonti che lo alimentano, occorre valutare non solo come le informazioni vengono organizzate ma anche che cosa comportano da un punto di vista emotivo, affettivo e motivazionale. Si tratta cioè di esaminare anche quello che, globalmente, viene indicato come l’aspetto dinamico.
Una prima fonte è legata allo stesso aspetto cognitivo. L’elaborazione delle informazioni di un messaggio umoristico, infatti, può richiedere l’individuazione di relazioni insolite, lo scioglimento di enigmi, la scoperta di trucchi logici e linguistici ecc., cioè tutte quelle operazioni che abbiamo visto legate alla percezione di incongruità e al problem solving. Soprattutto i cosiddetti teorici della motivazione intrinseca hanno messo in evidenza come in queste operazioni si produca un forma di piacere che è generata dall’ ‘esercizio delle proprie risorse intellettive. Risolvere un rebus è un’attività autoremunerativa, che per essere effettuata non ha bisogno di approvazioni altrui, di complimenti, o di pagamento. Trovare, in una barzelletta, la regola cognitiva è appagante, e piacevole, per sé. Il piacere legato all’aspetto cognitivo come piacere di affrontare e superare una “sfida cognitiva”. In una ricerca sono state sottoposte a bambini dai 6 ai 10 anni delle barzellette graduate secondo una difficoltà di comprensione crescente. Il risultato è stato che le barzellette che i bambini trovavano più divertenti erano quelle con un livello piuttosto elevato di difficoltà, cioè quelle che ponevano un ‘apprezzabile sfida cognitiva.
Il contenuto
Un numero virtualmente senza limite di fonti di piacere è legato al contenuto del messaggio umoristico e a quello che significa per il soggetto.
Tra gli elementi di contenuto, l’attenzione forse maggiore, soprattutto per l’influenza esercitata da Freud, è stata dedicata a quelli sessuali e aggressivi. Ma anche altri aspetti sono stati oggetto di riflessione e di ricerca. Ne esaminiamo alcuni che si sono rivelati particolarmente rilevanti.
L’aggressività
Il commediografo Bernard Shaw mandò a Churchill un biglietto per la prima di una delle sue commedie con una nota: “Avrei piacere di vederla tra il pubblico”. Churchill restituì il biglietto con un messaggio: “Mi dispiace di non poter partecipare alla prima. Verrò volentieri a una replica, se ce ne sarà una”. Bernard Shaw gli mandò allora due biglietti per un’altra serata scrivendo: “Avrei piacere che venisse a teatro accompagnato da un amico, se ne ha uno”.
La ritorsione di Shaw può consentire di sentirsi “aggressivi” per interposta persona e trarre piacere dalla sensazione di aver messo al suo posto il poco delicato Churchill.
Il rapporto tra aggressività e umorismo è stato infatti indagato in vari esperimenti.
(tratto da: Giovannatonio Forabosco, “Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo”, Franco Muzio editore, pag. 29)
Come si può descrivere il senso dell’umorismo?
Un senso molto diffuso in cui viene inteso il senso dell’umorismo è quello che lo fa corrispondere alle preferenze, cioè a quale tipo di umorismo la persona è sensibile, quali stimoli la divertono di più. C’è chi ama le battute raffinate, ed è ritenuto avere un senso dell’umorismo sofisticato. C’è chi si diverte con barzellette grevi di sesso, e si vede quindi attribuire un senso dell’umorismo grossolano. “Mi piacciono le barzellette sui carabinieri”; “Mi diverto un sacco con le battute demenziali”; “Amo vedere e rivedere le vecchie comiche di Stanlio e Ollio”; “Adoro i film del primo Woody Allen”: sono affermazioni che vengono spesso considerate come altrettanti indicatori del senso dell’umorismo di una persona.
Le preferenze costituiscono però solo un aspetto del senso dell’umorismo.
In realtà, si tratta di un composto di più elementi. Vale infatti la domanda:
“Possiamo addirittura parlare di qualcosa come il “senso dell’umorismo”, o vi sono coinvolti più sensi? Quando ci riferiamo al senso dello humor di una persona possiamo intendere parecchie cose distinte e differenti. Possiamo intendere che una persona con un buon senso dello humor ride alle stesse cose per cui noi ridiamo: questo è il senso conformista del termine. Oppure possiamo intendere che ride moltissimo e si diverte facilmente: questo è il senso quantitativo. Oppure possiamo intendere che è la vita e l’anima della festa, racconta storie spiritose e fa divertire la gente: questo è il senso produttivo.”
D’altro canto sono state individuate due dimensioni fondamentali dell’umorismo: la capacità di apprezzarlo e la capacità di crearlo.
Queste due capacità sono naturalmente correlate in vario modo, ma sono anche differenti... La creatività umoristica si riferisce alla capacità di percepire delle relazioni tra persone, cose o idee in modo incongruo, insieme con la capacità di comunicare questa percezione ad altri... L’apprezzamento umoristico si riferisce alla capacità di comprendere e trarre piacere dai messaggi che comportano creatività umoristica, così come da situazioni che sono incongrue ma non minacciose
Victor Raskin, da linguista, ha detto cose tra le più interessanti sulla psicologia del senso dell’umorismo, da lui descritto come “la capacità di percepire, interpretare e godere l’umorismo
Nota Raskin che le differenze nelle risposte che le persone danno agli stimoli umoristici possono essere notevoli. Ci sono persone con il senso dell’umorismo, che reagiscono a stimoli divertenti più spesso, più facilmente e con maggiore intensità; persone che vanno frequentemente alla ricerca di stimoli di questo genere, che ne ricavano un piacere più forte, che cercano di generare loro stesse questo tipo di stimoli, e sono spesso socialmente apprezzate. Ci sono poi altre persone, senza il senso dell’umorismo, che presentano le caratteristiche contrarie; non reagiscono a stimoli divertenti prontamente, frequentemente e intensamente. Ma anche per loro, secondo Raskin, ci sono stimoli che trovano umoristici e reagiscono ridendo esattamente secondo gli stessi meccanismi; solo sembra che le cose che risultano divertenti sono in numero minore o sono diverse. Questo sta a indicare che, come per il linguaggio, la logica ecc. non sarebbe la competenza (competence) a differenziare chi ha e chi non ha il senso dell’umorismo, ma l’applicazione della competenza, cioè la prestazione (performance).
Per Raskin, gli aspetti che compongono lo sfaccettato concetto del senso dell’umorismo sono:
1. quello cognitivo, legato, in base alla sua Teoria degli Script, alla capacità di individuare gli script compatibili con il testo e a cogliere le opposizioni rilevanti;
2. l’aspetto comunicativo, riguardante la capacità a) di riconoscere le diverse modalità di comunicazione (l’esposizione realistica di fatti, il mentire, lo scherzare, l’oratoria ecc.), b) di saperle usare nei modi e nelle occasioni appropriate, e) di riconoscerle quando sono usate da altri;
3. l’aspetto dell’esperienza, che riguarda l’avere disponibili degli script (o dei modelli cognitivi) e la familiarità con le tecniche e le formule proprie dell’umorismo.
Questi tre aspetti, interrelati tra loro, formano la “competenza” umoristica. Legato invece alla “prestazione” è il quarto aspetto, indicato come “volizionale”. Questo riguarda la “decisione” di attivare o meno una risposta di divertimento a un dato materiale umoristico. Due persone possono riconoscere una barzelletta come tale (e quindi avere lo stesso senso dell’umorismo in termini di competenza) ma una si diverte e l’altra no. Questo può dipendere, osserva Raskin, dal fatto che questa seconda “decide”, per esempio, che non è opportuno ridere per l’argomento toccato dalla barzelletta (antirazziale, cinico ecc.). La posizione di Raskin è quindi, in sostanza, per una universalità del senso dell’umorismo come competenza e per una differenzialità come prestazione.
Due precisazioni vanno aggiunte:
1. tutti hanno potenzialmente la competenza del senso dell’umorismo; questa però: a) può essere posseduta in grado diverso (per esempio, per una maggiore o minore disponibilità di script e di opposizioni, o una diversa conoscenza delle tecniche umoristiche); b) può essere compromessa in vari modi, per esempio, per disturbi di pensiero (come stati deliranti) o di linguaggio;
2. l’aspetto “volizionale” non va inteso come un intervento deliberato e consapevole su cosa può o deve far divertire; questo può anche verificarsi (come quando si reprime una risata che sta per venire), ma più spesso la selezione avviene in modo non intenzionale e inconsapevole, in base a una disposizione (il “gusto”) della persona: di solito non si decide che una barzelletta non è di buon gusto e non fa ridere; la si “trova” o non la si trova di buon gusto e divertente.
Una mappa del senso dell’umorismo
Raccogliendo, e organizzando, le varie indicazioni proposte sul senso dell’umorismo, una sintesi mette innanzitutto in evidenza la sua natura di “caratteristica” di personalità, in cui si intreccia un elevato numero di altre caratteristiche: il senso dell’umorismo è un nodo in una rete di tratti di personalità.
Questa caratteristica corrisponde a una disposizione, a una capacità potenziale di sperimentare l’umorismo (competenza) che può essere o non essere messa in atto in una prestazione (performance).
Si tratta di una capacità che è l’insieme, o il composto, di varie
capacità più specifiche. Le quali formano un elenco articolato,
e aperto, che include:
1. la capacità di percepire uno stimolo, messaggio o situazione come umoristici;
2. la capacità di comprenderli;
3. la capacità di apprezzarne e goderne le qualità umoristiche;
4. la capacità di produrre umorismo (aspetto creativo);
5. la capacità di riprodurre o proporre umorismo: riguarda il soggetto che riproduce materiale umoristico (cioè propone qualcosa di già prodotto, non inventa ma racconta barzellette);
6. la capacità di condividere l’umorismo (l’aspetto “conformista” di Eysenck ne costituisce una componente);
7. la capacità di utilizzare le prerogative dell’umorismo.
8. la capacità di astenersi dall’umorismo (cioè il senso dell’umorismo come senso dell’opportunità);
9. la capacità di potenziare il senso dell’umorismo;
10. la capacità di incuriosirsi sulla natura e le caratteristiche dell’umorismo e del senso dell’umorismo: a essa sono dedicate queste pagine. Corrisponde a un interesse che probabilmente chi lo scrive e chi lo sta leggendo hanno in comune.
Divertirsi. Ovvero: rispondere all’umorismo con umorismo
Quattro persone ascoltano la stessa battuta:
“La più originale scusa che abbia mai sentito è di quella impiegata che diceva di essere arrivata tardi in ufficio perché era stata seguita da un uomo che camminava molto lentamente.”
La prima persona non si diverte, la seconda si diverte un po’, la terza si diverte moltissimo, la quarta si indigna.
Medesimo stimolo, reazioni diverse. Da che cosa dipendono queste differenze?
Alla ricerca di una risposta indaghiamo tre principi base che regolano il senso dell’umorismo, e che nelle quattro persone in questione lo regolano in maniera diversa.
Sono il principio della Padronanza, il principio della Salienza, il principio della Sintonia.
“Tutto sotto controllo”: il principio della padronanza
Nel capitolo sui meccanismi abbiamo visto come il processo umoristico consista in una particolare elaborazione di informazioni (aspetto cognitivo) legate allo stimolo/messaggio, e il significato emotivo, affettivo motivazionale che questo può
avere per il soggetto (aspetto dinamico). Abbiamo visto anche l’importanza e il ruolo degli aspetti relazionali.
Una prima condizione importante perché il soggetto risponda con divertimento è se è o meno in grado di esercitare una padronanza su questi aspetti.
“Non l’ho capita”: la padronanza cognitiva
Per arrivare al divertimento, al soggetto è richiesto di compiere vari passi nel percorso e nell ‘organizzazione delle informazioni, anche nel breve spazio di una barzelletta. Prima di tutto deve riuscire a percepire che si tratta di uno stimolo umoristico. Non è detto che debba avvenire subito, all’inizio; ma è necessario che avvenga prima che il processo si esaurisca. In questo è cruciale il ruolo della metacomunicazione. La padronanza di questo tipo di comunicazione non è scontata e può avere gradi diversi. Alcune persone sviluppano una capacità di cogliere segnali metacomunicativi di umorismo anche tenui, mentre ad altre sfuggono segnali vistosi. A rischio di vischiose incomprensioni:
“Due amici giocano in doppio a tennis. Uno sbaglia una palla
facile. Il compagno gli dice “bravo!
— Perché mi hai detto bravo se ho sbagliato?
— Ti ho detto bravo ma non volevo dire bravo.
— E cosa volevi dire?
— Volevo dire che eri stato un salame.
— Allora perché non mi hai detto salame?
— Perché non ti volevo insultare.
— Però volevi dire salame?
— Sì, ma senza insultarti.
— E allora perché mi hai detto bravo se non era vero.
— Ma te l’ho detto ridendo.
— E perché ridevi se avevo sbagliato?”
È uno scambio demenziale, improbabile, ma non impossibile.
La padronanza cognitiva richiede inoltre che il soggetto riesca a compiere tutti i passi che abbiamo visto comporre l’elaborazione cognitiva dello stimolo: identificare I ‘incongruità, risolverla (trovando la regola cognitiva o cogliendo l’elemento di congruenza), non ricercare la completa risoluzione (ed eliminazione) dell’ incongruità, riuscire a mantenere l’equilibrio instabile nella percezione finale di incongruità e congruenza. Esposta in questo modo suona come un’ardua gimcana informazionale. Che però viene, dai più e per lo più, compiuta con la disinvoltura con cui cammina un millepiedi. Ma che per alcuni presenta difficoltà e inceppamenti.
Come succede quando il mancato divertimento è espresso dalla dichiarazione: “Non l’ho capita”.
Questa affermazione può essere ritradotta in vari modi, che danno un indizio di dov’è il guasto, ovvero dov’è che qualcosa non funziona:
1. “Non ho capito che si trattava di una barzelletta” = metacomunicazione difettosa. Nell’esempio dell’impiegata ritardataria, la persona che non si diverte potrebbe non aver capito che era una battuta, e, per quanto poco plausibile, potrebbe averlo effettivamente intesa come una scusa originale, e funzionante.
2. “Non ho capito cosa c’è di strano” = non è stata percepita l’incongruità. La persona può aver capito, magari da indici esterni, che si tratta di una battuta, ma non riesce a cogliere dov ‘è“il punto”, ovvero che se si è seguiti da qualcuno che cammina lentamente non si è “costretti” a camminare lentamente; lo si può distanziare, risparmiarsi di essere importunata e arrivare puntuale.
3. “Non ho capito che senso ha” = mancata individuazione della regola cognitiva; la quale insinua che, forse, l’impiegata non voleva affatto evitare di essere importunata.
4. “E allora, che c’è di strano?” (detto dopo qualche tempo dalla fine) = la regola cognitiva ha eliminato del tutto l’incongruità; è quello che avviene se alla persona sembra sufficientemente normale che se si viene seguiti, e questo non dispiace, si sia disposti a rallentare per favorire la cosa; e quindi diventa pure conseguente e naturale arrivare in ritardo.
5. “Ma è una cosa assurda!” = la regola cognitiva non ha bilanciato l’incongruità; l’illogicità del comportamento non è reso abbastanza logico dalla regola cognitiva: una donna può anche avere piacere a essere seguita, ma non fino al punto da rallentare! E comunque non lo si può raccontare come giustificazione del ritardo!
Il caso più semplice e generale è quello in cui la non comprensione è dovuta alla mancanza delle risorse linguistiche o i riferimenti informativi necessari.
« Quelle est la différence entre l’homme et la femme? La différence entres. »
Per capirla non è sufficiente la sola conoscenza delle singole parole in francese; occorre avere anche l’informazione linguistica (peraltro piuttosto semplice) dell’equivalenza fonetica di entre = tra e entres = entra.
La difficoltà linguistica può interessare anche espressioni della propria madre lingua, specie se di uso raro o settoriale.
Più spesso questo riguarda però la disponibilità di informazioni (o in genere di conoscenze) necessarie per l’individuazione dell’incongruità e la sua risoluzione.
“Lei è Rogeriano?”
“Vuol sapere se sono Rogeriano...”
“Sì, proprio così!”
“Ciò la interessa...”
“Sì, certamente”
“Sì, deve essere importante per lei”
“Bene, volevo soltanto sapere...”
“Hhmm!!“
“Lei È rogeriano!”
Questo scambio può essere capito, o per lo meno capito più a pieno, se si sa che Rogers è il fondatore della terapia centrata sul cliente, in cui uno dei principi è l’evitare risposte dirette al cliente/paziente. Un aspetto che viene spesso attribuito a tutti i trattamenti di tipo psicoanalitico con la (vecchia) battuta:
“Paziente: “Perché risponde sempre alle mie domande con una domanda?”.
Psicoanalista: “Perché mi fa questa domanda?”.”
Caso particolare e notevole è quello delle cosiddette “battute private” (private jokes) in cui le informazioni necessarie sono condivise solo da un ristretto numero di persone, e gli altri sono tagliati fuori dalla possibilità di capire “cosa c’è da ridere”.
La situazione estrema in questo senso è quella in cui è una sola persona che possiede tutti gli elementi per valutare un evento come humor.
“Parlare di corda in casa dell’impiccato”: la padronanza dinamica
Qualcuno comincia a raccontare una barzelletta:
“Ci sono due gay che entrano in un bar e trovano un negro...”
Tra i presenti, ci sono due omosessuali. Uno, già alle prime parole, si irrigidisce, avverte un senso di disagio, un imbarazzo crescente. Aspetta con affanno che il racconto finisca, e quando arriva la battuta finale fa una risatina molto sforzata e artificiosa. L’altro è disteso, tranquillo, segue la barzelletta con curiosità. Alla fine ride di cuore.
Come mai questa differenza? Tutti e due hanno capito bene la battuta, hanno cioè esercitato una adeguata padronanza cognitiva. Quello che c’è stato di diverso è dipeso da una diversa padronanza dinamica. Il primo vive il suo stato di omosessuale in maniera molto conflittuale, con un senso di colpa e di vergogna, con il bisogno di tenerlo nascosto e la paura costante di essere scoperto. Da qui, una vulnerabilità emotiva che la barzelletta colpisce in modo critico e non gli consente di padroneggiare il coinvolgimento che l’argomento comporta. Il secondo vive una condizione di serenità, di equilibrio rispetto al suo essere omosessuale; in passato questo gli aveva causato turbamento e problemi, ma ora lo sente come il suo modo di essere, riconosciuto e accettato. Il contenuto della barzelletta quindi non lo disturba e lo può emotivamente padroneggiare con senso di sicurezza.
Caratteristica dell’umorismo è riuscire a trasformare fonti di dispiacere in fonti di piacere: l’ansia, la paura, l’inibizione ecc., diventano altrettanti generatori di divertimento. A condizione però che il soggetto sia in grado di esercitare una sufficiente padronanza su questi significati dinamici dello stimolo umoristico. Una persona che non tollera minimamente dentro di sé gli impulsi aggressivi è possibile che si senta a disagio con una barzelletta che esprime una forte aggressività. Chi sente la sessualità come un argomento da non toccare in nessun modo e a nessun costo, arrossirà e si sentirà imbarazzato se si trova in una situazione in cui non può evitare di ascoltare una barzelletta sessuale. Se l’argomento delle esecuzioni capitali suscita sentimenti di forte pena, non solo non ci si divertirà con una battuta sui condannati a morte, ma è possibile che la persona ci stia male.
Questo stato di cose è stato descritto parlando di un effetto “a doppio taglio” dell’umorismo. L’umorismo trasforma in positivo un potenziale sentimento negativo. Ma se il processo non funziona l’esito potrà non essere solo l’assenza di divertimento ma una reazione spiacevole: invece di ridere, l’imbarazzo, per esempio.
La padronanza dinamica può riguardare aree ampie, come la sessualità in generale, o settori particolari, argomenti specifici. Una persona può padroneggiare con facilità la sessualità in genere, ma non quando chiama in causa particolare categorie o eventi (bambini, religiosi, violenza ecc.); o temi per cui ha qualche fatto di esperienza che lo colpisce problematicamente.
Il concetto di padronanza riguarda non solo i contenuti ma anche altri aspetti del processo umoristico. Per divertirsi occorre potersi permettere di assumere un atteggiamento mentale di gioco.
Occorre che la persona sia in grado di “tornare bambina” a giocare con le parole e con i contenuti come biglie di vetro, che si tirano, cozzano, schizzano e vanno in buca; a “prendersi gioco” di regole e codici, costruendone di fittizie e inventandosi mondi alternativi (“facciamo che noi eravamo...”) e sentendo tutto questo come innocuo e senza conseguenze. Occorre, secondo una formulazione psicoanalitica, poter realizzare una “regressione al servizio dell’Io”, in cui si è e si resta adulti, ma si può giocare come bambini; il che aiuta a essere adulti funzionanti, e capaci di sperimentare piacere.
Il non arrivare a una risata sentita e divertita può dunque essere visto come un limite alla capacità di esercitare la padronanza dinamica del contenuto e del processo umoristico. Ma può anche essere visto, o sentito, come una “scelta” della persona, in cui l’aspetto decisionale (“volizionale”) ha un ruolo determinante. È il caso in cui una persona, coerentemente con i suoi principi e le sue convinzioni, si pone in modo critico verso un determinato contenuto di battute che non solo non la divertiranno ma che possono provocare una reazione risentita e disapprovante. Possiamo, per esempio, ipotizzare che, nel caso della battuta sull’impiegata ritardataria la persona (più probabilmente donna) che s’indigna rifiuti l’immagine evocata della donna che deve far mostra di lamentarsi delle attenzioni maschili ma che in realtà ne ha piacere. Una sostenitrice convinta della negatività di certi stereotipi “maschilisti” potrebbe trovare la battuta lesiva della dignità femminile, e reagire di conseguenza.
Fino a che punto questo esprima una posizione determinata e sicura (“non bisogna scherzare su queste cose”) o una latente insicurezza (“ho paura di scherzare su queste cose”) può essere oggetto di discussione. L’indignarsi può significare il voler proteggere un valore, ma anche un arroccamento difensivo. “E una battuta maschilista idiota!”può essere un attacco per coprire un proprio lato debole o il colpo di fucile in una battaglia per i diritti della donna. Può indicare una mancata padronanza oppure l’affermazione di una padronanza altra.
La padronanza è com’è la persona. Vi sono comunque alcune condizioni che possono accrescerla. Sono, per esempio, le condizioni in cui è favorito l’aspetto regressivo e si ha un abbassamento delle inibizioni, individuali e sociali, come quello delle situazioni conviviali, in cui si combina l’effetto disinibitore degli alcolici con la “solidarietà” trasgressiva del gruppo. Ed è più facile ridere di cose che altrimenti darebbero qualche imbarazzo.
Il gioco delle tre carte: la padronanza cognitivo-dinamica
In un salotto, un intrattenitore racconta una barzelletta a contenuto sessuale. La padrona di casa, che desidera passare per una signora schiva e pudica, non riesce però a trattenersi e scoppia a ridere vistosamente. Dopo di che si ricompone e prontamente aggiunge: “Non l’ho mica capita!”.
L’elaborazione cognitiva è compiuta, quella dinamica anche. Segue risata. Ma a quel punto interviene un’altra “elaborazione cognitiva” (“Una signora non ride di queste cose”) e viene meno la padronanza dinamica (“non dovevo ridere”). La negazione finale è un maldestro tentativo di recupero.
L’aneddoto illustra un caso abbastanza complesso di interazione tra aspetti cognitivi e dinamici in termini di padronanza.
È un’interazione importante per il funzionamento dell’umorismo.
Freud sottolineava come lo spostamento dell’attenzione dai contenuti tendenziosi a quelli che indichiamo come cognitivi era un fattore chiave per permettere l’aggiramento della censura. Un’immagine che mi è stata una volta usata per rendere questa idea è stata quella del gioco delle tre carte, che tanto più riesce quanto più il manipolatore riesce ad attrarre l’attenzione su una carta mentre sposta le altre, confondendo e turlupinando il “giocatore”. In questo caso il giocatore/giocato è la censura e il manipolatore è il soggetto che esercita la sua padronanza cognitivo-dinamica.
In un esperimento è stato evidenziato cosa succede in questo gioco. Sono stati studiati gli effetti di una situazione in cui, invece della distrazione, si aveva un richiamo dell’attenzione sul contenuto aggressivo di alcuni cartoon. I cartoon erano suddivisi in tre livelli di aggressività (bassa, media e alta). Ai soggetti era richiesto di giudicare quanto i cartoon erano divertenti in due condizioni diverse, cioè prima e dopo che venisse chiesto loro di spiegare “cosa era che li rendeva divertenti”. Per i cartoon altamente aggressivi, i punteggi assegnati dopo aver dato la spiegazione risultavano significativamente più bassi. Quello che si ricava da questo esperimento è che mentre con stimoli a bassa e media aggressività il rivolgere l’attenzione al carattere aggressivo del contenuto — e quindi l’aumentata consapevolezza circa tale carattere — non modificava la “padronanza” dinamica del soggetto, con stimoli ad alta aggressività la maggiore consapevolezza riduceva la padronanza. Quanto più forte è il valore trasgressivo del contenuto, tanto più rilevante appare essere l’elemento distraente per consentire la padronanza e quindi l’effetto umoristico.
In questa interazione l’aspetto cognitivo (il richiamo di attenzione mediante la richiesta di spiegazione) influenza la padronanza dinamica. Ma si verifica anche l’inverso. Questo risulta per esempio nei casi in cui sono caratteristiche dinamiche della personalità a incidere sull’elaborazione cognitiva.
Tra i motivi della mancata comprensione di materiale umoristico è stato osservato, per esempio, come un ruolo negativo sia svolto dalla rigidità, intesa come atteggiamento chiuso, dogmatico.
Una ricerca ha mostrato che in una piccola città erano numerosi i cittadini, particolarmente inclini al pregiudizio e allo stereotipo, che non capivano in maniera adeguata o fraintendevano i fumetti, e questo mise in crisi una diffusa credenza circa il fatto che questo tipo di comunicazione fosse di immediata e agevole comprensione per chiunque.
Vari studi sul rapporto tra comprensione di fumetti e pregiudizio hanno portato a due principali conclusioni:”
1. le persone dogmatiche, cioè legate in maniera rigida a determinati convincimenti, evitano di esporsi a messaggi, compresi quelli di tipo umoristico, che vadano contro il pregiudizio;
2. se avviene di trovarsi di fronte a materiale che va contro i propri pregiudizi, una difesa frequente è quella di “non capire il messaggio”, cioè di porre un’attenzione distratta o distorta, per cui quello che il cartoon cerca di esprimere non viene inteso e quindi viene evitata la dissonanza.
Del resto, una persona è dogmatica perché ha caratteristiche di personalità scarsamente elastiche nei riguardi di quello che è incongruo rispetto ai propri modelli cognitivi, e rispetto alla gestione di contenuti che possono suscitare emozioni e affetti negativi. Il dogmatismo risponde al bisogno di avere punti di riferimento molto fermi per non incorrere in crisi di sicurezza. La persona dogmatica ha difficoltà ad accettare l’instabilità tra il certo e l’incerto, il fare i conti con il dubbio, l’ambiguità ecc. Ne deriva che, essendo invece il senso dell’umorismo fondato proprio su questi elementi, le limitazioni per il dogmatico non riguardano solo i contenuti — di cosa si diverte — ma il fatto stesso di aver facilità e pienezza di divertimento.
La rigidità chiude alla comprensione e sfavorisce l’umorismo. Chi è rigido presenta un restringimento delle possibilità espressive, un impoverimento del pensiero, del sentimento e del comportamento. Questo implica che la personalità rigida si correla non solo a una minore comprensione e valorizzazione dell’umorismo ma, quando anche accede all’umorismo, tenderà a recepirlo ed esprimerlo in termini più monocordi, su più limitate lunghezze d’onda.
Restare legati a schemi mentali in modo pedissequo (“seguendo i piedi”, senza fantasia ed elasticità) non è probabilmente il modo più proficuo, e sicuramente non è il più godibile, per aggirarsi nei paesaggi mossi e colorati dell’esistenza.
“Il mio dente mi fa più male del tuo”: il principio della salienza
Se ci si trova a parlare di automobili, una barzelletta che abbia come argomento le automobili è probabile che risulti più divertente di una barzelletta con un altro argomento. È quello che è emerso in un esperimento: venivano fatte vedere sei fotografie di automobili e veniva chiesto di valutarle su una scala di 7 punti di “attrattiva e valore estetico”. Questo serviva a depistare i soggetti rispetto al vero scopo della prova e a far soffermare l’attenzione su ciascuna fotografia. Dopo venivano mostrati dei cartoon che avevano a che fare con automobili o con scene aggressive, di violenza fisica, e veniva chiesto di valutarli secondo una scala di divertimento. Le valutazioni sono risultate più alte per i cartoon automobilistici.
Secondo i ricercatori era avvenuto che le fotografie avevano reso saliente (attuale e “in rilievo”) il tema delle automobili. La spiegazione di questo fenomeno è stata attribuita al formarsi di un insieme cognitivo relativo al tema, che consente ai soggetti un’elaborazione più facile degli stimoli umoristici. Questo corrisponde a osservazioni che sono state effettuate anche in altre ricerche, in cui si è visto che l’esposizione a un dato contenuto, sia mediante fotografie che testi, rende più agevole il trattamento di tipi corrispondenti di informazioni. La maggiore facilità e prontezza di elaborazione risulta positivamente correlata alla comprensione e all’apprezzamento di umorismo. Quest’ultima considerazione sembrerebbe contrastare con il principio della “sfida cognitiva”, in cui risultava che gli stimoli più apprezzati erano quelli che presentavano una certa difficoltà. In realtà, il contrasto è solo apparente perché, come si è sottolineato parlando di “padronanza cognitiva”, se il soggetto trae piacere dalla “sfida”, deve però poterla padroneggiare agevolmente.
Il principio della salienza inizialmente era stato legato ai soli aspetti cognitivi; si era anche ipotizzato che potesse rendere superflue spiegazioni basate sulle “motivazioni” del soggetto. In seguito è stato invece esteso anche agli aspetti dinamici. I risultati di varie ricerche concorrono a mostrare che quanto più un determinato contenuto è dinamicamente saliente (attuale e rilevante) per il soggetto, tanto più lo stimolo tenderà a produrre divertimento. Se si ha motivo di essere arrabbiati, aggressivi con la suocera, anche una battuta di una certa banalità come “Il serpente che ha morso mia suocera è morto avvelenato” può arrivare a far ridere, O chi ha una moglie che trova pretesti continui per non rispettare i “doveri coniugali”, potrebbe trovare più divertente di altri una barzelletta come la seguente:
“Una sera il marito si avvicina alla moglie cercando di farle
capire che vorrebbe avere un rapporto sessuale. La moglie però
si lamenta che ha mal di testa e non se ne fa niente. La sera dopo nuovamente il marito ci riprova e la moglie si lamenta che ha mal di testa. La terza sera, lo stesso. La quarta sera, il marito ci riprova ancora. Questa volta la moglie si arrabbia: “Ma insomma, tutte le sere, tutte le sere! Sei proprio un maniaco sessuale!”.”
Il principio della salienza riguarda, in sostanza, quanto per un dato soggetto un argomento è attuale e significativo. Quanto è presente alla sua attenzione (aspetto cognitivo) e quanto lo coinvolge e tocca aree motivazionali, emotive e affettive sensibili (aspetto dinamico).
In questo senso, è interpretabile sulla base del principio della salienza quanto è stato riportato in una serie di esperimenti.
Soggetti sottoposti a una lunga e immotivata attesa, e quindi “caricati” di aggressività, mostravano di trovare più divertenti barzellette a contenuto aggressivo (saliente rispetto allo stato emozionale di rabbia); mentre soggetti a cui erano state fatte vedere fotografie di nudi mostravano maggior divertimento con barzellette sessuali.
“Forte e chiaro”: il principio della sintonia
È strettamente legato a quelli della padronanza e della salienza, e ne indica riassuntivamente le modalità più favorevoli di funzionamento.
Per usare una metafora presa dalle trasmissioni radio, si può osservare che il principio di padronanza dice se le onde vengono ricevute e il segnale è decodificato adeguatamente (cioè se l’apparecchio funziona); mentre il principio della salienza dice con che forza il segnale viene ricevuto. Il principio della sintonia descrive invece le condizioni in cui il segnale viene ricevuto al meglio, forte e chiaro.
In generale, la miglior sintonia tra stimolo umoristico e soggetto ricevente/rispondente si ha quando le frequenze emesse dallo stimolo sono in corrispondenza della “fascia” medio-alta della gamma di ricezione del soggetto. Fuor di metafora, questo equivale a dire che la situazione più favorevole si pone quando lo stimolo ha un impatto cognitivo-dinamico elevato, ma non eccessivamente.
Il concetto di “sfida cognitiva” rappresenta un esempio notevole di questo principio: lo stimolo non deve essere troppo facile né troppo difficile. La sintonicità è più efficiente quando lo stimolo, rispetto alle capacità e caratteristiche cognitive del soggetto, risulta moderatamente difficile. Il medesimo principio risulta valere anche per gli aspetti di contenuto. Essere indifferenti alle suocere, o alla questione dei rapporti coniugali, alle esecuzioni capitali, alle automobili ecc. riduce il potenziale grado di divertimento con barzellette che tocchino questi argomenti. D’altro canto, un coinvolgimento fortemente problematico può ugualmente ridurre, o impedire, il divertimento. Un argomento che suscita in un dato soggetto un po’ di ansia alimenta il divertimento. Molta ansia lo impedisce. Una salienza forte, ma non eccessiva, dà più “sapore”, rende più gustosa la barzelletta. Se e eccessiva, si può andare fuori sintonia, e il processo non funziona.
Il metasenso dell’umorismo
L’essere sintonici riguarda il ritrovarsi o meno sulla medesima lunghezza d’onda di un determinato stimolo.
Si può però parlare di una sintonicità più generale, che riguarda l’umorismo in quanto tale. Per molti l’umorismo è un fenomeno in positiva consonanza con la propria visione delle cose. E sentito come una modalità opportuna e ricercata di migliorare la qualità della vita. Alcuni invece vedono I’umorismo con poco o nullo entusiasmo. Come un modo frivolo, improduttivo, deviato, di affrontare la gravità e la gravosità del mondo.
Il senso dell’umorismo risulta quindi per i primi un valore, per i secondi un disvalore.
Questo atteggiamento può essere visto come un secondo livello, un metasenso dell’umorismo, vale a dire il modo in cui il senso dell’umorismo visto e sentito.
Vediamo un piccolo campionario di frasi che esprimono un
(diverso) metasenso dell’umorismo:
• il senso dell’umorismo è un bene impagabile;
• il senso dell’umorismo è una boiata pazzesca;
• ma che c’è da ridere a questo mondo?
• una risata vi seppellirà.
• ridere per vivere per ridere.
Le convinzioni e l’atteggiamento nei confronti del senso dell’umorismo, il metasenso, possono derivare talvolta anche da assunti ideologici generali.
Una visione dura, tragica del mondo, in cui l’angoscia dell’esistenza è il mantello nero che avvolge ogni cosa, non ammette facilmente la levità sdrammatizzante, variegata e frizzante dell’umorismo. Al più la riconosce come una necessità di commedia che rimanda a una tragedia originaria. Nella citazione di Nietzsche:
“L’uomo soffre così duramente nel mondo che è stato costretto a inventare il riso.”
Ma anche una visione (eccessivamente) buona del mondo, in cui cattiveria e sopraffazione sono completamente bandite, può non essere favorevole. Con l’umorismo si prende in giro, si aggredisce, si è triviali, si fanno passare contenuti sessuali, cinici, sadici e via dicendo. Elementi per tanti versi negativi e cattivi, ma umani.
Come dice Harvey Mindness:
“Per consentire al nostro senso dell’umorismo il suo pieno sviluppo, dobbiamo essere disposti a modificare il nostro scopo primario dal tentativo di essere buoni a quello di essere naturali.”
(tratto da: Giovannatonio Forabosco, “Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo”, Franco Muzio editore, pag. 59)
La misurazione del QU
1905. Mentre Freud, nel suo studio viennese, meditava sui motti di spirito, in una università americana Lillien Martin faceva esperimenti da laboratorio. Una pioniera, che con sistemi da scienza esatta, ha studiato come, quando e quanto le sue cavie umane si divertivano.
Lo schema che seguiva era: prendere delle vignette, manipolare qualche condizione e vedere l’effetto. Per esempio, faceva vedere delle immagini tristi prima di presentare le vignette; cambiava la dimensione dei disegni, mostrandoli più piccoli o più grandi; faceva sentire della musica sacra o leggera; dava da bere del caffè.
Ne veniva fuori l’enunciazione di un principio che può essere indicato come il principio dell “‘esagerazione ottimale”: il troppo stroppia.
C’era anche qualche ingenuità in queste prove di laboratorio, viste con gli occhi sofisticati ed esigenti degli scienziati dell’umorismo di oggi. Ma il loro grande motivo di interesse è che per la prima volta si cercava di studiare l’umorismo con procedure controllate, e, in particolare, di misurarlo.
Dai tempi di Lillien Martin la ricerca è andata occupandosi in misura sempre maggiore della questione della quantificazione.
E, da alcuni anni, l’attenzione per la misurazione si è rivolta anche specificamente al senso dell’umorismo.
Verificando subito che cercare di stabilire le caratteristiche e la dimensione “metrica” di un così complesso aspetto della personalità non era affatto da poco.
A favore della sensatezza di un’operazione di questo tipo ci sono però soccorrevoli esempi in campi vicini.
Un’analogia, e un precedente, utile deriva in particolare dagli studi sull’intelligenza. Fenomeno non poco complicato anch’esso, e su cui comunque si sono messi a punto vari tipi di misurazione. Un ben noto concetto al riguardo, diventato popolare anche fuori dal condominio degli psicologi, è quello di quoziente di intelligenza (il QI).
Perché allora non pensare anche di poter misurare il senso dell’umorismo di una persona, stabilendone il QU, ovvero il suo quoziente di umorismo?
C’è stato chi infatti si è impegnato nell’impresa.
E, attualmente, sono disponibili diverse scale, e diversamente concepite, che vanno proprio in questa direzione.
Alcune scale non misurano direttamente il senso dell’ ‘umorismo, ma si basano su di esso per valutare vari aspetti della personalità del soggetto.
Un esempio è The Humor Test of Personality che si fonda sulle diverse preferenze umoristiche. Il test funziona in questo modo. Viene presentata una coppia di barzellette e il soggetto deve scegliere quale delle due trova più divertente.
Prima coppia:
A. “Non ti sei stancato della tua vita da scapolo?” chiede un amico all’altro. “Certo che no”, risponde questi. “Quello che è andato bene per mio padre va bene anche per me!”
B. Un gentile vicino al bambino che sta mangiando una mela:
“Stai attento ai vermi, figliolo” “Quando mangio una mela sono i vermi che devono stare attenti!”.
Seconda coppia:
A. “Non vedo l’ora che arrivi il mio venticinquesimo compleanno” “Sei sicura che non stai guardando nella direzione sbagliata?”
B. “Per favore, usa tutte e due le mani!” esclama la ragazza in macchina. “Non posso”, replica il ragazzo, “Una mi serve per guidare!”.
Il test comprende dodici raggruppamenti di barzellette, ciascuno con una propria coerenza interna, nel senso che quando un soggetto ne apprezza una tende ad apprezzare anche le altre dello stesso gruppo. I ricercatori avevano verificato che i diversi tipi di preferenze umoristiche si associavano con 12 fattori di personalità, tra cui anche un fattore di intelligenza.
Nel caso degli esempi riportati, i soggetti che scelgono A nella prima coppia e B nella seconda tenderebbero a essere estroversi, mentre la scelta B nella prima coppia e A nella seconda tende ad associarsi a caratteristiche di introversione. L’osservazione generale sottesa a queste scelte è che le barzellette “estroverse” tendono a essere vivaci, socialmente disinibite e di contenuto sessuale, mentre quelle “introverse”, appaiono più “fredde”, “frenate” e un po’ acide.
Lo Humor Test of Personality è stato impiegato in numerosi studi. Uno, in particolare, riguardava una ricerca effettuata durante la guerra di Corea, in cui venivano esaminate le capacità di combattimento in relazione a varie misure di personalità. Lo Humor Test fu uno dei pochi che fornì degli elementi significativi. Per esempio, gli uomini che venivano giudicati dagli osservatori come i compagni che era preferibile avere accanto per le doti di tenuta di fronte al pericolo e di capacità di affrontare un attacco, riportavano dei punteggi diversi dalla media su alcuni particolari fattori legati all’umorismo, specie per quelli che distinguono i tratti nevrotici da quelli normali.
C’è tuttavia un problema che il test presenta, ed è che la versione completa prevede 120 coppie di barzellette. Cosa che pone delle difficoltà alla somministrazione, soprattutto perché, dopo 20030 barzellette molti soggetti sperimentano il così detto effetto di “fan fatigue” (fatica di divertirsi) che già aveva rilevato Lillien Martin nel 1905.
Il questionario di Ziv sul senso dell’umorismo
Uno dei primi strumenti che intende misurare specificamente il senso dell’umorismo è stato messo a punto da Avner Ziv.
Nel suo questionario sono stati considerati tanto l’apprezza-mento quanto la creazione di umorismo.
Alla costruzione del questionario Ziv è arrivato nel seguente modo.
Per prima cosa sono state selezionate 10 vignette giudicate le più divertenti da 200 adolescenti. Dopo di che a un gruppo sperimentale di 38 soggetti è stato chiesto di giudicarle in base al “divertimento” su una scala da 1 a 7. Contemporaneamente degli psicologi osservavano le reazioni dei soggetti che svolgevano il compito e annotavano sorrisi e risate di ciascuno. Osservazioni analoghe sull’apprezzamento umoristico sono state compiute anche usando materiale audio-registrato.
La creatività era stata misurata in due modi:
1. con la richiesta di aggiungere le parole a vignette senza testo, che venivano poi valutate da tre giudici indipendenti;
2. con l’osservazione di un processo creativo in atto. Quest’ultimo si basava sulla richiesta fatta ai soggetti in gruppo, seduti in circolo, di immaginare e raccontare le conseguenze di una ipotetica situazione: cosa potrebbe succedere se uno dei sensi, l’odorato, diventasse quello più importante prendendo il sopravvento sugli altri. Gli osservatori prendevano nota di ogni volta in cui un’idea faceva ridere almeno altri quattro componenti del gruppo, e questo forniva il punteggio di creatività verbale di umorismo.
Il questionario finale è risultato formato da 14 voci. Sette danno un punteggio sull’ ‘apprezzamento e sette sulla creatività. La loro somma fornisce un punteggio globale di “inclinazione” all’ ‘umorismo.
Coerentemente con la diffusa osservazione che è più facile e frequente apprezzare che fare dell’umorismo, i punteggi di apprezzamento risultano di norma più alti che non quelli di creatività.
Come tutti gli strumenti di misurazione di fenomeni psicologici, per non parlar dell’umorismo, anche questo test ha delle limitazioni.
In particolare, è un test la cui brevità costituisce una prerogativa per l’agilità d’uso, ma va a discapito sia della varietà dei fenomeni ricompresi sia della precisione misurativa.
Sociometria del senso dell’umorismo
Avner Ziv ha anche cercato di stabilire come un soggetto veniva valutato dagli altri rispetto al senso dell’umorismo; ha indagato cioè la percezione sociale, di gruppo, di questa caratteristica.
Ha utilizzato un adattamento della tecnica sociometrica applicata in ambito scolastico.
Agli allievi di una classe veniva data una lista con i nomi di tutti i compagni. A fianco erano riportate quattro colonne con queste valutazioni:
1. non ha assolutamente senso dell’umorismo;
2. ha poco senso dell’umorismo;
3. ha un discreto senso dell’umorismo;
4. ha un ottimo senso dell’umorismo.
Successivamente veniva chiesto di pensare a persone che conoscevano e di segnare nell’intestazione di ogni colonna il nome di quella che meglio corrispondeva al giudizio indicato. Il senso di questo passaggio era di dare un criterio di riferimento basato sulla propria esperienza, di rendere cioè più personale e concreto il metro di giudizio. Veniva quindi chiesto di valutare ciascuno degli altri compagni. Il punteggio finale di ogni componente della classe era dato dalla somma di tutti i punteggi. Il risultato complessivo è quindi una matrice in cui tutti sono valutatori e valutati.
È una procedura di semplice applicazione, che può dare una misurazione d’insieme di come il gruppo rappresenta collettivamente l’immagine che ciascun componente ha rispetto al senso dell’umorismo.
Occorre naturalmente oss