"La sai l’ultima?": la metacomunicazione

"Ti racconto una barzelletta." Questa informazione non è solo un modo di iniziare. E anche, e soprattutto, un messaggio che comunica su un altro messaggio (la barzelletta). È cioè una metacomunicazione. La sua funzione principale è quella di orientare l’ascoltatore a predisporsi a una risposta umoristica. La metacomunicazione è un ingranaggio importante nei meccanismi dell’umorismo, una specie di prima ruota che fa girare (o blocca) le altre ruote e rotelle. Di fronte a un messaggio, infatti, la risposta tendenziale (di default, per dirla nel linguaggio dei computer), è quella di intendere le informazioni per quello che dicono, alla lettera e seriamente. "Ti racconto una barzelletta" è invece un messaggio che comunica: "Quello che sto per raccontarti non va preso alla lettera e sul serio". La metacomunicazione ha un ruolo simile a quello di uno scambio ferroviario (altra analogia meccanica), che dirige il convoglio delle risposte del soggetto dal binario serio a quello dell’umorismo. Ha cioè il valore di un’indicazione, o una richiesta, ad attuare un’elaborazione umoristica del racconto/ barzelletta. Questo significa effettuare la serie di operazioni, descritte nel paragrafo precedente, tra cui in particolare:

a attendersi e individuare una conclusione incongrua;

b ricercare una regola cognitiva che trovi una risoluzione dell’incongruità;

c non cercare di risolvere l’incongruità completamente, eliminandola;

d mantenere l’equilibrio instabile tra percezione di incongruità e congruenza.

Quello che viene in sostanza richiesto è di sospendere parzialmente e temporaneamente il giudizio critico, che porterebbe a respingere l’illogicità della barzelletta, e accettare invece la particolare logica (allo stesso tempo logica e illogica) che governa il mondo dell’umorismo. A questa si accompagna un’altra dimensione importante dell’elaborazione umoristica, e cioè la sospensione delle regole "etiche", il giudizio morale, come vedremo in seguito.

Di solito, che un messaggio vada inteso in modo umoristico è sufficientemente ovvio e chiaro per il soggetto che lo riceve, e la metacomunicazione interviene senza farsi notare, sotto il livello della consapevolezza. Il suo ruolo viene invece più in

evidenza proprio quando non è ovvio o chiaro. Si pensi, per esempio, a quando si dice una battuta, ma l’interlocutore reagisce modo serio. La frase: "Ma io dicevo per scherzo!" è una metacomunicazione enfatizzata che cerca di segnalare — dopo —quello che non è risultato efficacemente segnalato prima.

(tratto da: Giovannatonio Forabosco, "Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo",  Franco Muzio editore, pag. 21)

 

Indici esterni e interni dell’umorismo

Questa funzione metacomunicativa può essere svolta da numerosi tipi di indici, che sono esterni o interni al messaggio umoristico.

Un elenco di quelli "esterni" comprende:

1. espressioni facciali (e in genere tutto ciò che è non verbale): risolini, sorrisi, ammiccamenti, smorfie ecc. possono essere usate per preannunciare messaggi umoristici;

2. verbalizzazioni esplicite: appartengono a questa categoria le forme già citate: "Ma io dicevo per scherzo!", "Questa è una battuta"; ma anche "Adesso ti racconto una barzelletta", "La sai quella...?" "Hai visto il film di Totò. . . ?" ecc.

3. la situazione sociale: se a una serata tra amici si va avanti tra lazzi e barzellette, la tendenza è di continuare a prendere le cose su questo tono;

4. la percezione (l’immagine) di chi parla: se è considerato una persona notoriamente spiritosa, si è inclini a interpretare quello che dice come probabilmente umoristico, prima di interpretarlo alla lettera e seriamente;

5. l’aspetto esteriore (vestiario ecc.): il prototipo è il clown del circo, il quale con il suo naso rosso e le enormi scarpe segnala che quello che dirà e farà intende provocare il riso, a dispetto della sua eventuale poetica tristezza in cuore.

Gli indici "interni" sono quelli legati alla struttura e al contenuto stesso del messaggio-stimolo. In molti casi non vi è necessità di indici esterni perché basta la presenza evidente di un’ incongruità nella parte finale di una breve narrazione a qualificarla come umoristica. Consideriamo un racconto come questo.

Superman sta volando sopra la città come fa di solito. A un certo punto passa sulla casa dove abita Wonder Woman. Con la sua vista a raggi X guarda attraverso il tetto e la vede distesa sul letto, nuda, che si contorce gemendo di piacere. Superman non ce la fa a trattenere il desiderio che lo assale e si fonda attraverso la finestra, si toglie la calzamaglia e si getta su di lei. Quando ha finito, chiede a Wonder Woman: "Sorpresa?", e l’eroina risponde: "Sì, ma non tanto quanto l’Uomo Invisibile".

Quante possibilità ci sono che venga inteso come un episodio reale? E un po’ più probabile che venga interpretato come non vero, non letterale, non serio; insomma una barzelletta.

Di solito anche semplici battute non narrative appaiono chiaramente tali anche sulla sola base del contenuto. Un’esagerazione spiritosa del tipo: "Faceva così caldo che mi sono bevuto 100 litri di birra gelata! ", può non essere particolarmente divertente, ma non viene di norma intesa come una dichiarazione da prendere seriamente, alla lettera. Se però l’affermazione è:

"Faceva così caldo che mi sono bevuto mezzo litro di birra gelata! ", può tranquillamente avere il senso di un’affermazione realistica.

Ma se prendiamo una dichiarazione del tipo: "Faceva così caldo che mi sono bevuto tre litri di birra gelata!"? Può non essere sufficiente l’indice interno (il contenuto) per stabilire se sto dicendo sul serio o scherzando. È possibile che occorrano altri indici, relativi per esempio alla nazionalità (un tedesco in vacanza a Rimini?), alle abitudini, al tono di voce ecc.

Se in molti casi l’incongruità si pone con evidenza, in altri non è immediatamente ricavabile dal testo. Vediamo due diversi casi. Si prenda il seguente racconto:

"Come è nato l’urlo di Tarzan? Un giorno Tarzan stava come sua abitudine volteggiando da una liana all’altra. A un certo punto vede la sua donna Jane che si dibatte nelle acque di un fiume mentre viene assalita da un coccodrillo. Tarzan, penzolando dalla liana le grida: "Presto Jane, attaccati, attaccati!" "Ma dove mi attacco?" strilla Jane. "Dove vuoi, dove vuoi!" Jane di slancio si attaccò, e così è nato l’urlo di Tarzan."

La conclusione sembra non concludere niente, non pare fornire la spiegazione attesa. C’è un vuoto, un buco nella narrazione. E quindi, normalmente, un lettore difficilmente può non cogliere che c’è qualcosa che non va, qualcosa che resta da capire. Cioè è del tutto probabile che veda la conclusione come incongrua. Inoltre, il tipo stesso di narrazione, i personaggi, la situazione spingono decisamente a intenderla come un "‘incongruità umoristica". Di conseguenza il lettore è indotto a ricercare la regola cognitiva, e così via umoristicamente elaborando. All’intelligenza e alla malizia del lettore (ne basta una dose moderata) individuare la regola, che è insieme linguistica e sessuale (già fatto?).

Si prenda invece un racconto di questo genere:

"Un giovane studente è andato a trascorrere una vacanza in un campo di nudisti. Al ritorno un suo amico gli domanda come è andata. Lo studente risponde: "Beh veramente il primo giorno è stato più imbarazzante".

È un testo che può essere inteso come un resoconto di un’esperienza particolarmente stimolante per un giovane studente, sensibile alla sessualità, ma in termini piuttosto normali. Sarebbe piuttosto insolito, e curioso, che il lettore lo trovasse umoristico, e riuscisse anche a spiegarne il motivo (l’ampia soggettività dell’umorismo ammette comunque anche questa eventualità).

Modifichiamo ora la conclusione in questo modo:

"Beh veramente il primo giorno è stato più duro".

In assenza di indici esterni, il testo potrebbe essere ancora inteso in senso letterale, come nel caso precedente in cui "duro" equivale a ‘‘imbarazzante" o ‘‘difficile’’. Se però si coglie che nell’espressione "il primo giorno è stato più duro" vi è una seconda possibile lettura (reazione di eccitazione sessuale) è del tutto probabile che venga a questo punto inteso come umoristico. E che ciò avvenga, dato che anche una semplice interpretazione letterale è plausibile, dipende dalla disposizione della persona a intravedere, o ricercare, secondi sensi.

Cosa che può anche non verificarsi, per poca attenzione, per inibizione, per scarsa consuetudine ad andare al di là dei significati letterali ecc.

Per alcune persone, anche la presenza di indici esterni, per esempio la premessa "Adesso ti racconto una barzelletta", può non essere sufficiente a individuare l’esistenza di un’ incongruità. La domanda: "Cosa ci dovrebbe essere di strano (o da ridere)?" segnala di solito questa mancata identificazione dell’elemento incongruo.

E non trovare l’incongruità significa bloccare la risposta umoristica sul nascere.

Indice del materiale testuale sull’umorismo

La difficoltà di definire l’umorismo
I meccanismi dell’umorismo
Le due fasi di una barzelletta
Un funambolico equilibrio: incongruità / congruenza
"La sai l’ultima?": la metacomunicazione
La teoria degli script nell’umorismo
Sesso a colazione: l’aspetto dinamico dell’umorismo
Come si può descrivere il senso dell’umorismo?
Una mappa del senso dell’umorismo
La misurazione del QU: quoziente di umorismo
Presentazione del questionario di Ziv sul senso dell’umorismo
Il test di Ziv sul senso dell’umorismo
Altri questionari sul senso dell’umorismo: CHS e SHRQ
Questionari sul senso dell’umorismo: Coping Humor Scale (CHS)
Questionari sul senso dell’umorismo: Situational Humor Response Questionnaire (SHRQ)
Differenze individuali sull’umorismo ("dimmi come ridi...")
Le preferenze degli altri sull’umorismo
Somiglianze e differenze tra uomini e donne circa l’umorismo
Differenze nazionali circa l’umorismo
A che serve il senso dell’umorismo?
Funzioni sessuali e aggressive dell’umorismo
Funzioni salutari dell’umorismo

 

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