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La difficoltà di definire l’umorismo Il riso è una "sfida
impertinente alla speculazione filosofica". Lo sostiene Giovannatonio Forabosco nel suo "Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo", Franco Muzio editore: "Mi aggiravo, era non pochi anni fa, nei luoghi ove cercare risposta alle mie curiosità sui segreti dell‘umorismo. Parlavo, i luoghi erano elettivamente ambienti di psicologia, con persone da cui attendevo illuminazioni, indicazioni di percorsi possibili. Ne ottenevo alcune. Ma, soprattutto, mi venivano raccontate delle barzellette. "Tu che ti interessi di umorismo, la sai quella...?" Questa, che è una barzelletta/scherzo, me l’ha detta/fatto un docente di Psicologia, interessato a questioni di percezione e di cognitività: "(Il raccontatore dice:) "Vedi quel lampadario?" (Indica un lampadario nella stanza.) "Se mi dai mille lire ci salgo sopra." (Dopodiché prende le mille lire, le poggia per terra e ci mette un piede sopra)." Freud ne aveva avuto una lucida intuizione, dichiarando: "Merita darsi tanta pena per un motto di spirito? Non credo che vi possano essere dubbi su questo... posso richiamarmi al fatto che vi è un legame intimo tra tutte le manifestazione del pensiero, il che fa intendere che una scoperta psicologica realizzata in un campo, sia pure molto lontano, potrà rivelare un valore imprevedibile anche in altri campi." Eppure, chi si occupa di umorismo con interesse scientifico deve fare i conti con chi la ritiene una scelta poco, se non per niente, opportuna. Daniele Panebarco, con tollerante simpatia per i miei studi e con la (comprensibile) diffidenza del creatore di umorismo nei confronti di chi lo smonta per vedere come è fatto dentro, si è schierato con padre Jorge del Nome della Rosa di Umberto Eco, che avrebbe a suo avviso fatto più che bene a distruggere il secondo libro della Poetica di Aristotele, a salvaguardia dei misteri del comico. E c’è la (eccessiva) complessità dell’oggetto. Bergson definiva il riso una "sfida impertinente alla speculazione filosofica". Sfida che McDougall riteneva alquanto perdente per gli studiosi, e ironizzava dicendo che molti autori hanno formulato teorie ridicole del ridicolo. Umberto Eco dichiarava: "... da tempo ho deciso che, quando avrò sessant’anni, scriverò un libro (straordinario) sul comico. Non prima, per evitare le brutte figure di Aristotele, Bergson, Freud e altri." Posizione prudenziale (almeno in parte contraddetta nei fatti da alcuni scritti dedicati da Eco all’argomento, prima della scadenza fissata), non priva di ragioni. E in effetti il critico azzannatore è perennemente in agguato, quando si va a caccia dei segreti dell’umorismo. Non è bastato per esempio allo psicoanalista Edmund Bergler dichiarare il proprio intento ironico nello scrivere: "Ritengo che la maggior parte delle teorie presentate dai miei precursori in questo campo siano di dubbio valore. Naturalmente questa opinione è sostenuta dalla convinzione che la mia teoria sia la sola corretta possibile. E questo l’affermo in completa modestia e al solo scopo di perpetuare una consolidata tradizione." Il senso dell’umorismo è un fenomeno dunque complesso, e insieme è una virtù diffusa. Un’indagine in questo campo ha trovato che circa il 94 % delle persone afferma di avere un buon senso dell’umorismo superiore alla media. |
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