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Una mappa del senso dell’umorismo Raccogliendo, e organizzando, le varie indicazioni proposte sul senso dell’umorismo, una sintesi mette innanzitutto in evidenza la sua natura di "caratteristica" di personalità, in cui si intreccia un elevato numero di altre caratteristiche: il senso dell’umorismo è un nodo in una rete di tratti di personalità. Questa caratteristica corrisponde a una disposizione, a una capacità potenziale di sperimentare l’umorismo (competenza) che può essere o non essere messa in atto in una prestazione (performance). Si tratta di una capacità che è l’insieme, o il composto, di varie capacità più specifiche. Le quali formano un elenco articolato, e aperto, che include: 1. la capacità di percepire uno stimolo, messaggio o situazione come umoristici; 2. la capacità di comprenderli; 3. la capacità di apprezzarne e goderne le qualità umoristiche; 4. la capacità di produrre umorismo (aspetto creativo); 5. la capacità di riprodurre o proporre umorismo: riguarda il soggetto che riproduce materiale umoristico (cioè propone qualcosa di già prodotto, non inventa ma racconta barzellette); 6. la capacità di condividere l’umorismo (l’aspetto "conformista" di Eysenck ne costituisce una componente); 7. la capacità di utilizzare le prerogative dell’umorismo. 8. la capacità di astenersi dall’umorismo (cioè il senso dell’umorismo come senso dell’opportunità); 9. la capacità di potenziare il senso dell’umorismo; 10. la capacità di incuriosirsi sulla natura e le caratteristiche dell’umorismo e del senso dell’umorismo: a essa sono dedicate queste pagine. Corrisponde a un interesse che probabilmente chi lo scrive e chi lo sta leggendo hanno in comune. Divertirsi. Ovvero: rispondere all’umorismo con umorismo Quattro persone ascoltano la stessa battuta: "La più originale scusa che abbia mai sentito è di quella impiegata che diceva di essere arrivata tardi in ufficio perché era stata seguita da un uomo che camminava molto lentamente." La prima persona non si diverte, la seconda si diverte un po’, la terza si diverte moltissimo, la quarta si indigna. Medesimo stimolo, reazioni diverse. Da che cosa dipendono queste differenze? Alla ricerca di una risposta indaghiamo tre principi base che regolano il senso dell’umorismo, e che nelle quattro persone in questione lo regolano in maniera diversa. Sono il principio della Padronanza, il principio della Salienza, il principio della Sintonia. "Tutto sotto controllo": il principio della padronanza Nel capitolo sui meccanismi abbiamo visto come il processo umoristico consista in una particolare elaborazione di informazioni (aspetto cognitivo) legate allo stimolo/messaggio, e il significato emotivo, affettivo motivazionale che questo può avere per il soggetto (aspetto dinamico). Abbiamo visto anche l’importanza e il ruolo degli aspetti relazionali. Una prima condizione importante perché il soggetto risponda con divertimento è se è o meno in grado di esercitare una padronanza su questi aspetti. "Non l’ho capita": la padronanza cognitiva Per arrivare al divertimento, al soggetto è richiesto di compiere vari passi nel percorso e nell ‘organizzazione delle informazioni, anche nel breve spazio di una barzelletta. Prima di tutto deve riuscire a percepire che si tratta di uno stimolo umoristico. Non è detto che debba avvenire subito, all’inizio; ma è necessario che avvenga prima che il processo si esaurisca. In questo è cruciale il ruolo della metacomunicazione. La padronanza di questo tipo di comunicazione non è scontata e può avere gradi diversi. Alcune persone sviluppano una capacità di cogliere segnali metacomunicativi di umorismo anche tenui, mentre ad altre sfuggono segnali vistosi. A rischio di vischiose incomprensioni: "Due amici giocano in doppio a tennis. Uno sbaglia una palla facile. Il compagno gli dice "bravo! - Perché mi hai detto bravo se ho sbagliato? - Ti ho detto bravo ma non volevo dire bravo. - E cosa volevi dire? - Volevo dire che eri stato un salame. - Allora perché non mi hai detto salame? - Perché non ti volevo insultare. - Però volevi dire salame? - Sì, ma senza insultarti. - E allora perché mi hai detto bravo se non era vero. - Ma te l’ho detto ridendo. - E perché ridevi se avevo sbagliato?" È uno scambio demenziale, improbabile, ma non impossibile. La padronanza cognitiva richiede inoltre che il soggetto riesca a compiere tutti i passi che abbiamo visto comporre l’elaborazione cognitiva dello stimolo: identificare I ‘incongruità, risolverla (trovando la regola cognitiva o cogliendo l’elemento di congruenza), non ricercare la completa risoluzione (ed eliminazione) dell’ incongruità, riuscire a mantenere l’equilibrio instabile nella percezione finale di incongruità e congruenza. Esposta in questo modo suona come un’ardua gimcana informazionale. Che però viene, dai più e per lo più, compiuta con la disinvoltura con cui cammina un millepiedi. Ma che per alcuni presenta difficoltà e inceppamenti. Come succede quando il mancato divertimento è espresso dalla dichiarazione: "Non l’ho capita". Questa affermazione può essere ritradotta in vari modi, che danno un indizio di dov’è il guasto, ovvero dov’è che qualcosa non funziona: 1. "Non ho capito che si trattava di una barzelletta" = metacomunicazione difettosa. Nell’esempio dell’impiegata ritardataria, la persona che non si diverte potrebbe non aver capito che era una battuta, e, per quanto poco plausibile, potrebbe averlo effettivamente intesa come una scusa originale, e funzionante. 2. "Non ho capito cosa c’è di strano" = non è stata percepita l’incongruità. La persona può aver capito, magari da indici esterni, che si tratta di una battuta, ma non riesce a cogliere dov ‘è"il punto", ovvero che se si è seguiti da qualcuno che cammina lentamente non si è "costretti" a camminare lentamente; lo si può distanziare, risparmiarsi di essere importunata e arrivare puntuale. 3. "Non ho capito che senso ha" = mancata individuazione della regola cognitiva; la quale insinua che, forse, l’impiegata non voleva affatto evitare di essere importunata. 4. "E allora, che c’è di strano?" (detto dopo qualche tempo dalla fine) = la regola cognitiva ha eliminato del tutto l’incongruità; è quello che avviene se alla persona sembra sufficientemente normale che se si viene seguiti, e questo non dispiace, si sia disposti a rallentare per favorire la cosa; e quindi diventa pure conseguente e naturale arrivare in ritardo. 5. "Ma è una cosa assurda!" = la regola cognitiva non ha bilanciato l’incongruità; l’illogicità del comportamento non è reso abbastanza logico dalla regola cognitiva: una donna può anche avere piacere a essere seguita, ma non fino al punto da rallentare! E comunque non lo si può raccontare come giustificazione del ritardo! Il caso più semplice e generale è quello in cui la non comprensione è dovuta alla mancanza delle risorse linguistiche o i riferimenti informativi necessari. « Quelle est la différence entre l’homme et la femme? La différence entres. » Per capirla non è sufficiente la sola conoscenza delle singole parole in francese; occorre avere anche l’informazione linguistica (peraltro piuttosto semplice) dell’equivalenza fonetica di entre = tra e entres = entra. La difficoltà linguistica può interessare anche espressioni della propria madre lingua, specie se di uso raro o settoriale. Più spesso questo riguarda però la disponibilità di informazioni (o in genere di conoscenze) necessarie per l’individuazione dell’incongruità e la sua risoluzione. "Lei è Rogeriano?" "Vuol sapere se sono Rogeriano..." "Sì, proprio così!" "Ciò la interessa..." "Sì, certamente" "Sì, deve essere importante per lei" "Bene, volevo soltanto sapere..." "Hhmm!!" "Lei È rogeriano!" Questo scambio può essere capito, o per lo meno capito più a pieno, se si sa che Rogers è il fondatore della terapia centrata sul cliente, in cui uno dei principi è l’evitare risposte dirette al cliente/paziente. Un aspetto che viene spesso attribuito a tutti i trattamenti di tipo psicoanalitico con la (vecchia) battuta: "Paziente: "Perché risponde sempre alle mie domande con una domanda?". Psicoanalista: "Perché mi fa questa domanda?"." Caso particolare e notevole è quello delle cosiddette "battute private" (private jokes) in cui le informazioni necessarie sono condivise solo da un ristretto numero di persone, e gli altri sono tagliati fuori dalla possibilità di capire "cosa c’è da ridere". La situazione estrema in questo senso è quella in cui è una sola persona che possiede tutti gli elementi per valutare un evento come humor. "Parlare di corda in casa dell’impiccato": la padronanza dinamica Qualcuno comincia a raccontare una barzelletta: "Ci sono due gay che entrano in un bar e trovano un negro..." Tra i presenti, ci sono due omosessuali. Uno, già alle prime parole, si irrigidisce, avverte un senso di disagio, un imbarazzo crescente. Aspetta con affanno che il racconto finisca, e quando arriva la battuta finale fa una risatina molto sforzata e artificiosa. L’altro è disteso, tranquillo, segue la barzelletta con curiosità. Alla fine ride di cuore. Come mai questa differenza? Tutti e due hanno capito bene la battuta, hanno cioè esercitato una adeguata padronanza cognitiva. Quello che c’è stato di diverso è dipeso da una diversa padronanza dinamica. Il primo vive il suo stato di omosessuale in maniera molto conflittuale, con un senso di colpa e di vergogna, con il bisogno di tenerlo nascosto e la paura costante di essere scoperto. Da qui, una vulnerabilità emotiva che la barzelletta colpisce in modo critico e non gli consente di padroneggiare il coinvolgimento che l’argomento comporta. Il secondo vive una condizione di serenità, di equilibrio rispetto al suo essere omosessuale; in passato questo gli aveva causato turbamento e problemi, ma ora lo sente come il suo modo di essere, riconosciuto e accettato. Il contenuto della barzelletta quindi non lo disturba e lo può emotivamente padroneggiare con senso di sicurezza. Caratteristica dell’umorismo è riuscire a trasformare fonti di dispiacere in fonti di piacere: l’ansia, la paura, l’inibizione ecc., diventano altrettanti generatori di divertimento. A condizione però che il soggetto sia in grado di esercitare una sufficiente padronanza su questi significati dinamici dello stimolo umoristico. Una persona che non tollera minimamente dentro di sé gli impulsi aggressivi è possibile che si senta a disagio con una barzelletta che esprime una forte aggressività. Chi sente la sessualità come un argomento da non toccare in nessun modo e a nessun costo, arrossirà e si sentirà imbarazzato se si trova in una situazione in cui non può evitare di ascoltare una barzelletta sessuale. Se l’argomento delle esecuzioni capitali suscita sentimenti di forte pena, non solo non ci si divertirà con una battuta sui condannati a morte, ma è possibile che la persona ci stia male. Questo stato di cose è stato descritto parlando di un effetto "a doppio taglio" dell’umorismo. L’umorismo trasforma in positivo un potenziale sentimento negativo. Ma se il processo non funziona l’esito potrà non essere solo l’assenza di divertimento ma una reazione spiacevole: invece di ridere, l’imbarazzo, per esempio. La padronanza dinamica può riguardare aree ampie, come la sessualità in generale, o settori particolari, argomenti specifici. Una persona può padroneggiare con facilità la sessualità in genere, ma non quando chiama in causa particolare categorie o eventi (bambini, religiosi, violenza ecc.); o temi per cui ha qualche fatto di esperienza che lo colpisce problematicamente. Il concetto di padronanza riguarda non solo i contenuti ma anche altri aspetti del processo umoristico. Per divertirsi occorre potersi permettere di assumere un atteggiamento mentale di gioco. Occorre che la persona sia in grado di "tornare bambina" a giocare con le parole e con i contenuti come biglie di vetro, che si tirano, cozzano, schizzano e vanno in buca; a "prendersi gioco" di regole e codici, costruendone di fittizie e inventandosi mondi alternativi ("facciamo che noi eravamo...") e sentendo tutto questo come innocuo e senza conseguenze. Occorre, secondo una formulazione psicoanalitica, poter realizzare una "regressione al servizio dell’Io", in cui si è e si resta adulti, ma si può giocare come bambini; il che aiuta a essere adulti funzionanti, e capaci di sperimentare piacere. Il non arrivare a una risata sentita e divertita può dunque essere visto come un limite alla capacità di esercitare la padronanza dinamica del contenuto e del processo umoristico. Ma può anche essere visto, o sentito, come una "scelta" della persona, in cui l’aspetto decisionale ("volizionale") ha un ruolo determinante. È il caso in cui una persona, coerentemente con i suoi principi e le sue convinzioni, si pone in modo critico verso un determinato contenuto di battute che non solo non la divertiranno ma che possono provocare una reazione risentita e disapprovante. Possiamo, per esempio, ipotizzare che, nel caso della battuta sull’impiegata ritardataria la persona (più probabilmente donna) che s’indigna rifiuti l’immagine evocata della donna che deve far mostra di lamentarsi delle attenzioni maschili ma che in realtà ne ha piacere. Una sostenitrice convinta della negatività di certi stereotipi "maschilisti" potrebbe trovare la battuta lesiva della dignità femminile, e reagire di conseguenza. Fino a che punto questo esprima una posizione determinata e sicura ("non bisogna scherzare su queste cose") o una latente insicurezza ("ho paura di scherzare su queste cose") può essere oggetto di discussione. L’indignarsi può significare il voler proteggere un valore, ma anche un arroccamento difensivo. "E una battuta maschilista idiota!"può essere un attacco per coprire un proprio lato debole o il colpo di fucile in una battaglia per i diritti della donna. Può indicare una mancata padronanza oppure l’affermazione di una padronanza altra. La padronanza è com’è la persona. Vi sono comunque alcune condizioni che possono accrescerla. Sono, per esempio, le condizioni in cui è favorito l’aspetto regressivo e si ha un abbassamento delle inibizioni, individuali e sociali, come quello delle situazioni conviviali, in cui si combina l’effetto disinibitore degli alcolici con la "solidarietà" trasgressiva del gruppo. Ed è più facile ridere di cose che altrimenti darebbero qualche imbarazzo. Il gioco delle tre carte: la padronanza cognitivo-dinamica In un salotto, un intrattenitore racconta una barzelletta a contenuto sessuale. La padrona di casa, che desidera passare per una signora schiva e pudica, non riesce però a trattenersi e scoppia a ridere vistosamente. Dopo di che si ricompone e prontamente aggiunge: "Non l’ho mica capita!". L’elaborazione cognitiva è compiuta, quella dinamica anche. Segue risata. Ma a quel punto interviene un’altra "elaborazione cognitiva" ("Una signora non ride di queste cose") e viene meno la padronanza dinamica ("non dovevo ridere"). La negazione finale è un maldestro tentativo di recupero. L’aneddoto illustra un caso abbastanza complesso di interazione tra aspetti cognitivi e dinamici in termini di padronanza. È un’interazione importante per il funzionamento dell’umorismo. Freud sottolineava come lo spostamento dell’attenzione dai contenuti tendenziosi a quelli che indichiamo come cognitivi era un fattore chiave per permettere l’aggiramento della censura. Un’immagine che mi è stata una volta usata per rendere questa idea è stata quella del gioco delle tre carte, che tanto più riesce quanto più il manipolatore riesce ad attrarre l’attenzione su una carta mentre sposta le altre, confondendo e turlupinando il "giocatore". In questo caso il giocatore/giocato è la censura e il manipolatore è il soggetto che esercita la sua padronanza cognitivo-dinamica. In un esperimento è stato evidenziato cosa succede in questo gioco. Sono stati studiati gli effetti di una situazione in cui, invece della distrazione, si aveva un richiamo dell’attenzione sul contenuto aggressivo di alcuni cartoon. I cartoon erano suddivisi in tre livelli di aggressività (bassa, media e alta). Ai soggetti era richiesto di giudicare quanto i cartoon erano divertenti in due condizioni diverse, cioè prima e dopo che venisse chiesto loro di spiegare "cosa era che li rendeva divertenti". Per i cartoon altamente aggressivi, i punteggi assegnati dopo aver dato la spiegazione risultavano significativamente più bassi. Quello che si ricava da questo esperimento è che mentre con stimoli a bassa e media aggressività il rivolgere l’attenzione al carattere aggressivo del contenuto - e quindi l’aumentata consapevolezza circa tale carattere - non modificava la "padronanza" dinamica del soggetto, con stimoli ad alta aggressività la maggiore consapevolezza riduceva la padronanza. Quanto più forte è il valore trasgressivo del contenuto, tanto più rilevante appare essere l’elemento distraente per consentire la padronanza e quindi l’effetto umoristico. In questa interazione l’aspetto cognitivo (il richiamo di attenzione mediante la richiesta di spiegazione) influenza la padronanza dinamica. Ma si verifica anche l’inverso. Questo risulta per esempio nei casi in cui sono caratteristiche dinamiche della personalità a incidere sull’elaborazione cognitiva. Tra i motivi della mancata comprensione di materiale umoristico è stato osservato, per esempio, come un ruolo negativo sia svolto dalla rigidità, intesa come atteggiamento chiuso, dogmatico. Una ricerca ha mostrato che in una piccola città erano numerosi i cittadini, particolarmente inclini al pregiudizio e allo stereotipo, che non capivano in maniera adeguata o fraintendevano i fumetti, e questo mise in crisi una diffusa credenza circa il fatto che questo tipo di comunicazione fosse di immediata e agevole comprensione per chiunque. Vari studi sul rapporto tra comprensione di fumetti e pregiudizio hanno portato a due principali conclusioni:" 1. le persone dogmatiche, cioè legate in maniera rigida a determinati convincimenti, evitano di esporsi a messaggi, compresi quelli di tipo umoristico, che vadano contro il pregiudizio; 2. se avviene di trovarsi di fronte a materiale che va contro i propri pregiudizi, una difesa frequente è quella di "non capire il messaggio", cioè di porre un’attenzione distratta o distorta, per cui quello che il cartoon cerca di esprimere non viene inteso e quindi viene evitata la dissonanza. Del resto, una persona è dogmatica perché ha caratteristiche di personalità scarsamente elastiche nei riguardi di quello che è incongruo rispetto ai propri modelli cognitivi, e rispetto alla gestione di contenuti che possono suscitare emozioni e affetti negativi. Il dogmatismo risponde al bisogno di avere punti di riferimento molto fermi per non incorrere in crisi di sicurezza. La persona dogmatica ha difficoltà ad accettare l’instabilità tra il certo e l’incerto, il fare i conti con il dubbio, l’ambiguità ecc. Ne deriva che, essendo invece il senso dell’umorismo fondato proprio su questi elementi, le limitazioni per il dogmatico non riguardano solo i contenuti - di cosa si diverte - ma il fatto stesso di aver facilità e pienezza di divertimento. La rigidità chiude alla comprensione e sfavorisce l’umorismo. Chi è rigido presenta un restringimento delle possibilità espressive, un impoverimento del pensiero, del sentimento e del comportamento. Questo implica che la personalità rigida si correla non solo a una minore comprensione e valorizzazione dell’umorismo ma, quando anche accede all’umorismo, tenderà a recepirlo ed esprimerlo in termini più monocordi, su più limitate lunghezze d’onda. Restare legati a schemi mentali in modo pedissequo ("seguendo i piedi", senza fantasia ed elasticità) non è probabilmente il modo più proficuo, e sicuramente non è il più godibile, per aggirarsi nei paesaggi mossi e colorati dell’esistenza. "Il mio dente mi fa più male del tuo": il principio della salienza Se ci si trova a parlare di automobili, una barzelletta che abbia come argomento le automobili è probabile che risulti più divertente di una barzelletta con un altro argomento. È quello che è emerso in un esperimento: venivano fatte vedere sei fotografie di automobili e veniva chiesto di valutarle su una scala di 7 punti di "attrattiva e valore estetico". Questo serviva a depistare i soggetti rispetto al vero scopo della prova e a far soffermare l’attenzione su ciascuna fotografia. Dopo venivano mostrati dei cartoon che avevano a che fare con automobili o con scene aggressive, di violenza fisica, e veniva chiesto di valutarli secondo una scala di divertimento. Le valutazioni sono risultate più alte per i cartoon automobilistici. Secondo i ricercatori era avvenuto che le fotografie avevano reso saliente (attuale e "in rilievo") il tema delle automobili. La spiegazione di questo fenomeno è stata attribuita al formarsi di un insieme cognitivo relativo al tema, che consente ai soggetti un’elaborazione più facile degli stimoli umoristici. Questo corrisponde a osservazioni che sono state effettuate anche in altre ricerche, in cui si è visto che l’esposizione a un dato contenuto, sia mediante fotografie che testi, rende più agevole il trattamento di tipi corrispondenti di informazioni. La maggiore facilità e prontezza di elaborazione risulta positivamente correlata alla comprensione e all’apprezzamento di umorismo. Quest’ultima considerazione sembrerebbe contrastare con il principio della "sfida cognitiva", in cui risultava che gli stimoli più apprezzati erano quelli che presentavano una certa difficoltà. In realtà, il contrasto è solo apparente perché, come si è sottolineato parlando di "padronanza cognitiva", se il soggetto trae piacere dalla "sfida", deve però poterla padroneggiare agevolmente. Il principio della salienza inizialmente era stato legato ai soli aspetti cognitivi; si era anche ipotizzato che potesse rendere superflue spiegazioni basate sulle "motivazioni" del soggetto. In seguito è stato invece esteso anche agli aspetti dinamici. I risultati di varie ricerche concorrono a mostrare che quanto più un determinato contenuto è dinamicamente saliente (attuale e rilevante) per il soggetto, tanto più lo stimolo tenderà a produrre divertimento. Se si ha motivo di essere arrabbiati, aggressivi con la suocera, anche una battuta di una certa banalità come "Il serpente che ha morso mia suocera è morto avvelenato" può arrivare a far ridere, O chi ha una moglie che trova pretesti continui per non rispettare i "doveri coniugali", potrebbe trovare più divertente di altri una barzelletta come la seguente: "Una sera il marito si avvicina alla moglie cercando di farle capire che vorrebbe avere un rapporto sessuale. La moglie però si lamenta che ha mal di testa e non se ne fa niente. La sera dopo nuovamente il marito ci riprova e la moglie si lamenta che ha mal di testa. La terza sera, lo stesso. La quarta sera, il marito ci riprova ancora. Questa volta la moglie si arrabbia: "Ma insomma, tutte le sere, tutte le sere! Sei proprio un maniaco sessuale!"." Il principio della salienza riguarda, in sostanza, quanto per un dato soggetto un argomento è attuale e significativo. Quanto è presente alla sua attenzione (aspetto cognitivo) e quanto lo coinvolge e tocca aree motivazionali, emotive e affettive sensibili (aspetto dinamico). In questo senso, è interpretabile sulla base del principio della salienza quanto è stato riportato in una serie di esperimenti. Soggetti sottoposti a una lunga e immotivata attesa, e quindi "caricati" di aggressività, mostravano di trovare più divertenti barzellette a contenuto aggressivo (saliente rispetto allo stato emozionale di rabbia); mentre soggetti a cui erano state fatte vedere fotografie di nudi mostravano maggior divertimento con barzellette sessuali. "Forte e chiaro": il principio della sintonia È strettamente legato a quelli della padronanza e della salienza, e ne indica riassuntivamente le modalità più favorevoli di funzionamento. Per usare una metafora presa dalle trasmissioni radio, si può osservare che il principio di padronanza dice se le onde vengono ricevute e il segnale è decodificato adeguatamente (cioè se l’apparecchio funziona); mentre il principio della salienza dice con che forza il segnale viene ricevuto. Il principio della sintonia descrive invece le condizioni in cui il segnale viene ricevuto al meglio, forte e chiaro. In generale, la miglior sintonia tra stimolo umoristico e soggetto ricevente/rispondente si ha quando le frequenze emesse dallo stimolo sono in corrispondenza della "fascia" medio-alta della gamma di ricezione del soggetto. Fuor di metafora, questo equivale a dire che la situazione più favorevole si pone quando lo stimolo ha un impatto cognitivo-dinamico elevato, ma non eccessivamente. Il concetto di "sfida cognitiva" rappresenta un esempio notevole di questo principio: lo stimolo non deve essere troppo facile né troppo difficile. La sintonicità è più efficiente quando lo stimolo, rispetto alle capacità e caratteristiche cognitive del soggetto, risulta moderatamente difficile. Il medesimo principio risulta valere anche per gli aspetti di contenuto. Essere indifferenti alle suocere, o alla questione dei rapporti coniugali, alle esecuzioni capitali, alle automobili ecc. riduce il potenziale grado di divertimento con barzellette che tocchino questi argomenti. D’altro canto, un coinvolgimento fortemente problematico può ugualmente ridurre, o impedire, il divertimento. Un argomento che suscita in un dato soggetto un po’ di ansia alimenta il divertimento. Molta ansia lo impedisce. Una salienza forte, ma non eccessiva, dà più "sapore", rende più gustosa la barzelletta. Se e eccessiva, si può andare fuori sintonia, e il processo non funziona. Il metasenso dell’umorismo L’essere sintonici riguarda il ritrovarsi o meno sulla medesima lunghezza d’onda di un determinato stimolo. Si può però parlare di una sintonicità più generale, che riguarda l’umorismo in quanto tale. Per molti l’umorismo è un fenomeno in positiva consonanza con la propria visione delle cose. E sentito come una modalità opportuna e ricercata di migliorare la qualità della vita. Alcuni invece vedono I’umorismo con poco o nullo entusiasmo. Come un modo frivolo, improduttivo, deviato, di affrontare la gravità e la gravosità del mondo. Il senso dell’umorismo risulta quindi per i primi un valore, per i secondi un disvalore. Questo atteggiamento può essere visto come un secondo livello, un metasenso dell’umorismo, vale a dire il modo in cui il senso dell’umorismo visto e sentito. Vediamo un piccolo campionario di frasi che esprimono un (diverso) metasenso dell’umorismo: • il senso dell’umorismo è un bene impagabile; • il senso dell’umorismo è una boiata pazzesca; • ma che c’è da ridere a questo mondo? • una risata vi seppellirà. • ridere per vivere per ridere. Le convinzioni e l’atteggiamento nei confronti del senso dell’umorismo, il metasenso, possono derivare talvolta anche da assunti ideologici generali. Una visione dura, tragica del mondo, in cui l’angoscia dell’esistenza è il mantello nero che avvolge ogni cosa, non ammette facilmente la levità sdrammatizzante, variegata e frizzante dell’umorismo. Al più la riconosce come una necessità di commedia che rimanda a una tragedia originaria. Nella citazione di Nietzsche: "L’uomo soffre così duramente nel mondo che è stato costretto a inventare il riso." Ma anche una visione (eccessivamente) buona del mondo, in cui cattiveria e sopraffazione sono completamente bandite, può non essere favorevole. Con l’umorismo si prende in giro, si aggredisce, si è triviali, si fanno passare contenuti sessuali, cinici, sadici e via dicendo. Elementi per tanti versi negativi e cattivi, ma umani. Come dice Harvey Mindness: "Per consentire al nostro senso dell’umorismo il suo pieno sviluppo, dobbiamo essere disposti a modificare il nostro scopo primario dal tentativo di essere buoni a quello di essere naturali." (tratto da: Giovannatonio Forabosco, "Il settimo senso: psicologia del senso dell’umorismo", Franco Muzio editore, pag. 59) |
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